OTTOBRE, QUANDO ANCHE LE IDEE CAMBIANO STAGIONE

Ci sono mesi che si presentano esattamente come te li aspetti e altri che invece sembrano farci delle domande. Ottobre, per me, appartiene alla seconda categoria. Non entra semplicemente nel calendario, entra nelle cose. Arriva con una luce diversa sulle finestre, con le mattine che sembrano avere, con qualche minuto in meno di luce, qualche pensiero in più. Con l’estate che si allontana senza avere davvero salutato e l’autunno che non chiede permesso per accomodarsi nelle nostre giornate.

Ottobre ha qualcosa di curioso. Non è ancora il tempo dei bilanci ma comincia a suggerirli. Non è ancora inverno ma ci ricorda che le stagioni cambiano. Non è più estate ma conserva ancora qualche traccia della sua leggerezza. È un mese di passaggio. E forse, proprio per questo, è un mese nel quale, anche le idee, qualche volta, cambiano strada.

Mi succede spesso. Comincio a immaginare un argomento, penso di averne individuato il filo, credo di sapere dove voglio andare. Poi, quasi senza accorgermene, arriva qualcosa che sposta la traiettoria.

Una conversazione. Una frase. Una persona. Un incontro. Un avvenimento. Una domanda che non avevo previsto. Oppure semplicemente il calendario.

Il calendario ha una caratteristica che apprezzo molto: ogni tanto ci ricorda che la vita non segue necessariamente il nostro programma. E allora, quello che avevo pensato per il blog, comincia a dialogare con quello che accade fuori dal blog. È una delle libertà che mi sono concesso scrivendo. Non avere un’agenda rigida ma piuttosto una direzione in cui andare. Sono due cose molto diverse. Un’agenda stabilisce cosa devi fare. Una direzione di marcia ti permette di cambiare strada senza perdere il senso del viaggio. Così il blog, almeno per come l’ho vissuto in questi anni, non è mai stato davvero una successione ordinata di argomenti. Piuttosto, un viaggio con in mano una bussola.

A volte ho seguito una strada che avevo immaginato. A volte una deviazione. Qualche volta, devo ammetterlo, è stata proprio la deviazione a portarmi in un luogo nel quale non sapevo ancora di voler arrivare. E’ anche per questo che mi piace scrivere. Mentre pensi di avere qualcosa da dire, scopri che sei il primo a interrogarti su quello che vuoi dire davvero.

È accaduto anche questa volta, e di nuovo mi trovo davanti a una coincidenza che forse coincidenza non è. Il 16 ottobre è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Ed è anche la Giornata Mondiale del Pane. Due ricorrenze che potrebbero sembrare semplicemente due caselle dello stesso calendario. Una dedicata a un tema enorme. L’altra a uno degli alimenti più antichi, semplici e simbolici della nostra storia. Invece, guardandole un po’ meglio, mi sono sembrate due porte della stessa casa.

Dietro entrambe c’è qualcosa di molto più importante. C’è il nostro rapporto con il cibo. Con la terra. Con il lavoro. Con il tempo. Con la qualità. Con la salute. Con il piacere. Con i sensi. Con la cultura. Con la comunicazione. Con le nostre paure e, soprattutto, con la nostra capacità di scegliere.

Ed è proprio a questo punto che la mia riflessione ha cominciato a prendere una direzione diversa. Avrei potuto semplicemente parlare del pane. Sarebbe stato facile. Il pane ha una storia bellissima. Ha la terra dentro. Ha il grano. Ha la farina. Ha l’acqua. Ha il lievito. Ha il fuoco. Ha le mani. Ha il tempo. Ha la fermentazione. Ha il profumo che arriva prima ancora che il pane venga assaggiato. La crosta che crocchia. La mollica. La memoria. La tavola. La famiglia. La convivialità e, perfino, qualcosa di sacro.

E poi, naturalmente, ha i suoi aspetti dietologici: le calorie, i carboidrati, la glicemia, l’indice glicemico, il peso e il “posso mangiarlo?”. La domanda che, dopo quarant’anni di professione, forse mi interessa sempre meno sentire. Dietro quel “posso?” c’è spesso una domanda molto più importante: “Sono capace di scegliere?”

Il pane, improvvisamente, smette di essere soltanto pane. Diventa una specie di lente attraverso la quale guardare tutto il resto. Se ancora oggi abbiamo bisogno di continuare a dibattere se il pane faccia bene o faccia male, se sia meglio bianco o integrale, antico o moderno, lievitato tanto o poco, con questo ingrediente o con quello, forse il problema non è soltanto il pane. Forse il problema è il nostro bisogno continuo di trasformare gli alimenti in imputati. Un giorno il pane. Un giorno lo zucchero. Un giorno i carboidrati. Un giorno i grassi. Un giorno gli alimenti ultraprocessati. Un giorno il vino. Un giorno il gelato. Un giorno qualcosa che ancora non abbiamo scoperto. Ogni volta cerchiamo un colpevole. Come se la salute fosse un processo penale e l’alimentazione avesse bisogno di un tribunale.

Il corpo umano è molto meno ordinato di un’aula di giustizia. È una storia. Una relazione. Un ambiente. Una biografia. Un metabolismo. Una mente. Una famiglia. Un lavoro. Un’abitudine. Una cultura. Una giornata. Una notte trascorsa male. Una pausa pranzo consumata in piedi. Una cena attesa per tutta la giornata. Una tavola apparecchiata. Un frigorifero vuoto. Un supermercato. Un prezzo. Una pubblicità. Un’emozione. Un ricordo. Un desiderio. Una scelta….

Ecco perché continuo a pensare che parlare di alimentazione significhi parlare della persona prima ancora che dell’alimento. Proprio questa è la ragione per la quale, questo ottobre, mi ha fatto cambiare leggermente rotta. Non per allontanarmi dal tema che avevo scelto ma per seguirlo fino a dove sarà capace di portarmi. Qualche volta, le strade migliori non sono quelle che avevamo programmato ma quelle che ci invitano a proseguire. Ci ritroviamo venerdì 16 ottobre, sulla strada del pane.

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