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Bacco, Tabacco e …. Fertilità?

“La nascita non è un atto,
è un procedimento ininterrotto.
Lo scopo della vita è di nascere pienamente,
ma la sua tragedia è che la maggior parte di noi
muore prima di essere veramente nato.
Vivere significa nascere ad ogni istante.
La morte si produce quando si cessa di nascere.
Fisiologicamente il nostro sistema cellulare è in stato di nascita…”
(Eric Fromm)

Un bicchiere di vino?

Non ci sono evidenze scientifiche che un moderato consumo di alcol (un bicchiere di vino ripartito tra i pasti principali) interferisca con la fertilità mentre sono ben documentati i danni che il consumo di alcol può determinare in gravidanza, interferendo con lo sviluppo fetale, indipendentemente dalla dose assunta.

Valutare l’effetto preciso dell’alcol sull’infertilità, soprattutto in dosi ben definite, è difficile. Anche perché chi beve “smodatamente” ha spesso altre pessime abitudini alimentari, fuma e complessivamente, ha uno stile di vita che incide negativamente sulla fertilità. Di certo, a dosi elevate, l’alcol interferisce con la regolazione ormonale, nel maschio, sia a livello testicolare sia a livello centrale.

Inoltre, l’alcol sembra aumentare i livelli di estrogeni attraverso un processo di trasformazione (chiamato aromatizzazione dall’enzima aromatasi) degli androgeni in estrogeni.

Nella donna, la cautela deve essere ancora maggiore. Uno studio recente, condotto su donne con un consumo alcolico moderato, ha evidenziato una correlazione significativa tra consumo di alcol e riduzione della fertilità. Questa riduzione è ancora più evidente se si supera la dose di un bicchiere di vino al giorno. Da diversi lavori, a volte anche contraddittori tra di loro, ho provato a trarre un’ indicazione di carattere generale: se si progetta di avere un figlio è certamente prudente non bere. O, comunque, è bene limitare il più possibile il consumo di alcol.

E’ da tener conto che un bicchiere di vino, una birra o un bicchierino di un superalcolico contengono una quantità di alcol pari a 12 g. Sottolineerei, pertanto, l’importanza di comprendere i rischi di infertilità connessi al consumo di alcol ma anche le possibilità di prevenzione e di recupero della fertilità.

Prendiamoci un caffè?

Se siete una vera “caffeinomane” e consumate più di 500 mg di caffeina al giorno (più di 5 tazze di caffè), le possibilità di rimanere incinta diminuiscono e in gravidanza, aumenta la possibilità di un aborto spontaneo. Un consumo moderato, invece, non sembra interferire con le possibilità riproduttive.

Gli scienziati della Nevada School of Medicine hanno realizzato, in quest’ambito, uno studio che correla il consumo di prodotti a base di caffeina e la capacità riproduttiva. La risposta è apparentemente banale e scontata: sì, bere caffè può incidere sulla fertilità qualora si tratti di un consumo smodato.

Tuttavia, i risultati di vari altri studi disponibili sono contrastanti. A voler dare interpretazioni equilibrate: “un consumo moderato, ovvero due tazze di caffè/die, non sembra creare problemi mentre un consumo maggiore pare aumenti il numero di  aborti spontanei, soprattutto quando si superano i 400 mg di caffeina al giorno.

Sigaretta? No, grazie.

Fumare è sempre sconsigliabile ma, in particolare sulla fertilità, i danni del fumo sono davvero pesanti. Nelle donne che fumano più di 10 sigarette al giorno, la menopausa sopravviene, in media, da 1 a 4 anni prima rispetto alle donne che non fumano e questa osservazione suggerisce che il fumo acceleri l’esaurimento degli ovociti.

Inoltre, le fumatrici, sono più soggette agli aborti spontanei, sia nelle gravidanze ottenute naturalmente sia in quelle da fecondazione assistita. Per il maschio, è ben noto che il fumo possa determinare nel tempo deficit erettivi, ma anche deterioramento del liquido seminale.

Gli interferenti endocrini sono sostanze capaci di avere effetti sul metabolismo ormonale, e sugli equilibri degli ormoni sessuali, con conseguenze dannose sul sistema riproduttivo. In questo campo, è bene sottolineare l’azione negativa dell’ additivo BHA (E320), un conservante antiossidante che potrebbe diminuire la fertilità maschile.

Esso è presente in moltissimi alimenti, soprattutto quelli ricchi di grassi, quali patatine, margarine, burro di arachidi, ma anche nella frutta secca sgusciata e nelle gomme da masticare, nelle minestre e nei dadi.

Sarebbe importante disporre di dati sulla popolazione generale che permettano di avere un quadro più chiaro sulla eventuale pericolosità di questo additivo. I perfluoroalchili, o PFAS, sembrano passare, durante la gravidanza, dalle gestanti ai feti di sesso maschile; queste sostanze danneggiano, nell’adulto, la conta spermatica e la motilità degli spermatozoi.

Ma lo stress può essere causa di infertilità?

La relazione tra stress e infertilità è oggetto di discussione da anni ma, ancora oggi, non si è giunti ad una conclusione unanime e definitiva. Le donne con infertilità riportano elevati livelli di ansia e depressione ed è chiaro che l’infertilità possa diventare causa di stress. Meno chiara è la relazione inversa.

È poco probabile che lo stress, da solo, possa spiegare l’infertilità in una coppia, ma, molto probabilmente, può rappresentare un fattore aggiuntivo in grado di peggiorare altre eventuali criticità. In letteratura si trova prova del fatto che una donna con problemi di depressione ha un rischio doppio di avere problemi di fertilità.

Anche l’ansia potrebbe influire, allungando i tempi necessari per rimanere incinta (alcuni studi effettuati su donne sottoposte a percorsi di fecondazione assistita hanno un tasso di successo ridotto rispetto alla media, quando siano presenti queste condizioni). Da un punto di vista concreto, lo stress eccessivo può modificare i livelli ormonali e quindi posticipare o impedire l’ovulazione.


La prossima settimana faremo un cenno romantico all’imminente San Valentino per poi riprendere un argomento da tavola….i derivati del latte

Alimentazione e fertilità

Gli esseri umani non nascono
sempre il giorno in cui
le loro madri li danno alla luce,
ma la vita li costringe
ancora molte volte
a partorirsi da sé.
(Gabriel Garcia Marquez)

Qual è l’alimentazione corretta per favorire l’arrivo della cicogna?

Un’alimentazione corretta dovrebbe stimolare in primis la detossificazione epatica. Il fegato svolge un ruolo importante nel migliorare la fertilità, in virtù della sua azione di detossificazione.

Grazie alla detossificazione epatica, vengono rimossi quei batteri patogeni e quelle tossine che potrebbero compromettere la fertilità a beneficio di un ambiente uterino sano e supportato dal giusto equilibrio ormonale. Quest’ultimo dipende proprio dal buon funzionamento del fegato ed è una condizione necessaria ad una buona capacità riproduttiva.

La dieta Mediterranea

Attraverso un’alimentazione corretta, dobbiamo, inoltre, introdurre cibi ricchi di antiossidanti i quali aiutano a proteggere gli ovociti e gli spermatozoi dai radicali liberi. Degno di menzione è un recente studio che evidenzia come un corretto stile di vita, che comprenda dieta mediterranea e attività fisica regolare, possa migliorare la qualità del liquido seminale nei giovani maschi, anche se nati nelle aree più inquinate d’Italia. La dieta mediterranea è stata valorizzata anche come contrasto alle infiammazioni che riducono il grado di fertilità.

Una dieta vantaggiosa alla fertilità deve, inoltre, migliorare il benessere intestinale e sostenere il microbiota e, di conseguenza, tutto il sistema immunitario. Quest’ultimo ha un ruolo importante nel ridurre gli aborti causati da rigetto durante un eventuale percorso di fecondazione in vitro.

Controllo del peso

Va poi considerato l’aspetto quantitativo, allo scopo di non incrementare il peso ideale, provando, ad esempio, a seguire una dieta moderatamente ipocalorica, con una giusta ripartizione di carboidrati (semplici e complessi), proteine (vegetali ed animali) e grassi (saturi, monoinsaturi e polinsaturi). Occorre preferire alimenti a basso indice glicemico, evitando i cereali raffinati, che stimolano la produzione di insulina, il cui eccesso si ripercuoterebbe negativamente sulla funzionalità delle ovaie.

Con la giusta alimentazione, poi, possiamo attenuare gli stati infiammatori che ostacolerebbero la fertilità. Va sottolineato, in particolare, che assumere quantità controllate di carboidrati mantiene in equilibrio i livelli di glucosio nel sangue e di conseguenza, i livelli di glicemia e insulina. L’insulina è un ormone che stimola la produzione degli estrogeni che solitamente peggiorano gli stati infiammatori del corpo. Riducendo i carboidrati, si abbassano i livelli circolanti di insulina, diminuiscono le infiammazioni e migliora l’equilibrio ormonale. Questo determina una ripresa dell’ovulazione e un conseguente aumento dei tassi di gravidanza. Infine, l’insulino-resistenza è stata correlata a un possibile mancato impianto dell’ ovulo e all’aumento delle percentuali di aborto.

Capitolo a se stante è la celiachia.

Tra i portatori di questa patologia, sei su dieci non sanno di esserne affetti e quindi non adottano, come sarebbe necessario, una dieta priva di glutine. Tra i tanti problemi che questa condizione può causare, se non la si tiene sotto controllo escludendo il glutine dalla propria alimentazione, c’è l’infertilità femminile. E, per le donne che riescono a concepire, vi è comunque un aumento del rischio di aborto spontaneo e di complicazioni ostetriche.

Proteine e gravidanza

Assumere proteine è importante in qualsiasi fase della vita, ma lo è in modo particolare quando si cerca una gravidanza. In quest’ambito un ruolo principe è esercitato dai legumi. Secondo alcuni studi, infatti, si dovrebbe fare attenzione alla provenienza della fonte proteica. Una ricerca, cospicua per casistica, ha evidenziato che le donne nelle quali la maggior parte dell’apporto proteico è di origine animale hanno una probabilità superiore del 39% di essere infertili a causa di problemi legati all’ovulazione. I legumi, inoltre, sono ricchi di ferro, un elemento indispensabile per promuovere la fertilità femminile e maschile. In merito ai macroelementi, poi, occorre privilegiare gli alimenti ricchi di Omega 3, che stimolano la fertilità maschile favorendo una migliore qualità spermatica.

Ma anche nella donna questi acidi grassi hanno un ruolo importante perché non solo aiutano a regolare l’equilibrio ormonale ma facilitano la gravidanza dal momento che aumentano il flusso sanguigno uterino. Oltre al classico salmone, altre fonti di Omega 3 sono il pesce azzurro, l’olio e i semi di lino, la frutta con il guscio (come mandorle, nocciole e noci ) le alghe e i legumi. Nel settore ittico, una segnalazione particolare va fatta per le ostriche che sono ricche di zinco, elemento che aiuta a migliorare sensibilmente la funzionalità ormonale e che ha un ruolo fondamentale nel regolare l’ovulazione.

Sarebbe sempre preferibile scegliere il pesce pescato e non di allevamento. E’ opportuno, anche, non tralasciare i singoli microelementi fondamentali presenti nei cibi. Un ruolo importante, ad esempio, è svolto dall’inositolo, molto utile nella fase dell’ovulazione. Alimenti ricchi di inositolo sono: fagioli, riso, lenticchie, agrumi, noci, semi oleosi e il melone.

Sempre per la prima fase del ciclo, risultano alimenti importanti, perché ricchi di ferro di vitamina C e di vitamina B, i cereali integrali, il pollo, i crostacei, le uova, i latticini, l’agnello, il manzo, le verdure a foglia verde, i kiwi, gli agrumi e i frutti di bosco.

Gli alimenti ricchi di betacarotene come zucca, carote, spinaci, cavoli, patate e albicocche, sono invece utili nella terza fase del ciclo.

Molto importante è l’assunzione della vitamina B9 o acido folico. Essa fa parte delle vitamine idrosolubili, che non possono essere accumulate nell’organismo ma devono essere regolarmente assunte attraverso l’alimentazione. Questa vitamina protegge e agevola lo sviluppo dell’embrione e del sistema nervoso del feto ed è importante iniziare ad assumerla ancor prima della gravidanza.

L’acido folico è presente in grandi quantità nei cereali, nel lievito di birra, nel fegato e nelle verdure a foglia verde, in particolare spinaci, broccoli, rucola, asparagi e lattuga.

Infine è importante non tralasciare nella dieta i sali minerali: magnesio, zinco e selenio aiutano a mantenere il giusto livello ormonale, favoriscono la qualità degli ovociti e la fertilità maschile.

La prossima settimana completeremo il filone “Stile di vita e fertilità”.

Dieta e fertilità

Nasciamo una sola volta,
due non è concesso;
tu, che non sei padrone del tuo domani,
rinvii l’occasione di oggi;
così la vita se ne va nell’attesa,
e ciascuno di noi giunge alla morte senza pace.

(Epicuro)

Vi è un rapporto tra dieta e fertilità?

Certamente. Dieta e fertilità sono collegate.
E’ anche noto che il peso non sia affatto un problema secondario bensì un indicatore importante nel valutare la salute di un individuo. L’obesità influisce su molti aspetti della fertilità sia femminile sia maschile. Riferendoci a quest’ultima, diversi studi hanno dimostrato un’associazione preoccupante tra l’eccesso di peso e, in particolare, la disfunzione erettile.

Evidenze sempre più forti documentano, poi, ripercussioni negative del sovrappeso e dell’obesità sulla qualità del seme maschile concorrendo significativamente ai problemi di infertilità che contraddistinguono circa il 15% delle coppie in età riproduttiva.

Recenti ricerche confermano che le malattie metaboliche (Sindrome metabolica, obesità e, in particolare, diabete mellito) sono presenti in circa il 30% delle coppie con infertilità primaria o secondaria. I fini meccanismi alla base della relazione tra le malattie metaboliche, in particolare il diabete, e l’ipogonadismo rimangono ancora non del tutto noti.

Ciononostante i cambiamenti dello stile di vita quali la dieta, la perdita di peso e l’attività fisica sono essenziali per il miglioramento delle stesse. Ad esempio, per l’ipogonadismo (calo di testosterone), i cambiamenti nello stile di vita migliorano i livelli circolanti di testosterone e attenuano i disturbi legati a questo deficit.

Appare sempre più evidente che obesità, sindrome metabolica, ipogonadismo maschile e rischio cardiovascolare siano tutte condizioni correlate tra loro. Un calo di testosterone, detto appunto “ipogonadismo”, frequente negli uomini sopra i 50 anni, ma sempre più diffuso anche a partire dai 40 anni, è stato associato ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e di disfunzione erettile e infertilità e sono da considerarsi un vero e proprio specchio sullo stato di salute di un paziente.

In questo quadro, la perdita di peso è di certo un fattore importante. Avere un peso nei limiti vuol dire, dunque, avere anche un aumento del livello di testosterone e quindi un miglioramento della funzione sessuale. Una delle ragioni dell’infertilità è collegata al fatto che il grasso sottocutaneo riduce la quota di testosterone nel sangue e di conseguenza altera la qualità del liquido seminale. A livello del tessuto adiposo è presente, in quantità elevata, l’enzima aromatasi responsabile della conversione del testosterone in estrogeno con conseguente aumento del rischio di problemi di erezione.

Anche in ambito femminile, la prima regola d’oro per diminuire il rischio di problemi legati alla fertilità consiste nel mantenere il peso forma. Sia il sottopeso sia il sovrappeso danno vita a seri disturbi ormonali che possono influire sul ciclo mestruale e sull’ovulazione. Statisticamente, dal 30 al 47% delle donne sovrappeso ed obese presenta cicli irregolari così come accade per il 25% delle donne sottopeso.

Soprattutto il sovrappeso (e a maggior ragione, quindi, l’obesità), è il responsabile della difficoltà di ovulazione, del peggioramento della qualità degli ovociti e dell’aumento del rischio di complicazioni dovuto al fenomeno dell’insulinoresistenza.

Quale dieta preferire

Bisogna specificare innanzitutto che, come per tutte le patologie, una dieta perfetta, generalizzabile e valida per tutti (ed estensibile a tutte le donne), non esiste. Esistono, però, dei punti fermi da rispettare come il fatto che la quantità di cibo introdotta deve essere in equilibrio con il consumo effettivo giornaliero richiesto, mentre la qualità degli alimenti dovrebbe essere la più varia possibile.

È importante acquisire una certa consapevolezza riguardo al cibo che mangiamo e allo stile di vita che conduciamo, perché questi fattori influenzano enormemente la nostra capacità riproduttiva. Alcune abitudini radicate, come ad esempio l’assumere molta caffeina, zuccheri o alcol possono alterare il normale equilibrio del nostro organismo ostacolandone le funzioni.

Per l’uomo è consigliabile evitare un eccessivo calore nella zona scrotale (vita sedentaria, molte ore alla guida, uso smoderato di telefonini riposti spesso nella tasca, abiti troppo stretti, tessuti sintetici). Le temperature troppo alte possono danneggiare gli spermatozoi (anche se non in modo permanente), soprattutto se protratte per lunghi periodi. Se per lavoro è necessario stare in ambienti caldi, possono essere utili pause regolari durante le quali uscire all’esterno e, se si passa molto tempo seduti, è consigliabile alzarsi regolarmente.

Se si sceglie la giusta combinazione di alimenti, questa dovrebbe ripulire il corpo dalle tossine e dai radicali liberi che minacciano la capacità riproduttiva. E’ essenziale, pertanto, assumere cibi ricchi di antiossidanti che sono in grado di sostenere la funzione epatica. Inoltre, il cibo dovrebbe fornire le giuste quantità di grassi, necessari alla produzione degli ormoni steroidei e favorire l’equilibrio ormonale supportando la produzione e le funzioni degli stessi ormoni.

Infine, è importante introdurre nella dieta le giuste dosi di vitamine e di sali minerali che favoriscono il processo di fecondazione. L’assunzione di fibre è sempre benefica perché riduce l’eccesso di estrogeni nel corpo e abbassa i livelli di progesterone.

La prossima settimana esamineremo più in dettaglio alcuni particolari, sempre in merito al discorso della fertilità.

La riproduzione

“Io penso di vedere qualcosa di più profondo,
più infinito, più eterno dell’oceano
nell’espressione degli occhi di un bambino piccolo
quando si sveglia alla mattina
e mormora o ride perché vede il sole
splendere sulla sua culla.”

(Vincent Van Gogh)

Buon anno 2023

Ci siamo lasciati alle spalle il 2022 con un articolo celebrativo del giorno della nascita di Gesù Cristo. Riprendo il tema, sia pur in veste laica.

Innanzitutto una curiosità, almeno fino a poco tempo fa, il dato statistico evidenziava che la maggioranza delle nascite avviene tra giugno e inizio ottobre, ovvero, facendo semplici conti, il concepimento si verifica nei precedenti mesi autunnali e invernali.

Questo non perché, o non solo perché, il freddo, le coperte, le vacanze, risultino propizie all’operazione di concepimento. Molto più banalmente, questo accade per una questione di adattamento evolutivo. La riproduzione, per gli esseri umani come per tutti gli esseri viventi del pianeta, è un fatto stagionale.

La stagione degli amori

Certo, non esiste una “stagione degli amori” umana, tuttavia il concepimento avviene in modo più semplice durante le stagioni più fredde con l’obiettivo di far nascere la prole in primavera avanzata o in estate. Questo è il frutto di strategie di adattamento della specie, in virtù del fatto che in tale periodo il clima è migliore, l’ambiente è più accogliente ed anche le risorse a disposizione per il sostentamento della prole sono maggiori.

La stagionalità

C’entra, dunque, la stagionalità, collegata alle ore di luce. Comunque, quello che è stato vero fino a poco tempo fa lo è meno oggi e probabilmente non lo sarà più in futuro. Gli esseri umani stanno perdendo il loro legame con la stagionalità. Il picco delle nascite tra giugno e luglio sta calando in modo drastico negli ultimi decenni e la ragione è la solita: il crescente distacco dal mondo naturale. Una causa su tutte: la luce artificiale.

A voler semplificare, perché la gravidanza abbia successo, occorre che le ovaie femminili siano in grado di produrre un ovulo vitale e che questo possa ridiscendere le tube di Falloppio. A sua volta , il maschio deve essere in grado di eiaculare e di avere uno sperma sufficientemente vitale da risalire le tube di Falloppio. Occorre, poi, che lo spermatozoo e l’ovulo si uniscano, affinché avvenga la fecondazione. A sua volta, l’ovulo fecondato deve potersi impiantare all’interno dell’utero per essere nutrito dall’organismo.

Nello specifico si calcola che il 27% dei giovani italiani fino ai 18 anni presenti problematiche della sfera riproduttiva e sessuale. Invece gli adulti tra i 19 e i 50 anni affetti da patologie andrologiche sono circa il 40%, con una maggiore prevalenza di infertilità e problematiche sessuali.

Sempre da stime ISTAT, si calcola che il 15% delle coppie in età fertile abbia problemi di sterilità. Si sa che nel 30-40% dei casi influiscono i problemi riproduttivi maschili, nel 30-40% quelli femminili. Nella restante percentuale dei casi il problema è di entrambi i partner”. Tra i fattori di rischio più importanti è da citare l’età, l’obesità, lo stress e l’esposizione ad agenti fisici e chimici: tabagismo, alcolismo, sedentarietà.

Ma quanto conta l’età?

Precisiamo che spesso rinviare la maternità è una scelta obbligata, pur sapendo che, con l’aumentare degli anni, la fertilità diminuisce e una gravidanza diventa difficile da ottenere. Da dati aggiornati al 2019, sempre secondo l’Istat, l’età media al parto, nel nostro paese, si è attestata sulla soglia dei 32 anni, 2 anni in più rispetto a quanto accadeva circa 20 anni fa; il 38% delle donne italiane (contro il 51% delle europee) partorisce il primo figlio in un’età compresa tra i 20 e i 29 anni, mentre il 54,1% lo fa tra i 30 e i 39 anni (contro una media Ue del 40,6%). In parallelo, continua a crescere il tasso di fecondità delle ultra 40enni, che arriva così ad eguagliare quello della fascia 20-24 anni.

E’ risaputo che oggi la decisione di posticipare una gravidanza è legata essenzialmente a motivi socio-culturali, economici e lavorativi e i nostri giovani hanno molti problemi in più, rispetto alle generazioni precedenti, dal punto di vista della stabilizzazione’ della loro condizione lavorativo-familiare.

Con queste premesse sovente un figlio rischia di essere visto come un ostacolo aggiuntivo. Purtuttavia, occorre sottolineare che l’età nella quale si cerca la gravidanza si rivela un fattore che influenza profondamente la possibilità di realizzare il desiderio di genitorialità.

Capacità riproduttiva

Infine, la capacità riproduttiva non sempre corrisponde alla percezione che abbiamo di noi stessi e, a riguardo, ci si autoinganna facilmente sul fatto di essere giovani almeno quanto pensiamo di sembrarlo.

Purtroppo, non è sempre così, soprattutto dal punto di vista del potenziale riproduttivo. Da sottolineare, anche, che l’età materna è il più significativo fattore di predizione dei risultati delle tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita), in quanto il numero e la qualità degli ovociti diminuisce con l’aumentare dell’età. Questo porta a minori probabilità di formazione degli embrioni e, soprattutto, di embrioni cosiddetti euploidi, ovvero caratterizzati dalla presenza di un numero di cromosomi nella norma.

Ma per fortuna la natura è dotata di meccanismi potenzialmente perfetti: se l’embrione non ha un numero di cromosomi nella norma, l’impianto, e di conseguenza l’avvio e la prosecuzione della gravidanza, sono molto più difficoltosi e meno probabili. Questo è anche uno dei motivi per cui è più frequente che una donna abortisca a 40 anni che a 25.

Il prossimo venerdì tratteremo l’argomento sotto l’aspetto preventivo, sia come stile di vita sia sotto il profilo nutrizionale.

Buon 2023

Auguri di Buon Anno 2023, frasi belle, originali e divertenti -  Aforisticamente

L’augurio di un anno in cui possa trionfare la bellezza e che noi ci si possa meravigliare a contemplarla.

Che la sana noia sia un patrimonio di tutti, per combattere la competitività invidiosa, l’avidità ansiosa che ci rende obesi sia psicologicamente sia fisicamente.

La dieta promessa consiglia di rileggere la lirica “L’infinito” di Giacomo Leopardi.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Natale

Natale.
Guardo il presepe scolpito, dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno:
ecco i vecchi del villaggio e la stella che risplende, e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo, e sono venti secoli, il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri?
Salvatore Quasimodo

I polacchini in camoscio chiaro erano foderati di lana di pecora. I calzettoni coprivano i polpacci mentre i calzoni si fermavano poco sopra le ginocchia. Rimboccavo il cappottino di cammello alzando il bavero e completavo quella protezione con una sciarpa ben avvolta attorno al collo, in testa un caldo berretto di lana con il suo pon pon.

La mamma, tenendomi per mano, mi guidava nella passeggiata in centro città. L’aria, tersa e pungente, era comunque piacevole; le luci multicolori lampeggiavano in forma di rosoni e di Babbi Natale. I negozi erano tutti addobbati e quelli più “in” davano il benvenuto ai clienti con stuoie rosse di moquettes all’ingresso.

Avevo il naso quasi sempre all’insù a sbirciare le finestre delle case e da alcune di quelle finestre si intravedevano gli alberi di Natale illuminati da decine e decine di candeline accese. E poi, come di sfondo a tutto questo, nell’aria, un profumo intenso a completare quell’incanto: l’aroma inconfondibile dei dolci natalizi sfornati dalle panetterie e dai maestri pasticceri. Che si trattasse di panettoni o degli allora forse meno conosciuti pandori poco cambiava per me. Pregustavo già il sapore della pasta burrosa e tiepida, quel gusto asprigno dei canditi e quello dolce delle uvette che mi avrebbero aspettato sulla tavola natalizia.

Perché allora, al contrario di oggi, almeno a casa mia, il dolce di Natale si mangiava solo il 24 di dicembre, nel grande veglione che precedeva la Notte Santa. Malinconie per un tempo che non c’è più…. Ma ad accomunare passato e presente, ancora oggi, è la passione per il “DOLCE”. Quantomeno in questo, i bambini sono sempre uguali.

Cocktails irresistibili di religiosità e gastronomia, le qualità afrodisiache del dolce sono ben note e giustamente esaltate. Dolce è ancora peccato? Per i diktat estetici sì, i dolci, infatti, sono una bomba calorica.

Tanto per fare un esempio, sulle 100-120 viaggiano i cioccolatini dal ripieno molle e liquoroso che si vendono nei bar in confezione singola. Il cioccolato al latte, poi, fornisce circa 565 calorie per 100 gr. Certamente, anche per gli zuccheri, è bene parlare di “dose giusta” e di limiti particolari per chi ha patologie come il diabete. Sotto il profilo psicologico, occorre sottolineare che è dolce il latte materno e perciò, mentre assaporiamo il nostro bignè, torniamo indietro alla felicità originaria della fusione col corpo che ci ha generato, a quella che Freud ha individuato come la nostra prima esperienza erotica: la fase orale. Mangiare dolci gratifica, rasserena, consola, completa sensazioni piacevoli o allevia quelle di disagio. L’assunzione di zucchero reintegra rapidamente le riserve di energia e questo induce uno stato di calma e di rilassamento.

L’ipoglicemia, al contrario, rende nervosi, irrequieti e aumenta la propensione alla ricerca di cibo. Quando si mangia un dolce, si innesca un meccanismo di rinforzo che attiva la dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto in tutte le sensazioni di piacere. Inoltre, quando mangiamo, si accende anche la memoria di quella determinata sostanza, fenomeno, questo, sempre presente pur variando da persona a persona; l’olfatto e il gusto, infatti, sono sensi primitivi e si sviluppano quindi molto presto nell’infanzia.

Per questo i ricordi legati ai profumi o ai sapori rimangono nella memoria e sono spesso associati non solo alla bontà del cibo ma anche a ciò che esso ha significato per noi. E i dolci significano coccole, affetto, ricompensa…

Fondamento gastronomico e culturale delle grandi feste religiose e della vita personale, nei giorni di Natale il gusto dolce è il più forte legame con la tradizione e con la famiglia. Ma sul significato del dolce, e del gusto dolce, ritorneremo più avanti.

Riprendo, invece, il tema del Natale e della Natività. Dalla tradizione germanica e nordica viene la scelta dei sempreverdi. I Celti ritenevano magica questa tipologia di alberi in grado di rimanere verde anche nel rigore invernale. All’albero di Yule, che potremmo definire l’origine dell’albero di Natale, venivano fatti doni; esso rappresentava la fortuna famigliare ed era simbolo di fertilità. La cultura dell’albero sempreverde era presente anche in ambiente greco-romano. Per i Greci, l’Abete Bianco era il simbolo della dea Artemide, protettrice delle nascite.

Il cristianesimo trasformò il culto pagano dell’albero sovrapponendovi un nuovo significato. Come il Solstizio d’inverno era il Dies Natalis Solis Invicti, così il giorno della nascita di Gesù era il momento di rinascita dell’umanità. In questo nuovo clima culturale lo stesso albero sempreverde, icona di immortalità, diventava l’albero di Cristo trasformato in simbolo di salvezza e di redenzione. Con il Cristianesimo l’albero di Yule smise di essere l’albero del solstizio e del Sole Bambino e diventò l’albero della nascita del Cristo.

Chi vuole un figlio dovrebbe concepirlo in dicembre. Questo, infatti, è il mese in cui i concepimenti registrano poi un più elevato tasso di natalità. È quanto emerge da uno studio condotto da un team di ricercatori americani, presentato in occasione del meeting annuale dell’American Society for Reproductive Medicine a Baltimora. Risulta che, quando le coppie concepiscono a dicembre o gennaio, hanno più probabilità di portare a termine con successo la gravidanza. Questo avviene perché, secondo i ricercatori, le mamme che rimangono incinte in quel periodo sono esposte maggiormente al sole dell’estate nella fase avanzata della gestazione e questo comporterebbe un aumento dei livelli di vitamina D che, a loro volta, favoriscono nascite sane.

Anche il blog celebra le festività natalizie e, nell’augurare anche un buon 2023, ricordo che, con il prossimo numero, affronteremo il capitolo “Dieta e Fecondazione”.

IL LATTE (IV parte)

L’uomo è l’unica creatura che consuma senza produrre.
Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro,
non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli.
E tuttavia è il re di tutti gli animali.

George Orwell

E’ vero che il latte è cancerogeno?

In questo breve articolo esaminerò l’argomento sotto vari punti di vista sapendo, per esperienza, che tutto quanto riguarda la salute, e soprattutto l’alimentazione, merita grande prudenza e un approfondimento corretto.

Riguardo al latte, una precisazione doverosa: nessuna organizzazione internazionale per la Salute ha mai inserito il latte o i latticini nella lista degli alimenti considerati “cancerogeni” come è accaduto, ad esempio, per le carni lavorate.

Detto questo, il contenuto proteico di latte e latticini va comunque considerato e sappiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre organizzazioni internazionali per la lotta ai tumori, sconsigliano fortemente l’abuso di proteine animali nella dieta.

Tornando come sempre al mio “cavallo di battaglia”, nella dieta mediterranea originale, tuttora riconosciuta come modello universalmente valido per una corretta alimentazione, i latticini erano poco presenti. Nei Paesi affacciati sul Mediterraneo, l’allevamento e la pastorizia non erano particolarmente diffusi e si praticava molto di più la pesca. Pertanto, latte e latticini rappresentavano solo una piccola parte dell’alimentazione umana.

Tumori?

Uno studio ormai datato, il China Study, ha dimostrato, ma solo in tests effettuati sui topi, che la caseina presente nel latte può promuovere delle infiammazioni e potrebbe sostenere la crescita del tumore murino. Certo, trasferire questi risultati sugli esseri umani può portare a degli errori di valutazione. Si è spesso tirato in ballo, per questi effetti, anche l’IGF1. Però l’IGF-1 è presente nel latte in minime quantità e va poi precisato che, secondo alcuni studi, l’incremento di questo fattore di crescita, introdotto nell’organismo con il latte, non incide più di quanto potrebbe incidervi il latte materno. Studi puntuali e rigorosi non evidenziano alcun rapporto, ad esempio, tra latte e tumore della prostata. Insomma, usando una metafora giurisprudenziale, possiamo dire che il latte è assolto, perché il fatto non sussiste.

Ad ogni modo, si può dire che dei latticini, come della carne rossa e soprattutto della carne trasformata, non si dovrebbe abusare. Questo è il messaggio che vorrei far passare: latte e latticini non sono assolutamente un veleno, ma è bene non eccedere nel loro consumo.

Parlando delle differenze fra il latte che si beve oggi e quello del passato, cito l’eventuale rischio dovuto ai farmaci impiegati negli allevamenti intensivi. Al riguardo, si potrebbe aprire un discorso molto ampio sui cambiamenti avvenuti negli allevamenti negli ultimi anni. Posso però sostenere con relativa certezza che non ci sono particolari motivi di allarme, in quanto, sul latte prodotto in Italia, vengono eseguiti tutti i controlli possibili riguardo al suo contenuto in farmaci e antibiotici.

Certamente è opportuno fare una doverosa precisazione che, però, sempre per correttezza, andrebbe estesa a quasi tutti i prodotti alimentari (pane, pasta, frutta, verdura, pesce, carne….): è chiaro che il latte che beviamo oggi, proveniente da mucche selezionate per essere grandi produttrici in termini quantitativi, non è lo stesso che bevevano i nostri avi o i pastori di un tempo. Le mucche non sono le stesse del passato, così come sono completamente cambiati i metodi di allevamento e di produzione lattiero-casearia e sono cambiati, inoltre, i tipi di caseina e il loro contenuto percentuale.

In ogni caso, sul fatto che le caratteristiche nutrizionali del latte odierno siano peggiorate, il sospetto rimane. Le selezioni cui sono stati sottoposti gli animali non hanno avuto lo scopo di migliorare la qualità del latte, bensì quello di aumentarne esclusivamente la quantità.

Moderazione

Come sempre, il forte aumento di produzione è andato a scapito della qualità. In conclusione, è sempre fondamentale seguire la regola aurea della moderazione. Come per l’assunzione di qualsiasi altro alimento e per ogni forma di nutrizione, occorre che vi sia varietà e non vi siano eccessi. Seguendo questa semplice regola, un soggetto sano, nelle giuste quantità e scartandone solo un ristretto numero, può assumere qualunque alimento.

Vale quindi, anche per il latte e i suoi derivati, la regola aurea della quantità-qualità. Non esagerare nel loro consumo e preferire latticini di qualità è quindi un consiglio saggio. In sintesi, sarebbe opportuno non fare del consumo di latte un’abitudine quotidiana.

Calcio

Infine è utile ribadire che in tenera età c’è un maggiore fabbisogno di calcio, perché nel bambino si sta strutturando lo scheletro.

Pertanto, allo scopo di ridurre la perdita di questo minerale, dovuta all’effetto delle proteine animali, è utile inserire il consumo di alimenti ad alto contenuto di calcio all’interno di una dieta molto ricca di vegetali. Nell’adulto, questo consumo non è necessario perché il fabbisogno di calcio è minore, salvo che in alcuni stati fisiologici particolari, come ad esempio la gravidanza. Da sfatare, inoltre, la credenza, sbagliata, secondo la quale senza il latte non si possa crescere. Esso non è un veleno, dunque, ma non è neppure un alimento imprescindibile.

Toccasana per le ossa?

Sì ma, dopo lo svezzamento, non è affatto indispensabile per la salute, e fortunatamente, non è l’unica fonte di calcio.

Alimenti ricchi di calcio

Solo a mò di esempio, una fonte di calcio è anche l’acqua, specialmente se ricca di bicarbonato di calcio. Un’altra idea errata è che il consumo di latte provochi una perdita di calcio delle ossa in seguito all’acidificazione del sangue, contribuendo quindi all’insorgenza dell’osteoporosi. Ma in realtà non è provato che esista una relazione di causa-effetto tra il livello di acidità della dieta e la salute delle ossa. E se dovessimo affermare che quando l’acidità aumenta, cresce anche la quota di calcio eliminata attraverso le urine, dovremmo allo stesso tempo dire che, in compenso, viene stimolato il suo assorbimento intestinale. Pertanto, il bilancio totale del calcio non subirebbe modificazioni significative. Su osteoporosi, menopausa, latte e microbiota intestinale, tipi e derivati del latte, ritorneremo più avanti.

La prossima settimana affronteremo il tema alimentazione e fertilità.

IL LATTE (III parte)

“Nella vita tutto consiste nel poter digerire bene.
Così l’artista trova l’ispirazione,
i giovanotti la voglia d’amare,
i pensatori le idee luminose
e tutti quanti la gioia di stare al mondo.”

Guy De Maupassant

Il latte fa bene o male?

L’argomento suscita spesso un acceso dibattito, il più delle volte controverso. Provo a riportare il mio punto di vista riguardo al consumo di latte in età adulta, cercando di “limare” i dubbi e la diffidenza riguardo alla sua presunta nocività.

Dal punto di vista evolutivo, si stima che l’introduzione di questo alimento sia iniziato parallelamente all’addomesticamento degli animali, che, insieme alla coltivazione dei primi cereali, risale a circa diecimila anni fa. Questa rivoluzione nella nutrizione umana ebbe luogo contemporaneamente in diverse zone del mondo. La Mezzaluna fertile, ovvero la valle del Nilo e la Mesopotamia, fu certamente una delle prime aree in cui si verificò questo fondamentale passaggio evolutivo dei nostri antenati che, da raccoglitori e cacciatori, si trasformarono prevalentemente in agricoltori, pastori e allevatori.

L’uomo cominciò, quindi, a consumare il latte degli animali che allevava.

Scene in un fregio che ornava il tempio di Ninhursag, Tell al Ubaid c. 2475 a.C.. Il fregio, mostra quattro uomini e due coppie di vacche e pecore al di fuori di un recinto. I Sumeri consideravano molto importante la mungitura e la trasformazione del latte.

La settimana scorsa abbiamo evidenziato che il latte è il primo alimento con cui veniamo in contatto. Esso ci permette di crescere e, come noi, anche qualunque altro piccolo di mammifero sopravvive proprio perché chi lo ha messo al mondo lo allatta. Il piccolo è, ovviamente, in grado di assorbire e digerire questo nutrimento che lo aiuta a crescere.

Questo, ovviamente, può valere a maggior ragione anche per l’essere umano in età adulta e, infatti, l’essere umano è l’unico mammifero a bere latte anche dopo lo svezzamento. Al contrario, i bambini che nascevano prima che l’uomo diventasse allevatore, non potevano bere latte dopo lo svezzamento semplicemente perché non era un alimento disponibile, eppure crescevano e arrivavano all’età adulta senza particolari carenze. La vita media era più bassa, è vero, ma lo era per altre ragioni, non certamente perché non si beveva il latte.

Tuttavia, se è vero che l’essere umano è l’unico mammifero che beve latte anche dopo lo svezzamento, è pur vero che è l’unico mammifero dotato di mutazioni specifiche, sviluppate nel corso degli ultimi diecimila anni, che permettono di tollerare il lattosio anche in età adulta. In origine, in svariate zone del mondo, dopo il periodo dell’allattamento, gli individui persero la lattasi, l’enzima necessario per digerire il lattosio.

Tuttavia, in altre zone, specialmente nell’emisfero settentrionale, si presentò una mutazione genetica che rese tolleranti al lattosio anche gli adulti. Questo consentì alle popolazioni che vivevano nella parte settentrionale del mondo di continuare a consumare il latte e i suoi derivati anche da adulti, garantendo una fondamentale fornitura di calcio e vitamina D, che non sarebbe stato possibile assimilare diversamente.

In effetti, questa circostanza spiega perché, per le popolazioni del Nord Europa, dove non c’era grande disponibilità di altri alimenti ricchi di questi fondamentali nutrienti, si sarebbero selezionati i soggetti portatori di una così importante caratteristica genetica, pur originariamente dovuta a una mutazione casuale. Dono compensatorio della natura per colmare la carenza di sole? La distribuzione di questa peculiarità genetica in effetti non è omogenea, ma varia considerevolmente fra le etnie e fra i singoli individui. Sta di fatto che, nel Nord Europa, l’incidenza di intolleranti al lattosio è minima, mentre è molto più alta in Asia e in Africa.

Statistiche alla mano, circa il cinquanta per cento degli italiani è geneticamente intollerante al lattosio. Questo dato, allargato su scala mondiale, conferma che l’essere umano, tuttora, è evolutivamente disadattato al consumo di latte, pur restando chiare differenze fra individui e popolazioni diverse.

Il lattosio è uno zucchero che, se assunto da un portatore di intolleranza ad esso, causa problemi legati soprattutto alla sua fermentazione. Esso raggiunge, infatti, i distretti più lontani dell’intestino, fino al colon, dove normalmente non dovrebbe arrivare. In quest’area fermenta, producendo gas e gonfiore, richiamando acqua, e dando origine a conseguenze spiacevoli quali la diarrea osmotica. Queste problematiche sono però legate ai sovraccarichi di lattosio e non a delle piccole quantità. Da sottolineare che la lattasi, l’enzima che scinde il lattosio, è un enzima inducibile.

Pertanto, se un individuo geneticamente tollerante al lattosio smette di bere il latte, diventa fisiologicamente intollerante ad esso perché la produzione di questo enzima si abbassa e diventa insufficiente. Tuttavia, la lattasi si può riattivare consumando il latte in piccole quantità per poi aumentarle progressivamente. Per i soggetti geneticamente intolleranti, invece, la lattasi resta sempre insufficiente e quindi un sovraccarico di lattosio genera problemi.

Sempre per rigore divulgativo, va precisato che l’intolleranza al lattosio non è un’allergia e l’intollerante al lattosio non è obbligato a evitare totalmente latte e latticini. Si tratta di un’intolleranza quantitativa, pertanto è sufficiente evitare gli eccessi, per scongiurare il rischio di reazioni negative.

Oltre a questa eventualità, però, quando si subiscono interventi sul tratto digestivo, si impoverisce la quantità di lattasi a livello di quel tratto e, di conseguenza, la capacità di assumere latte senza problemi può ridursi. Nel periodo post-operatorio, tuttavia, è sufficiente attuare una rieducazione al suo consumo. Per chi perde del tutto la lattasi, o resta a lungo senza consumare latticini, esistono enzimi artificiali che possono essere introdotti per limitare questo problema. Quindi, da questo punto di vista, il latte, di per sé, non fa male e non è necessario eliminarlo dalla dieta.

Spesso si ritiene che l’avanzare dell’età determini un peggioramento della capacità di digerire il latte, ma questa associazione va smentita. Ci sono molti anziani che cenano con pane e latte, non è quindi vero che più si è anziani più il latte fa male. La buona digestione del latte non è legata all’età, bensì all’abitudine al suo consumo.

Un test molto efficace per svelare questa intolleranza è il “breath test”, un approccio rapido e non invasivo che permette una diagnosi certa.

La prossima settimana affronteremo l’argomento latte come potenziale “veleno bianco”.

IL LATTE (II parte)

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi?dimmi:ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Giacomo Leopardi,
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 1831

In questo e nei prossimi articoli, proverò a riportare il mio pensiero, ovviamente soggettivo, su un alimento discusso quale il latte.

Premetto che in medicina non ci sono mai certezze inconfutabili e questo vale, soprattutto, per una scienza giovane come la scienza dell’alimentazione. In merito, ogni conclusione rigorosamente scientifica può essere confutata da nuove prove ed esperimenti. Perciò occorrono studi continui allo scopo di avere maggiori e sempre più intense evidenze. Per ribadire i concetti che seguiranno, mi sono avvalso di riferimenti bibliografici e di considerazioni sull’argomento, espressi da colleghi autorevoli e da specialisti della materia.

Quello di cui parlo è un orientamento personale, il mio intento è solo quello di suggerire. Mi fanno sempre un po’ sorridere le argomentazioni di chi contesta uno specifico alimento sostenendo che esso non abbia più la qualità che lo stesso aveva nel passato. Più di 15 anni fa, credo, al liceo, ho studiato Virgilio e tuttora conservo un trasporto emotivo particolare per l’autore delle Bucoliche e delle Georgiche. Ma bisognerebbe proprio scomodare Virgilio per sostenere che il latte ormai non proviene più da vacche felici che brucano l’erba in pascoli incontaminati? E questo, poi, vale solo per il latte? Non mi piace che si suscitino paure all’unico scopo di screditare qualcosa o solo per trarne profitti illeciti. Le affermazioni estreme preferisco lasciarle agli altri.

Come sostenuto, ormai molti anni fa, dal professor Del Toma, non esiste nessun alimento che abbia l’esclusiva dei nutrienti benefici e perciò, sulla scia di questa considerazione, penso di poter affermare in modo conclusivo che nessun alimento è insostituibile. Tranne il latte e peraltro solo in una fase particolare della nostra vita.

Il latte ha di certo una storia antica, primo alimento che viene assunto alla nascita, è un alleato indispensabile e prezioso. Contiene tutte le sostanze necessarie per una rapida crescita dell’organismo. Certamente, dopo una prima fase, anche il latte, come tutti gli altri alimenti, può soddisfare le esigenze di un’alimentazione completa ed equilibrata solo se non viene assunto in modo esclusivo. E’ fuor di dubbio che qualunque alimentazione monotona arrechi squilibri e carenze. L’unica possibilità di approdare ad un’alimentazione corretta e completa consiste nel ricorrere alla combinazione di alimenti diversi, ciascuno dei quali sia in grado di apportare specifici elementi nutritivi e significativi contributi energetici.

In Italia abbiamo la fortuna di disporre di un’ampia varietà di alimenti frutto di tradizioni alimentari molto varie. Torno a ripetermi: non esiste un alimento ideale e completo. Pertanto, nessun alimento è indispensabile e, in quanto tale, esso può essere sostituito da altri cibi con caratteristiche analoghe.

Partendo da questo presupposto, suggerisco, anzi raccomando, di consumare sempre, ove possibile, una grande varietà di alimenti. E perché no, anche il latte. In epoche lontane, la vacca produceva il latte sufficiente al nutrimento del suo vitello. In seguito l’uomo ha sfruttato a suo vantaggio questa naturale potenzialità.

Il latte vaccino è per definizione il liquido di secrezione della ghiandola mammaria. In esso sono presenti sostanze di filtrazione che provengono dal sangue e altri composti sintetizzati direttamente nel tessuto mammario. Non a caso, si parla di “biologia” del latte e la cellula in cui si forma il latte è secondaria per importanza solo alla cellula foto-sintetica delle piante.

Il latte aiuta anche a comprendere il carattere sostanzialmente differente che i mammiferi hanno rispetto agli altri animali. L’allattamento, da un lato, prolunga il rapporto affettivo tra madre e figlio e, dall’altro, lo rende più comunicativo ed intenso. Il latte dei diversi mammiferi presenta significative differenze, dettate da una logica “naturale”. È prevalentemente “acquoso” come, appunto, quello vaccino o quello materno e questo fa sì che il piccolo possa poppare con una certa frequenza e restando sempre vicino alla madre. Laddove, invece, i neonati siano nascosti in nidi o tane, perché la madre deve allontanarsi in cerca di cibo, l’allattamento diventa necessariamente intermittente e, di conseguenza, il latte deve essere molto più nutriente.

La lattazione è un meccanismo riflesso che si verifica subito dopo il parto, grazie all’intervento degli ormoni prolattina e ossitocina, che stimolano, a loro volta, sia la formazione delle gocce di latte sia, con la contrazione, la sua fuoriuscita. Inoltre, un allattamento continuo con la poppata, stimola la formazione di prolattina, che, inibendo il ciclo ovarico, impedisce una seconda gravidanza.

Pensando anche alle nostre abitudini alimentari, il latte, assunto di sera, favorisce una sensazione di benessere e di calma, azione, questa, che potremmo definire “morfino-simile”.

Mi risulta invece più difficile fornire una spiegazione “scientifica” del vecchio consiglio della nonna di bere il latte con del rhum o del cognac per lenire i disturbi della tosse.

La prossima settimana proverò a spiegare i pro e i contro del latte ma senza integralismi da guerra santa.

IL LATTE

Le tue labbra stillano miele vergine,
o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti

è come il profumo del Libano.
(Cantico dei cantici)

Mia madre, in pantofole, da dietro la finestra, guardava giù in strada per anticipare lo scampanellio del lattaio e permettere a noi che dormivamo di riposare ancora un po’. Così, quando vedeva in lontananza la luce del piccolo “Ape” a 3 ruote, avvolgendosi lo scialle intorno alla testa, scendeva frettolosamente in strada. Il lattaio le restituiva la bottiglia appena riempita e lei gli porgeva la moneta. Poi la corsa in cucina per preparare la colazione.

Al nostro risveglio vedevamo troneggiare in cucina il bottiglione da 3 litri, di colore verde scuro, pieno di un latte denso e cremoso, che concentrava sul collo della bottiglia quasi una sorta di tappo di grasso, che la mamma faceva bollire fino a quando la bollitura non dava vita a un velo increspato sulla superficie…… la panna.

Lo bevevamo gustandone la consistenza, più fluida che liquida, che lasciava sulle labbra i classici “baffi da latte”. Ero diventato quasi un “sommelier” del latte, mi accorgevo che il gusto variava al variare delle stagioni, in relazione al tipo di foraggio con cui si nutrivano le vacche e alle erbe dei pascoli più o meno ricche di sostanze aromatiche. Ripensandoci, nei mesi caldi avvertivo un sentore di erbe di collina mentre, nei mesi invernali, il gusto diventava più asprigno perché, in quella stagione, il cibo delle mucche era il fieno secco.

Poi, con gli anni, vennero i dettami di ordine igienico-sanitario richiesti dai processi industriali: le centrali del latte, il tetrapak, svariati metodi di risanamento e l’omogeneizzazione, con la frantumazione dei globuli di grasso in particelle ancora più piccole, per dare al latte una maggiore digeribilità. Oggi, con il termine “genuino”, non possiamo più intendere il latte appena munto, a meno di non trovarci in una malga. E, allora, come valorizzare il latte senza additivo alcuno e con i suoi principi attivi salvaguardati al massimo in un regime di sicurezza igienica?

Da dietologo “liberale” so che l’alimento perfetto non esiste ma, se proprio dovessi stilare una classifica di merito dei cibi, collocherei al vertice quelli più completi, capaci cioè di assicurare i 3 nutrienti base, proteine, carboidrati e grassi, nelle proporzioni più consone a quelle che dovremmo normalmente assumere.

Innanzitutto, il latte idrata. L’acqua costituisce circa l’87% del latte e in essa sono sospese o disciolte tutta una serie di sostanze che rendono questo alimento importantissimo per l’alimentazione umana.

Ricco di proteine di elevato valore biologico, lattoalbumina e caseina, il latte è particolarmente indicato per la prima colazione dei giovani perché, dopo il digiuno notturno, è fondamentale introdurre la giusta dose di energia e di nutrienti per favorire la concentrazione e migliorare il rendimento.

Rispetto ad altri grassi di origine animale, i grassi contenuti nel latte sono più facilmente digeribili in quanto presenti in forma emulsionata, cioè frazionati in goccioline.

L’omogeneizzazione, trattamento normalmente utilizzato dall’industria per stabilizzare il globulo di grasso ed evitare il suo naturale affioramento, riduce la dimensione dei globuli aumentandone significativamente la superficie di contatto e favorendo così la funzione di vettore del globulo di grasso.

I grassi sono per due terzi di tipo saturo, con un contenuto di colesterolo ridotto (da 14 mg per il latte intero a 8 per quello parzialmente scremato e a 2 mg per quello scremato).

Tra i procedimenti opzionali sottolineerei la scrematura, trattamento effettuato per diminuire la percentuale di grassi nel latte.

Quello intero, in assoluto il più calorico (60 calorie per 100 grammi), ne ha almeno il 3,2%. Questo tipo di latte è consigliato per i bimbi da 1 a 3 anni per via del suo maggiore apporto in vitamine.

Il latte parzialmente scremato contiene grassi, in percentuale, di 1,5-1,8%, e quello magro, più centrifugato, in percentuale inferiore allo 0,3%.

Non è un alimento molto importante dal punto di vista dell’apporto vitaminico, anche se contiene discrete quantità di vitamina B2, B12 e A e, quando aggiunta, di vitamina D. La sua stabilità e conservabilità nel tempo sono questioni da affrontare quando si addiziona il latte con molecole bioattive. Alcuni studi hanno evidenziato che la vitamina D aggiunta a prodotti lattiero-caseari rimane stabile durante la lavorazione e la conservazione.

Un altro latte dietetico rinforzato molto diffuso è quello addizionato con omega 3.

Per quanto riguarda i sali minerali, il calcio è un nutriente essenziale che deve essere assunto giornalmente con gli alimenti e quello ottenuto dal latte è particolarmente facile da assorbire e da utilizzare. Altra importante sostanza nutritiva contenuta nel latte è il fosforo.

Va precisato che in quasi tutti gli alimenti di più largo consumo la quantità di fosforo è superiore alla quantità di calcio, mentre il latte e i prodotti lattiero-caseari sono fra i pochissimi cibi che contengono più calcio che fosforo e svolgono, quindi, un ruolo di riequilibrio in diete che altrimenti sarebbero rachitogene.

Non sono tuttavia da ignorare nemmeno la presenza di microelementi come zinco e selenio   

Ma il latte è un alimento essenziale per gli adulti o un alimento dannoso?

Proverò a dare una mia risposta “immodesta” dalla prossima settimana.