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Gioiosa educazione scolastica

L’entusiasmo è per la vita
quello che la fame è per il cibo.
(Bertrand Russel

Le abitudini alimentari si formano già durante l’infanzia. Gli insegnanti e la scuola assumono un ruolo sempre più importante nell’indicare quelle sbagliate come, ad esempio, la propensione a mangiare sempre le stesse cose o l’avversione costante a un alimento particolare (quasi sempre, per i ragazzi , la verdura).

La collaborazione tra insegnanti e genitori, l’esempio di compagni abituati a “mangiare di tutto”, possono essere contributi efficaci nel valorizzare i giusti comportamenti alimentari. Mangiare a scuola deve essere per il bambino un momento di piacevole convivialità, e occasione di apprendimento e di gioco.

Meglio evitare i “ricatti” del tipo:“se mangi questo, ti darò quest’altro”: i risultati sarebbero scarsi o addirittura controproducenti. Le ricerche sui comportamenti alimentari sono unanimi nel ritenere che l’atteggiamento di quasi tutte le persone nei confronti del cibo dipenda in larga misura dalle scelte fatte a suo tempo dai loro genitori.

Dando ai nostri figli un dolce come premio per un comportamento che abbiamo apprezzato, o rivolgendoci loro con frasi del tipo “sei stato buono allora ti compro un gelato”, rafforziamo il loro desiderio nei confronti di quel cibo. Il rischio è che alcuni alimenti diventino un mezzo per ottenere gratificazione anche nella vita adulta o che vi si ricorra per affrontare momenti di stress o di depressione.

Altro suggerimento: non essere mai troppo rigidi. I genitori che controllano assiduamente ciò che mangiano i loro figli potrebbero ottenere l’effetto opposto e favorire la preferenza per i cibi “proibiti”. Non è neppure il caso di fare un dramma se il bambino salta un pasto o a volte mangia svogliatamente o smette improvvisamente di mangiare un certo cibo.

Accettiamo l’idea che anche nostro figlio possa dire: “questo cibo non mi va”. L’educazione al gusto richiede tempo e pazienza. Ad esempio, offrendo ai piccoli la verdura cruda come antipasto spesso se ne favorisce l’assaggio nel momento di maggior appetito.

Altri espedienti per rendere accetto un alimento: servirlo in modi diversi, o metterne, ogni tanto, piccole quantità nel piatto senza forzarne l’assaggio; meglio ancora, coinvolgere i piccoli nell’acquisto del cibo e nella preparazione del pasto.

I bambini imitano gli atteggiamenti dei genitori nei confronti dell’alimentazione. Proporsi come un buon modello è strategia sempre valida. Non a caso a scuola, quasi sempre, gli stessi bambini smettono di fare storie riguardo a un certo cibo, in quanto esso non è più oggetto del contendere ed è più facile che, in quella sede, passino novità gastronomiche rifiutate in altre circostanze.

Obiettivo di una sana educazione nutrizionale potrebbe essere il riscoprire alcuni alimenti dimenticati (ad esempio cereali del passato quali orzo, miglio, farro) o l’approfondire la conoscenza dei vari tipi di ortaggi e frutta, con riferimento alla stagionalità e alle modalità di coltivazione.

Spesso la mensa scolastica deve barcamenarsi tra ciò che sarebbe bene proporre e ciò che i ragazzi, e con loro i genitori, accettano.

Nella programmazione dei pasti domestici, è necessario tener presente ciò che si mangia nel corso della giornata. Di sera, se il pranzo è consistito in un primo piatto asciutto, è consigliabile proporre un passato di verdure o un piatto di brodo, così come è opportuno alternare le verdure cotte alle crude e farlo cercando di evitare a cena piatti a base di carne se già consumati a mezzogiorno.

Per i genitori è importante sapere cosa il bambino abbia mangiato a scuola e quali ingredienti siano stati usati come condimento, o come sia stato cotto un alimento, per non riproporre le stesse preparazioni la sera, in modo che i due menù forniscano un apporto bilanciato di nutrienti.

UNA DIETA VARIA E NUTRIENTE.

Per quanto riguarda i primi piatti, è meglio privilegiare la pasta corta; i formati lunghi, come gli spaghetti, non risultano molto agevoli per i più piccoli che hanno ancora poca dimestichezza con le posate.

I bambini, generalmente, mostrano di apprezzare il sugo a base di tonno e pomodoro, ma anche un piatto di pasta condito con il solo tonno, e insaporito con un po’ di salvia, risulta spesso gradito.

Passando ai secondi, è bene evitare di restare troppo a lungo ancorati alla “fettina” di carne. Il suggerimento è sempre di differenziare il tipo di alimento. Ad esempio, parlando di carne, è bene variare dal petto di pollo alla braciola di maiale e alla bistecca di vitellone cercando di non annoiare i piccoli commensali.

Può anche essere utile cambiare l’aspetto della solita scaloppina e, in tal caso, condirla con il limone, o sfumarla con l’aceto è sufficiente ad ottenere una variazione semplice ed efficace. Di solito i bambini non amano il pesce e allora, per non limitare l’offerta al solo pesce bianco, oltre alla platessa e al merluzzo, si può proporre loro un branzino al sale (tagliato in liste sottili e senza le lische) o un’orata cotta in padella con un filo d’olio, un rametto di rosmarino e uno spicchio d’aglio (da togliere a fine cottura).

Divertente sarebbe, poi, preparare i piatti con i nostri bambini lasciando ovviamente a loro i compiti più semplici. Cucinando insieme, si possono creare tanti primi piatti gustosi. In questo modo si sentiranno coinvolti e apprenderanno, divertendosi, utili nozioni di cucina. In più, questo piacevole passatempo si tramuta, per il bambino, nel piacere di poter dire: “questo l’ho preparato io!”

La prossima settimana il capitolo scuola e alimentazione coinvolgerà gli adolescenti.

Educare divertendo

Coloro che fanno distinzione fra intrattenimento ed educazione
 forse non sanno che l’educazione deve essere divertente 
e il divertimento deve essere educativo”. 
Marshall Mc Luhan

Per insegnare bisogna emozionare,
molti pensano che se ti diverti non impari.
Maria Montessori

Ho più volte espresso il concetto che il sovrappeso e l’obesità sono un enigma genetico-metabolico  che si intreccia in modo indissolubile con le situazioni comportamentali e ambientali.

Avendo sperimentato più volte a livello professionale  le enormi difficoltà di far calare di peso e soprattutto di far stabilizzare il peso perduto nei confronti degli adulti, ritengo doveroso attuare un progetto di ampio respiro e che preveda una alleanza tra scuola, famiglia e società.

Non più una sporadica e pertanto effimera campagna straordinaria di educazione alimentare.

Reputo sia doveroso un controllo delle informazioni destinate ai consumatori mirando soprattutto ad interventi da rivolgere preferibilmente alle nuove generazioni.  

Del resto già nel lontanissimo 1999 la scuola di Harvard formulò dettagliate raccomandazioni per esortare una corretta comunicazione di novità scientifiche, nel campo della nutrizione e della sicurezza alimentare.

Dal mio umile punta di vista reputo che farebbero bene a leggere e rileggere tali consegne tutti gli “addetti a lavori”, medici, giornalisti, influencer o altri benemeriti “cultori della materia”.

L’obiettivo etico è quello di migliorare il livello di informazione e di comprensione consapevole da parte dei cittadini, onde evitare fraintendimenti frutto di esagerati allarmismi.

Sarebbe utile anche  sforzarsi di non abboccare a promozioni miracolistiche di  millantate e prodigiose diete, alimenti, integratori  effettuate con slogan “esca” frutto di informazioni parziali e non verificate.

Come più volte sottolineato da lustri dal professor Del Toma, occorre attuare un monitoraggio territoriale ed intervenire strategicamente già con le gestanti, negli asili e nelle scuole.

Solo attuando per tempo contromisure efficaci prima che si consolidi uno stile di vita scorretto si può fare efficace prevenzione, non aspettando che l’obesità evolva in un punto spesso di non ritorno.

Fondamentale altresì un dato allarmante: l’errore più grave è nell’innaturale stile di vita dei ragazzi.

Condannati a muoversi in spazi ristretti, a restare seduti per troppe ore sui banchi di scuola o davanti alla televisione, non riescono più a sfrenarsi in quell’attività fisica che ha accompagnato l’infanzia dei nonni ed in misura più ridotta anche quella dei loro genitori.

E se la scuola provasse anche a divertire? E’ risaputo che le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento ed è assodato che si impara meglio quando ci si diverte. “Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari.  Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

Nonostante sia passato qualche lustro, qui di seguito un mio tentativo di mettermi in discussione  da docente “ludico” presso una scuola elementare.


Albus Silente, mago fondente

Oh, ma quanti bambini e ragazzetti mi circondano con grande allegria,
tutti belli, puliti e perfetti, a chiedermi tosto qualche magia.

Io Albus, mago Silente, non mi lascerò certo pregare
e con la mia scienza potente un bel regalo vi vorrò fare.

Ma prima che io vi possa premiare dovete dimostrar di meritare,
cioè, di sapere bene la lezione sulla buona e sana alimentazione.

Invisibile, così, diventerò e in ogni dove vi osserverò.

Uh! Ma guarda quella bambina, con le gote rosse e così bella:
ha riempito una sottile piadina con sette fette di mortadella!

Metto mano, quindi, alla bacchetta e, plik! che sorpresa e che paura
la bimba resta interdetta nel veder la piadina piena di verdura!

Vedi vedi quell’altro bambino, dal sorriso un pò birichino:
ha deciso con incoscienza che della frutta si può far senza.

La mia bacchetta agito qua e là e il gioco è fatto, oplà:
nel suo astuccio il malandrino trova più di un mandarino,
mentre le tasche dei suoi calzoni sono piene d’arance e limoni;

a tavola di corsa si va a sedere ma nei piatti ci son solo pere;
ad aprire il frigo va ora l’allocco, ma … sembra un albero di albicocco;

e non tutto è ancora detto: quante mele nello zainetto,
e giù castagne dall’armadietto! or non ne può più il furbetto

e per evitare altre rogne decide di andarsi a coricare,
ma nel letto ci son mele cotogne: alla frutta si dovrà rassegnare!

Toh, quelle due belle piccine, come si ingozzano di patatine;
e come si rimpinzano quegli altri furfanti con le merendine ai conservanti!

Un incantesimo qui ci vuole: ah! ah! ah! “flipendo”!
dalle risate la pancia mi duole, oh, come mi sto divertendo!

Che faccia ha fatto quella là: aprendo la busta delle patatine
è rimasta come un baccalà, trovandovi fette di zucchine!

E quell’altro ragazzino che ama fare un pò lo gnorri
apre la busta del suo spuntino e dentro trova cavoli e porri!

Insomma, miei cari pargoletti, non son tutte rose e fiori;
ve ne ho fatti di dispetti, ma voi ne fate di tutti i colori!

Una lezioncina vi va data dalla a alla zeta
la dieta dev’essere equilibrata, sana e completa.

Non abbiate, dunque, la testa dura: mangiate pure frutta e verdura,
e non siano per voi come scarafaggi le pietanze a base di ortaggi!

Se così bene vi comporterete il promesso dono riceverete:
poiché bambino anch’io sono stato, plok!, a voi un castello di cioccolato
che in parte è al latte e in parte fondente, parola di Albus Silente!

E ora non mi resta che una parola magica da formulare,  per far meglio il cibo apprezzare:
Vingardium leviosa e di mangiar frutta  e verdura tutta la scuola sarà orgogliosa.

E se i bambini non seguiranno questi consigli,  saranno sempre dei buoni a niente
Ve lo dice il vostro saggio rettore Silente

Giuseppe Piccione e Angelo Bianco


Riprenderemo a fare i seri….con l’educazione scolastica, la prossima settimana

1° Anniversario

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Esattamente un anno fa, precisamente il 10 ottobre 2020, vedeva la luce questo mio blog.

Grazie

Se dopo un anno di articoli, di ricordi, di pensieri, di informazione, di suggerimenti alimentari e di stile di vita sono ancora qui lo devo sicuramente anche a tutti voi. A voi che leggete ogni mia pubblicazione e che costantemente mi dimostrate il vostro interesse commentandomi con partecipate attestazioni d’apprezzamento. Grazie perché questo mi da la forza e l’entusiasmo di continuare.

Naturalmente ringrazio soprattutto quanti mi hanno contattato attraverso questo mio blog e hanno cominciato con me il percorso alimentare LaDietaPromessa.

Per festeggiare questo nostro anniversario non ho pensato a niente di eccezionale ma offrirò volentieri una consulenza alimentare “gratuita” alle prime 3 persone che mi contatteranno attraverso questo indirizzo e-mail: info@ladietapromessa.it.

Ringrazio nuovamente per avermi supportato (e sopportato) in questo primo anno assieme e vi do, come sempre, l’appuntamento al prossimo venerdì per proseguire assieme il nostro percorso.

Un virtuale abbraccio a tutti voi.

Dr. Angelo Bianco

Scuola e colazione

Colui che sa capire una donna, o sa analizzare il genio, o sciogliere il mistero del silenzio,
è anche colui che sa svegliarsi da un sogno bellissimo e poi sedersi a colazione.
(Kahlil Gibran)

La colazione è importante perché aiuta a mettere in moto il corpo
garantendogli il giusto apporto di energia dopo il digiuno notturno.
Ciò non autorizza però a esagerare, e anche per la colazione vale la regola della sobrietà.
(Umberto Veronesi)

L’atmosfera in casa appariva diversa e neppure il sorriso bonario di mia madre riusciva a mutarla. Tutti parevano diventati, all’improvviso, più taciturni. Perfino il gatto di casa sembrava meno tentato dalla pallina legata al filo che gli facevo ondeggiare sul muso quando lo stuzzicavo al gioco.

Le giornate si erano leggermente accorciate. Imbruniva presto e di sera l’aria frizzante suggeriva di uscire con qualcosa sulle spalle. Anche la luce del giorno era cambiata. Piuttosto che accendere i colori sembrava stendere un sottile velo grigio sulle cose e dare a tutto una luce diversa, al punto che neppure il rosso fucsia della buganvillea, che copriva buona parte del muro di confine con il nostro vicino, era più lo stesso.

Strano come tutto fosse cambiato in pochi giorni. Prima il caldo soffocante e le giornate al mare, il rumore delle spiagge affollate e la frenesia della stagione estiva, poi il ritiro, l’acquietarsi, la malinconia del ritorno ai ritmi normali. L’aria non era più segnata dal volo agitato delle rondini e non si udiva più il monotono ronzio delle api che passavano di fiore in fiore. Le foglie delle piante avevano perso il verde brillante capace quasi di riflettere i raggi del sole ed apparivano opache, smorte. Tutto pareva sospeso, quasi in attesa di una calamità imminente.

Di colpo l’indizio che illuminò la mia mente…… era lì, sul letto, perfetto, senza una piega. Di un bel colore blu mare, con il colletto bianco e i bottoni di madreperla, la martingala, e, sui polsini, un nastrino bianco in più. Non più tre ma quattro. Eh sì, quell’anno avrei frequentato la quarta elementare dalle suore di S. Giovanni. Così capii, un po’ amaramente, che presto sarebbe ricominciata la scuola. Le giornate di divertimento al mare, le serate a tirar tardi come gli adulti e il poltrire a letto fino a mattino inoltrato, stavano per finire. Quando pensai a quello che da lì a qualche giorno sarebbe accaduto, sentii tutta la tristezza che fino a quel momento avevo percepito, complice la luce autunnale, nelle cose e nelle persone intorno a me. Ancora una volta mi vennero in soccorso l’abbraccio e le parole rincuoranti di mia madre: “l’estate tornerà, vedrai, e sarà ancora più bella di quella che è appena trascorsa!”.

Poi, come un elisir di felicità, un sorriso, un bacio, una carezza…


Adesso, rivisitando quei ricordi con gli occhi del medico, mi rendo conto di quanto importante fosse la presenza della figura materna, soprattutto in funzione “ansiolitica”, durante la colazione. Colazione preparata con ingredienti sani e genuini posti in tavola con l’attenzione e la cura che solo l’amore di una mamma può dare.

Iniziare la giornata consumando una colazione adeguata, significa, dal punto di vista del metabolismo, andare incontro alle esigenze fondamentali del corpo umano e contribuire ad un sano equilibrio psico-fisico. Molti studi hanno dimostrato come una prima colazione corretta sia in grado di influire positivamente sul tono dell’umore e sulle performances intellettive.

Di mattina, infatti, si ha una migliore capacità di concentrazione e una migliore qualità della memoria. Ecco perché una buona colazione è particolarmente importante per i bambini e gli adolescenti impegnati nell’attività scolastica, attività nella quale è indispensabile poter disporre al meglio delle facoltà cognitive.

Numerosi studi confermano una maggiore presenza di ragazzi obesi tra coloro che saltano la prima colazione e questo implica, necessariamente, una responsabilità educativa da parte dei genitori. Sarebbe bene condividere con i figli il momento del pasto. La presenza dei genitori rafforza il ruolo di guida e protezione che essi hanno nei confronti dei figli e che i figli ben percepiscono. I piccoli, inoltre, possono capire le nostre difficoltà ma non la mancanza di coerenza: essi bocciano la prima colazione “virtuale” che alcuni genitori propongono loro e si affidano alle monetine per gli snack di metà mattina, quando la fame bussa inesorabile.

Costretto dunque a rincorrere per tutta la giornata quel deficit iniziale, l’organismo del bambino perde la capacità di riconoscere in modo corretto la sensazione di fame e sazietà. La prima colazione “ideale” dovrebbe essere un vero e proprio pasto leggero, capace di fornire in media 350-450 calorie, corrispondenti al 20% circa del fabbisogno energetico giornaliero.

Non deve mancare un adeguato apporto di vitamine, sali minerali, grassi e proteine, ma i costituenti principali della colazione devono essere i carboidrati, facili da digerire e da assimilare. Una piccola parte dei carboidrati va assunta in forma di zuccheri semplici (per esempio miele, frutta, marmellata) che danno subito all’organismo energia di pronto impiego, senza produrre scorie. UN FRUTTO FRESCO rende la colazione equilibrata anche dal punto di vista di vitamine, sali minerali, oligoelementi e fibra.

La frutta deve essere di stagione e, lo ripeto, assicura quella quota di zuccheri semplici che, al mattino, aiutano muscoli e cervello a ripartire. Inoltre, essa offre queste sostanze nella forma più sicura sul fronte glicemico. La frutta, inoltre, a fronte di una modesta somministrazione di energia, contiene vitamine e minerali difficilmente reperibili in altri alimenti.

Mangiarla fresca e il più possibile intera, è meglio che non frantumarla, spremerla o frullarla, perché si evita così di perdere le vitamine, i minerali e le fibre e si ottiene un più proficuo effetto di sazietà.

È bene che la parte più consistente della colazione sia costituita da pane, cereali in fiocchi, biscotti secchi, o fette biscottate, che, venendo assorbiti più lentamente, assicurano un rifornimento di energia costante e prolungato nel tempo. Un ruolo di tutto rispetto va attribuito al latte o al suo derivato, lo yogurt.

Fattore Tempo: per i più pigri, per “ottimizzare” il risveglio mattutino, può essere utile apparecchiare la tavola in modo funzionale, magari la sera prima.

La prossima settimana parleremo dell’alimentazione completa giornaliera.

Scuola

Oggi primo giorno di scuola.
Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna!
Mia madre mi condusse questa mattina alla ‘Sezione Baretti’ a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia.
(Edmondo De Amicis, “Cuore”)

Resa dei conti.

Molti di noi pensavano, ormai da tempo, di arrendersi senza opporre la minima resistenza. La minaccia si sentiva nell’aria. Nuovi padroni apparivano all’orizzonte in quell’atmosfera autunnale nella quale un pallido sole ricordava appena la folgorante luminosità dell’estate. E con lui si indebolivano anche le nostre ultime speranze di farla franca. Loro, i nuovi signori, sfacciatamente consci del loro nuovo ruolo sociale si mostravano cordiali tra la folla. E pensare che fino a qualche giorno prima nessuno li avrebbe notati.

Conducevano vita semplice, erano andati, come tutti, al mare, si erano abbronzati, avevano indossato vestiti leggeri per difendersi dal caldo, qualcuno di loro si era fatto persino sorprendere a mangiare l’anguria…. ma ora le condizioni erano cambiate. Con il calendario dalla loro, avevano assunto quell’aria seriosa di chi sa cosa stia per accadere. Nei casi più sfacciati si arrivava alla ostentazione della classica cartellina in similpelle nera, massimo simbolo del nuovo status sociale.

Si erano già incontrati tra di loro nei giorni precedenti per concordare le strategie da seguire. In questa occasione erano stati dotati, dalla “base madre”, di un’arma che avrebbe mietuto numerose vittime tra noi ribelli nel corso dei mesi a venire e che era nota come “il REGISTRO“.

Ci sentivamo deboli, nessuna idea che ci venisse in aiuto, che ci aiutasse a capovolgere le sorti della battaglia. Come sempre, quando qualcuno sta per soccombere, gli sciacalli spuntano fuori e prendono forza. Sparsi in 3 o 4 punti strategici della città, avevano atteso tutta l’estate affacciati, con i loro negozi, le cartolibrerie, su quel fazzoletto di strada che delimitava il loro ambito lavorativo.

Erano loro la punta dell’iceberg che aveva la sua base più consistente nell’editoria scolastica, che a loro volta essi rafforzavano. Da qualche giorno era arrivato il loro momento. Non più vetrine con matite, gomme o quaderni a disegni prestampati da colorare ma esposizione di nuove cartelle, con tracolle, da portare in spalla, di nuovi astucci per penne e cancelleria professionale e poi la comparsa a tutta vetrina di quella tremenda scritta “libri per tutte le classi e scuole”.

Erano venuti allo scoperto! Traditori! Uno in particolare, tra di loro, incuteva quasi timore. Era il più agguerrito. Il più smaliziato di tutti. Ricordo ancora il suo nome, quasi un nome di battaglia: Teneriello.

Gentile d’aspetto e cortese nei modi, agli inizi di settembre, mutava. Come se gli fosse cresciuto il pelo e le sue fattezze fossero divenute quelle del Mangiafuoco di Pinocchio. Non mi sarei stupito se , nelle prime giornata di freddo, gli fosse uscito dalle narici, con il respiro, del fumo nero. Così alla fine avevamo dovuto arrenderci. Addio mattine passate a letto senza l’incubo della sveglia. Addio pomeriggi passati a giocare a pallone o al mare. Addio serate di corse in bicicletta. Si doveva sottostare alle regole inflessibili della grande matrigna: la SCUOLA.


Purtuttavia, ora, da “vecchio”, il mio punta di vista è cambiato. A scuola non si deve andare per passare il tempo. La scuola non è solo sacrificio, perseveranza, applicazione, ma anche entusiasmo, fascinazione e coinvolgimento emotivo. I ragazzi hanno bisogno di regole e limiti da rispettare e di spazi per discutere e riflettere.

Il principio di ogni sforzo educativo si basa sull’esempio e la scuola, anche se fondamentale al riguardo è il ruolo della famiglia, ha un compito importantissimo da assolvere. Uno studio approfondito, condotto dall’università dell’Illinois, sottolinea l’importanza dei momenti legati alla condivisione dei pasti in famiglia. Questi effetti positivi sarebbero legati al rispetto del rito del pasto, al tempo dedicato alla conversazione durante il consumo del cibo e all’essersi, pur momentaneamente, staccati da fonti di distrazione come i computer, la Tv e i telefonini.

In passato si predicava l’importanza del tenersi al corrente delle cose del mondo mentre oggi, anche i pionieri del mondo digitale, mettono in guardia dal rischio di un eccesso di stimoli in questo senso, stimoli di cui i nostri ragazzi, troppo spesso, sono vittime.

C’è però il pericolo che un eccesso di ansia legato alla scuola non faccia vivere l’esperienza scolastica in maniera serena, determinando anzi una forte avversione ad essa e appannando la naturale tendenza dei giovani alla crescita e all’emancipazione.

Nella eventuale cura di questi disturbi non è certo il caso di usare i farmaci allopatici. A questo fine ci viene incontro la floriterapia, specialmente se l’ansia blocca emotivamente lo scolaro. Un rientro sereno a scuola può essere facilitato anche dai rimedi floreali australiani.

Certo, passare dallo svago estivo ai banchi di scuola non è facilissimo, e per alcuni può essere un disagio che genera stress, paure e insicurezze. Si manifesta la fatica di fare i compiti, di stare seduti, fermi e attenti, per ore e ore. Subentra la paura delle interrogazioni, il dover sottostare agli obblighi degli orari e la necessità di provare a socializzare con nuovi compagni.

  • A stemperare questi disagi ci viene in aiuto Dog Rose, un fiore che aiuta soprattutto a rafforzare la fiducia in se stessi.
  • L’essenza floreale Crowea placa gli stati d’animo in subbuglio infondendo calma interiore.
  • Bottlebrush è, invece, il fiore più indicato per superare ogni tipo di cambiamento. Con esso diventa più facile l’accogliere e l’aprirsi a nuove esperienze.
  • Se invece diventa arduo concentrarsi, e la mente vaga in altre direzioni, il rimedio più adatto è Sundew, il fiore del radicamento che permette di focalizzare i dettagli.
  • Laddove la difficoltà a concentrarsi e a prestare attenzione fosse causata da una vivace iperattività, aiuta a trovare i giusti ritmi Black Eyed Susan.
  • Il problema è legato all’assimilazione di nuove nozioni? Allora ci viene in soccorso Paw Paw la cui essenza favorisce l’integrazione e l’apprendimento delle tante nuove nozioni ricevute.

La prossima settimana si continua…con la scuola.

Vino (terza parte)

Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia,
un buon libro, un buon amico.
(Molière)


La vita è troppo breve per bere vini mediocri.
(Johann Wolfgang von Goethe)


Provo a chiosare il discorso sul vino con considerazioni, spero, di buon senso.

Come sostiene l’illustre professor Del Toma, per il dietologo cultore della materia nessun cibo è tabù. Però, allora, fatta questa premessa, essendo l’alcol un prodotto molto particolare, per non incorrere in alcun rischio, si dovrebbe evitare di consumarlo del tutto. Non sarò certo io a proporre di tornare a un nuovo Proibizionismo, ma è importante che si promuova una campagna di informazione, mirata soprattutto ai giovani che sono i più esposti a riguardo, volta a non minimizzare i rischi connessi al
consumo di alcolici e che evidenzi che non ci sono valori soglia sicuri.

Per gli adulti amanti del buon vino (reo confesso) non rimane che prendere con filosofia gli ultimi lavori della ricerca medica che suggeriscono che in materia di alcol non esiste il rischio zero, a meno di non essere astemi. Allora occorre scegliere con cura cosa bere e quanto bere, non negarsi, quindi, questa forma di piacere ma farlo tenendo ben presenti i rischi.

Sin dalle origini, il grande valore simbolico del vino ha fatto sì che il suo consumo avvenisse prevalentemente in compagnia. Nell’antica Grecia, il simposio (dal greco σύν «con» e πόσις «bevanda») indicava la riunione degli amici che, dopo la cena, si dedicavano al bere vino e al colloquiare.

Platone, fra gli altri, è una delle voci che più ci ha permesso di comprendere l’importanza del vino, nei momenti di convivialità, nell’Antica Grecia.

Il vino è sempre stato al centro delle occasioni sociali. Oggi, naturalmente, il suo consumo è molto diverso da quello di 2500 anni fa, ma non è venuto meno il senso di comunità che spesso si produce fra le persone che scelgono di bere in compagnia un buon calice. Si tratta di un elemento importante, in particolare nella nostra cultura, in grado di incidere in modo positivo sulla qualità della vita in termini di emozioni, interessi e, appunto, socialità.

Il vino non è solo un alimento importante del nostro patrimonio agroalimentare ma è anche, in dosi moderate, una componente specifica della dieta mediterranea, modello alimentare universalmente apprezzato, che considera le bevande alcoliche una parte integrante del pasto. E i nostri contadini di un tempo, magari inconsciamente, piuttosto che concentrarsi su un solo alimento o sul vino ne “‘diluivano’ l’uso adottando, nel complesso, delle sane abitudini alimentari.

Da dietologo, non amo. sottovalutare la componente edonistica del nutrirsi e concedo di bere il vino a chi piace, indipendentemente dalle virtù terapeutiche di questa bevanda, virtù probabilmente troppo infatizzate (antiossidanti quali resveratrolo, quercetina ed epicatechina). Il vino non è né una medicina né un alimento necessario alla dieta per cui ritengo imprudente raccomandare di consumarlo regolarmente solo perché ricco di antiossidanti.

Ma, perché negarlo, purché di buona qualità, a piccole dosi, ai pasti, a coloro per i quali sorseggiarlo e assaporarlo lentamente è un piacere? Ovviamente in questo caso occorre attenersi al buon senso prima ancora che alle regole. Tutti sappiamo che, in un’economia di mercato, la pubblicità è l’anima del commercio, oltre che fonte di cospicuo reddito per i mass media, ma sarebbe da irresponsabili pubblicizzare i potenziali piccoli pregi del vino (le basi scientifiche restano fragili) provando a trasformare quasi in un farmaco, una bevanda voluttuaria il cui uso non è certamente privo di pericoli, specie per chi è portato ad abusarne.

Per un adulto sano il punto è sempre il solito: nessun alimento fa bene o male in quanto tale ma a seconda della dose e di come si inserirà nel contesto alimentare dell’intera giornata. Il sodalizio dell’uomo con il vino è talmente antico e universale che non sarebbero (come nel caso delle sigarette) avvisi “terroristici” sull’ etichetta ad incrinarlo. Del resto è indiscutibile il suo ruolo di “lubrificante” sociale, capace di aiutare a rompere il ghiaccio e favorire la socialità, favorendo una sensazione di rilassamento, miglioramento dell’umore e piacere sensoriale.

Dal mio punto di vista, è molto importante far crescere la consapevolezza dei pericoli collegati al suo consumo in modo che, soprattutto chi si trovi a partecipare a occasioni sociali possa tenere comportamenti idonei.

Pertanto se si sceglie di bere una bevanda alcolica è importante avere un atteggiamento consapevole e orientato a un consumo responsabile.

Riepilogando: per gli astemi, i ragazzi, le donne in gravidanza, gli obesi, i malati di fegato o di altre patologie gravi, in particolari situazioni (il lavoro, la guida) e fasi della vita (la gravidanza) il problema non si pone: tutte queste categorie non possono e non devono bere alcolici.

Anche gli anziani sono particolarmente vulnerabili. L’organismo invecchiando diventa più sensibile all’effetto dell’alcol e fatica maggiormente a metabolizzarlo. La minore efficienza psicofisica può inoltre esporre l’individuo anziano ad un maggior rischio di infortuni e a turbe del sonno.

Chi beve di più in Italia? dal primo al terzo grafico vediamo un intensificarsi del rischio: da un comportamento a rischio alla dipendenza dall’alcol, alcune regioni italiane sono più in evidenza di altre.

Cosa significa bere responsabilmente? Premesso che non esiste un consumo di alcol sicuro per la salute, il problema sta nella definizione della dose.

Qual è la nostra capacità di reggere gli alcolici? Troppe sono le variabili: capacità individuale, peso corporeo, sesso (le donne lo sopportano meno), l’essere o meno a stomaco pieno e il tipo di bevanda consumata, tutti fattori che possono generare, a parità di grammi di alcol assunti, una ben diversa concentrazione della sostanza nel sangue. Ancora, l’alcolemia non è costante con il passare delle ore, ma presenta un picco massimo, non individuabile con precisione assoluta: in generale esso si registra 30-45
minuti dopo l’ingestione, se avvenuta a stomaco vuoto, 60-90 minuti dopo se l’assunzione è coincisa con un pasto.

Alla luce di tutte queste premesse, ritengo di non poter essere accusato di eccesso di buonismo se, in certe circostanze e a particolari soggetti, permetto 2 bicchieri di vino al giorno, se il consumatore è di sesso maschile, 1 al giorno se di sesso femminile (non mi si tacci però di maschilismo!).

La prossima settimana debutto con un nuovo filone a puntate: la scuola

Alcol e i giovani

A volte pensavo al fegato,
ma lui non parlava mai,
non diceva mai:
“Smettila, tu stai ammazzando me e io ammazzerò te!”
Se avessimo il fegato parlante
non avremmo bisogno degli Alcolisti Anonimi.
Charles Bukowski

Era lì, in bella mostra, nel mobile della Tv, e la sua elegante confezione lo distingueva in modo netto dal resto della compagnia, in verità, alquanto anonima. Non ne ricordo né il nome, né il profumo e neppure il sapore. Ma non riuscirò mai a dimenticare il suo colore, glicine, colore che da allora non sopporto.

Tutto era iniziato a casa dei miei zii di Roma. Da piccolo, infatti, prima dell’inizio della scuola, trascorrevo d’abitudine due o tre settimane di settembre da loro, nella capitale. Erano pieni di premure per me.

Zia Jolanda, la sorella di mio padre, mi viziava oltre misura e mi teneva sempre con sé, quando faceva la spesa, durante le faccende domestiche, in ogni momento della giornata.

Zio Enrico, il marito, spesso assente per lavoro, quando rientrava, per stanco che fosse, era sempre pronto a giocare con me. E non era raro uscire con lui, a tarda sera, con la sua Lancia Appia grigio scuro, per andare a prendere un gelato in centro. Era un uomo colto e pieno di interessi, prova ne erano le sue annotazioni culturali, sulla storia e sulle bellezze di Roma, ad ogni angolo di strada, vicolo o piazza che si attraversasse.

Completavano la famiglia le mie due cugine, Sara e Gloria. Con Sara, più grande, era difficile legare, mentre con Gloria, di soli due anni più giovane me, c’era molta complicità. Mi aveva fatto conoscere molti dei suoi amici nel quartiere e, dopo pranzo, andavamo spesso insieme ai giardini del rione. Ebbene, il mio incontro con quel nettare del colore del glicine avvenne proprio lì, a casa dei miei zii. L’occasione fu una cena con amici nella quale non mancò il tocco finale………il liquore.

Nettare dolcissimo. Amore al primo sorso. A noi piccoli, però, era consentito solo un piccolo assaggio. Per quella sera tutto fini lì. Ma quella bottiglia faceva su di me l’effetto del canto delle sirene su di Ulisse nel suo viaggio di ritorno a Itaca. Dopo quella occasione feci in modo di passare sempre più spesso davanti a quella bottiglia che calamitava così tanto la mia attenzione.

E, infine, un giorno che per qualche ora fui lasciato a casa da solo, accadde l’inevitabile. Ero troppo piccolo per resistere alla tentazione e così mi lasciai andare a qualche piccolo assaggio. Di certo esagerai perché, all’ improvviso, fui preso da una fortissima nausea.

Gli zii, rientrati, non riuscivano a spiegarsi come mai non avessi voglia di guardare la Tv quella sera…..Le vacanze poi finirono e la sola cosa che mi rese accettabile lasciare i miei cari parenti fu la certezza che non mi sarei più trovato di fronte a quella bottiglia del colore del glicine.

Sono passati molti anni e, ora, l’esperienza mi suggerisce di affermare che non conviene ricorrere al proibizionismo come forma di prevenzione e dissuasione dal consumo di alcol. L’ideale sarebbe cercare di educare alla salute già nell’età scolastica, adottando programmi di facile comprensione, e ricorrere a campagne di comunicazione e di sensibilizzazione al problema della alcoldipendenza.

Oltre che informare, lo scopo fondamentale è quello di far presenti i tabù sociali, alla stregua di quanto accade in Nord Europa, dove mettersi al volante dopo aver bevuto più di una birra o di un bicchiere di vino è ritenuto un atto grave, di cui vergognarsi, ed è considerato reato.

Spesso il consumo di alcol avviene fuori dai pasti. Cresce l’abuso tra i giovani che purtroppo hanno scarsa conoscenza dei rischi. E’ risaputo che l’adolescenza è un periodo di grandi sconvolgimenti ormonali, fisici ed emotivi, di passaggio dall’essere bambini al mondo degli adulti. E proprio in questo periodo della vita, per i giovani, è fondamentale essere parte di un gruppo.

Il che significa abbracciare tutte le scelte e le mode che il gruppo impone, anche quelle che poi così corrette e così sane non sono. E tra le mode, o meglio, tra le cattive abitudini diffuse in adolescenza c’è l’eccessivo consumo di alcol.

I giovani sono molto vulnerabili, sia per la loro ridotta capacità di metabolizzare l’alcol sia perché il consumo eccessivo può causare un rallentamento dello sviluppo mentale ed emotivo. Non a caso l’Oms raccomanda la totale astensione dall’ alcol fino ai 15 anni stabilendo che nessuno, in quella fascia di età, dovrebbe essere sollecitato all’uso, anche moderato, di bevande alcoliche.

Premesso che non esiste un consumo di alcol benefico, in generale, personalmente, sottolineo che i giovani sotto i 18 anni non dovrebbero bere affatto, lo stesso vale per coloro che si mettono alla guida, o assumono farmaci, e per le donne in gravidanza o in fase di allattamento.

La fascia tra i 16 e i 18 anni è probabilmente la più esposta, perché da una parte non è tutelata dalla legge come i ragazzi più giovani (sotto i 16 anni esiste il divieto di somministrazione di bevande alcoliche), dall’altra non possiede ancora in modo completo né la capacità di metabolizzare l’alcol, né la maturità necessaria per affrontare responsabilmente il consumo di bevande alcoliche.

È quindi particolarmente importante far nascere e crescere nei giovani una cultura del consumo di alcol legata ad uno stile di vita sano e corretto e a valori positivi di socialità e convivialità.

Non va tralasciato nemmeno l’aspetto dell’ambito familiare, il primo luogo di acquisizione dei giusti comportamenti. In una famiglia in cui si beva in maniera moderata, durante i pasti, o per festeggiare un’occasione particolare, i figli tenderanno più difficilmente ad associare il consumo di alcolici a comportamenti trasgressivi o scorretti e senza controllo.

Anche a casa, tra i messaggi educativi che si trasmettono ai figli, dovrebbe sempre essere presente un’adeguata conoscenza dell’alcol e delle bevande che lo contengono e la consapevolezza degli effetti negativi che un eventuale consumo inadeguato dello stesso può provocare a se stessi e agli altri.

Mi ripeto: cercare di dissuadere un adolescente dall’accostarsi all’alcol attraverso la proibizione a consumarlo è inutile e può diventare controproducente. L’età adolescenziale, infatti, è, di per se, caratterizzata dalla tendenza ad atteggiamenti critici e, più in generale, alla ribellione, oltre che dalla naturale ricerca dei propri limiti.

L’unica possibilità per tenere i giovani al riparo dal rischio dell’eccesso di consumo di alcol è quella di stimolare in loro un’adeguata consapevolezza del limite che separa l’uso dell’alcol dal suo abuso, e la conseguente capacità di comportarsi in modo corretto a riguardo.

La prossima settimana completeremo l’argomento “alcol”

VINO

Il vino è simile all’uomo:
non si saprà mai fino a che punto
lo si può stimare o disprezzare,
amare e odiare,
né di quante azioni sublimi
o atti delittuosi è capace.

(Charles Baudelaire)

L’uomo deve al vino
il fatto di essere il solo animale
a bere senza sete.

(Plinio il Vecchio)

E alla fine Bacco trionfava. Al colmo dell’estasi, tra fiumi di vino e corpi avvinghiati in danze sfrenate, si consumavano i riti orgiastici in onore del dio pagano che gli antichi romani amavano più di ogni altro.

Così, se la letteratura classica greco-latina collega il nettare degli Dei alla sfrenatezza dei costumi e a comportamenti lascivi, la tradizione popolare più recente ci riporta l’immagine bucolica di dolci riunioni campestri, con uomini e donne in convivio, tra canti e balli, calzoni e gonne tirate sopra le ginocchia, ad alternarsi nella pigiatura delle uve ai ritmi antichi dettati dalla Natura.

E l’uomo, non più solo predatore dei beni del creato, si riconosce egli stesso parte della Natura, dispensatore di linfa vitale, alchimista in cerca della pietra filosofale non più per creare l’oro, metallo che, se pur di per se nobile, è, al tempo stesso, simbolo dell’ingordigia umana, ma alla ricerca di quell’essenza donataci da Madre Natura che trova nelle cure del contadino il suo compimento e quasi una manifestazione del divino esistere: il vino.

Il vino è esclusivamente la bevanda risultante dalla fermentazione alcolica, completa o parziale, dell’uva fresca, pigiata o non, oppure del mosto di uva.

Bevanda antichissima del bacino del Mediterraneo, veniva prescritto già da Ippocrate nel IV secolo A. C. per la cura delle ferite e come bevanda nutriente, antipiretica, purgante e diuretica. L’Italia, già ai tempi della antica Grecia, era un paese con una straordinaria vocazione alla viticoltura, al punto da essere chiamata, dai greci stessi, Enotria, ovvero terra del vino.

Il vino, soprattutto il vino rosso, è una componente fondamentale della dieta mediterranea. È un “alimento” che accompagna spesso i nostri piatti, e che ne esalta i sapori. La dieta mediterranea non è solo un preciso programma dietetico, ma un vero e proprio stile di vita! E, come detto, questo modello nutrizionale prevede anche un consumo di moderate quantità di vino durante i pasti.

E’ vero che bere vino favorisce l’obesità?

Si dice che il vino faccia ingrassare. Non è così o, non sempre e, se questo accade, il nesso tra le due cose è indiretto. Infatti le calorie introdotte con il vino vengono utilizzate per prime e di conseguenza l’organismo economizza quelle fornite dai glucidi e dai lipidi che si depositano sotto forma di grassi di riserva”.

Fatta questa premessa, è paradossale sostenere anche che accada il contrario. Quella del consumare alcolici per dimagrire è una sciocchezza che circola in rete. Altra particolarità: c’è un nesso fra le cellule nervose che regolano la fame e le bevande alcoliche.

Un grammo di alcool fornisce 7 calorie: più calorie di un grammo di zuccheri e proteine, che ne forniscono 4, e meno di un grammo di grassi che ne fornisce 9. Le calorie fornite dall’alcol non sono paragonabili a quelle degli altri nutrienti, quali zuccheri, proteine e grassi, in quanto non utilizzabili per il lavoro muscolare: l’alcol infatti impedisce l’assimilazione dello zucchero, che è la “benzina” del muscolo.

Ribadisco che un bicchiere medio di un vino che contenga, ad esempio, 12 grammi di alcol è una componente non indifferente nell’introito calorico giornaliero. È facile calcolare che un semplice bicchiere ai pasti (a pranzo e a cena) determina l’introito di oltre 5.040 chilocalorie al mese (facendo 7 kcal x12 grammi x 2 bicchieri x 30 giorni) . In alcuni casi si possono raggiungere e superare le circa 7.000 chilocalorie, che si traducono in un incremento di un chilogrammo di peso, se non smaltite con adeguato esercizio fisico.

In più, sono calorie «vuote», inutili per l’organismo, in quanto non legate a proprietà nutrienti (come nel caso di proteine, grassi e carboidrati) ed in quanto tali van dosate con cautela. Quindi, che qualcuno possa consigliare di bere per dimagrire, lascia, francamente, alquanto perplessi.

E’ risaputo che il sovrappeso si combatte con stili di vita salutari che prevedano una restrizione calorica e un incremento del dispendio energetico quale quello derivante dall’esercizio fisico. Tra l’altro, come dimostrato da svariate ricerche, più si beve, più aumenta il rischio che il passo successivo sia rappresentato da un accresciuto consumo di cibo.

Bere con moderazione, per il piacere che la cosa comporta, è una cosa fine a se stessa. Ritenere o, peggio, sostenere che giovi alla salute, dimenticando i tanti problemi causati dall’alcol, non favorisce le scelte ponderate che la scienza ha il coraggio di incoraggiare riguardo al suo consumo.

Tutti sappiamo che mangiare o bere qualcosa di gradito crea nell’ organismo una sensazione e che, proprio nel caso del vino, il suo consumo, abbinato a certi alimenti e piatti, esalta il sapore di questi ultimi. E’ una sensazione dovuta al rilascio di endorfine nel nostro organismo. Le endorfine ci rilassano e, nel caso di un pasto, accrescono la sensazione del piacere conviviale.

Per tutto quanto ho detto fin qui, va dunque precisato che il consumo di alcol non dovrebbe mai essere promosso come un modo per migliorare la salute, dato che gli effetti dannosi sono parecchi appena si ecceda la dose ridotta consentita. Quelli che vengono ritenuti i suoi effetti benefici (resveratrolo) se consumato in dosi moderate possono essere facilmente vanificati e, al contrario, comportare rischi per la salute in caso di consumo eccessivo.

E dopo questo Cin-Cin riprenderemo l’argomento la prossima settimana.

La vendemmia

Sono i giorni più belli dell’anno.
Vendemmiare, sfogliare,
torchiare non sono neanche lavori;
caldo non fa più, freddo non ancora;
c’è qualche nuvola chiara,
si mangia il coniglio con la polenta
e si va per funghi.

Cesare Pavese

Quando è tempo di vendemmia,
ti aiutano zii e nipoti.
Quando è tempo di pulizia e potatura,
non si vedono né zii né nipoti.

Proverbio calabrese

Ebbene sì, lo ammetto. Anch’io ho vendemmiato ai tempi della mia fanciullezza!

Ricordo la terra rossa della mia amata Puglia e mi incanto a rivivere quei vecchi ricordi e quei tempi in cui eravamo felici senza saperlo! Quante memorie! Tanta fatica e tanto amore.

E le frise col pomodoro durante la breve pausa….tutte cose che mi fanno pensare a come ci si sia allontanati dalle vecchie e buone abitudini di una volta.

I contadini ci insegnavano che l’alzarsi presto, all’alba, era salutare per la mente. Facevano un’abbondante colazione (ora si sa che in questo modo i carboidrati si smaltiscono prima e danno più energia) e la frugalità del loro pasto non appesantiva lo stomaco in previsione del lavoro.

Era il momento del cambio di stagione e l’allegria dell’estate si trasferiva nelle campagne per la vendemmia. Il frutto della fatica di un intero anno era finalmente maturo per essere raccolto e trasformato in mosto.

Chi non ha, tra i propri ricordi di bambino, quello della gioia che si respirava nei campi in quei giorni di fine estate? Chi non rivive, passando accanto ai filari, scrigni di una ricchezza antica come l’uomo, i riti iniziatici della raccolta dell’uva e della sua trasformazione in vino?

Oggi l’alchimia tradizionale del contadino si è trasformata in vinificazione scientifica, fatta di strumenti di precisione e tecnologie del freddo. Ma la magia resta immutata.

La vendemmia, l’atto sublime della raccolta del frutto dopo tanta cura: un momento di comunione di intenti, l’occasione per ritrovarsi, un lavoro corale che termina con una festa a cui tutti partecipano.

Quante emozioni e quanto entusiasmo, quanta soddisfazione! Quanta felicità quando iniziava la vendemmia ! Ricordo i detti ricchi di saggezza popolare: se l’estate era stata asciutta, calda e poco piovosa, la vendemmia iniziava già verso la fine di agosto, mentre veniva spostata verso la metà di settembre se era stata più umida e fresca.

Per dirla col poeta…..: “Ma per le vie del borgo tra il ribollir dei tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar...”. San Martino di Giosuè Carducci ci riporta al momento conclusivo della vendemmia, quando l’impegno di un intero anno si completava in pochi giorni di faticoso lavoro che vedeva tutti coinvolti, ognuno con un suo compito particolare. Momento di massima espressione della laboriosità dei contadini a degno coronamento di un lungo, faticoso e paziente lavoro nei campi. Era una festa dal fascino unico, incorniciata da danze e baldorie.

Ricordo con il cuore pieno di nostalgia, e ignaro della confusione della vita di oggi, quel contatto così particolare con la natura con i tralci che brillavano sotto il cielo autunnale. Si percorrevano i filari tagliando via i grappoli alla base, tutto accadeva in allegria e la natura pareva condividere questo stato d’animo regalando stupende giornate di sole. Era senza dubbio, nella vita contadina, il momento di maggiore coralità, perché le persone impegnate nella raccolta erano tantissime.

Al tramonto tornavano in paese trascinando carrelli colmi di grappoli e, finita la raccolta, tutta l’uva veniva portata nelle cantine attrezzate per la successiva lavorazione che iniziava con la pigiatura. Le chiacchiere di paese avevano trovato per qualche giorno uno spazio privilegiato sotto i filari. La tradizione della vendemmia manuale si conserva ancora oggi, nonostante l’avvento della meccanizzazione.

In teoria dovrebbe assicurare una migliore qualità del prodotto, specialmente quando si seguono scrupolosamente i consigli del passato, ad esempio di effettuarla in due-tre tempi, per raccogliere solo i grappoli veramente maturi e, al loro interno, solo gli acini di un grappolo con determinate caratteristiche.

Si partiva di buon mattino con forbici, secchi, recipienti vari. L’aria era fresca. I pampini delle viti, coperti di rugiada, davano fastidio sulle gambe nude. Spesso le trame dei ragni, tese da una vite all’altra, si appiccicavano al viso. I più anziani, con un cappello di paglia a falda larga per difendersi dal sole, controllavano con severità che nessuno schiacciasse gli acini! Qualche volta incutevano un po’ di timore e, a noi profani, apparivano sempre un po’ troppo zelanti.

Pensandoci ora, capisco le ragioni di questa “sorveglianza”: una delle maggiori attenzioni che si deve avere durante la vendemmia è infatti quella di portare in cantina uve integre, senza chicchi spaccati o schiacciati. Questo perché appena un chicco si rompe, specialmente se la stagione è calda, iniziano dei processi fermentativi in un ambiente inadatto (carrello da vendemmia) che creeranno dei problemi al momento della vinificazione vera e propria.

Ogni ruolo era ben definito: le donne, soprattutto le più anziane, con il capo coperto da un ampio fazzoletto, rallegravano la vendemmia con i loro canti. E riempivano i cesti che poi gli uomini svuotavano in recipienti più grandi da trasportare a spalle sui carri.

Le casse piene venivano poi trasferite al palmento di fiducia. Ricordo i volti degli uomini, rossi per il vino e per il caldo, ma quanta allegria per il lavoro portato a termine, e anche quanta fatica traspariva dai loro visi abbronzati.

La giornata giungeva al termine e, nonostante la stanchezza, sembrava che non ne avessero abbastanza e che si fermassero di malavoglia. Nel palmento l’uva veniva pigiata da decine di piedi prima della messa a dimora per la fermentazione e il giorno successivo il resto dell’uva pigiata veniva pressata dentro i torchi. Una volta completata la seconda spremitura, la pasta residua, ormai secca, ma preziosa per le sue proprietà fertilizzanti, veniva sparsa sui campi.

La pigiatura era a volte anche un premio che gli adulti concedevano a noi piccoli, soprattutto la sera, quando l’odore vellutato e asprigno dell’uva si spargeva per tutto il paese e il poter “ballare” sull’uva era per noi bambini motivo di festa e di divertimento.

Perfino le ragazze si lasciavano convincere a pigiare l’uva nei tini a piedi nudi, perché i vecchi dicevano che “il vino fa le gambe belle”.

La prossima settimana assaggeremo il vino.

La cura dell’uva

La volpe delle volpi.
Una vera volpe chiama acerba non solo l’uva che non può raggiungere,
ma anche quella che ha raggiunto e portato via agli altri.

Friedrich Nietzsche.

Diceva un giorno il pero all’uva;
«Oh, disgraziata, tu morirai schiacciata!
L’uva rispose; «È vero: ma all’uom che mi calpesta fo poi girar la testa.

L. Carrier

La strada veniva chiusa con cassette di legno e le mogli aiutavano i mariti a trasportare i cesti di frutta che poi venivano messi in bella mostra sopra i banchi. Intorno le stadere a completare l’arredo. Le bancarelle si arricchivano di mille sfumature di colore, chicchi che andavano dal giallo al verdognolo, passando per il rosso intenso che quasi arrivava al nero. Ma erano rappresentati anche toni rosso rubino con riflessi violacei, ed il tutto a formare grappoli più o meno alati, corti o lunghi, spargoli o ad acini fitti, cilindrici, conici, piramidali.

L’uva conserva, intatti, il fascino e la simbologia antica, ed è protagonista di un vero e proprio rituale depurativo noto come “cura dell’uva”. Già dal secolo scorso era molto in voga fra i nobili dedicarsi alla cura dell’uva (Traubenkur) e, in una zona corrispondente all’attuale Alto Garda Trentino, questa abitudine non è mai tramontata.

“Nullam prius sacra vite severis arborem” è il millenario motto di Orazio che conserva tuttora la sua validità.

Un’alimentazione a prevalente apporto di alimenti di origine animale e povera di frutta e verdura espone l’organismo ad un aumento di acidità che gli acidi organici contenuti nell’uva tendono invece a regolare, riducendo anche i processi di fermentazione intestinale e favorendo la depurazione.

La cura

Una delle principali indicazioni terapeutiche della cura dell’uva è dovuta alla sua ricchezza in acidi organici: malico, citrico, tartarico, glicolico. Questi acidi, oltre a donare all’uva un gradevole sapore acidulo, entrano nel processo, vitale per l’organismo umano, di regolazione dell’equilibrio acido-base. In particolare, l’acido tartarico contrasta i radicali liberi responsabili dell’invecchiamento mentre il glicolico rende la pelle liscia e compatta.

Il mese più adatto per questa pratica è ovviamente settembre, grazie alla grande varietà di uva disponibile in quel periodo. Per i seguaci più rigorosi dell’ampeloterapia la cura consiste nel consumare quasi esclusivamente uva.

La pratica più diffusa prevede che, per tre giorni di seguito, si mangino esclusivamente acini d’uva per un massimo totale di 2 Kg ripartiti nei tre pasti principali. Il consumo deve essere progressivo e accompagnato dall’assunzione di quantità abbondanti di liquidi, circa1.5 litri di acqua oligominerale e/o tisane non zuccherate, a piacere.

Si parte il primo giorno con 500 g d’uva, il secondo si sale a 1 Kg, il terzo si arriva a 2 Kg. L’uva deve essere appena colta e ben matura. E’ meglio utilizzare l’uva da vino piuttosto che quella da tavola, ben lavata ma senza togliere quel prezioso e sottile rivestimento ceroso, la pruina, ricco di enzimi e lieviti preziosi. E’ sempre preferibile il consumo della bacca d’uva intera, con buccia, polpa e vinaccioli, perché, come già ribadito, ciascuna componente è portatrice di salutari principi nutritivi.

Sebbene il sapore amarognolo e astringente dei semi d’uva non sia gradevole, i vinaccioli dovrebbero essere masticati accuratamente, magari assieme ad una piccola porzione di pane, preferibilmente un po’ raffermo. Questo facilita l’assorbimento degli acidi grassi polinsaturi in essi contenuti, preziosissimi per la loro azione protettiva del sistema cardiovascolare. Per coloro che non tollerano l’azione della lignina, dei vinaccioli e dell’emicellulosa della buccia, si raccomanda l’assunzione del succo, sempre nei modi e tempi descritti.

Da tenere in considerazione che un Kg di uva dà lo stesso contributo energetico di 700 g di succo fresco d’uva, ovvero 620 Kcalorie. Mi ripeto: l’uva è uno scrigno di sali minerali, soprattutto magnesio, potassio e ferro. Contiene molti tannini (ad azione astringente, antinfiammatoria ed antiossidante) e un flavonoide, la quercetina. Soprattutto la varietà rossa è fonte privilegiata di polifenoli e del potente antiossidante resveratrolo, che, tra l’altro, fortifica il sistema immunitario e protegge dal fotoinvecchiamento. Dal canto loro, gli antocianosidi racchiusi negli acini fungono da angioprotettori diminuendo la permeabilità dei capillari e aumentandone la resistenza.

L’ampeloterapia non è un regime dimagrante in senso stretto. Essa riduce piuttosto il carico di tossine, permette agli organi emuntori di svolgere la funzione depurativa in modo più efficiente, aiutando di riflesso il metabolismo e favorendo il drenaggio di liquidi. Praticata, come di norma, per brevissimi periodi, può aiutare a smaltire anche 1-2 Kg di peso. Tuttavia non si tratta di una perdita di grasso ma di liquidi.

Personalmente ritengo, però, che, anche se seguita solo per pochi giorni, questa pratica non sia affatto salutare, e non solo per i diabetici, proprio perché contiene zuccheri semplici in abbondanza. Altre varianti prevedono che si mangi almeno un Kg di uva al giorno, per 2 giorni a settimana e per tre settimane consecutive. Altre versioni ancora più prolungate di questa dieta consentono di inserire anche altri tipi di alimenti quali i cereali integrali, i latti vegetali, minestroni non amidacei e tagli magri di pesce o carne. L’uva rimane comunque il pilastro dell’alimentazione giornaliera.

In tal caso, se non si è diabetici, e sempre per un periodo circoscritto, nulla osta ad una dieta con uva a colazione e negli spuntini giornalieri……pasta o riso a pranzo, pesce o carne a cena, verdure sia cotte sia crude e un buon olio evo. Ma in questo caso, perché no, anche olio di vinacciolo.

Arrivederci alla prossima settimana: si va a vendemmiar.