Pianeta Donna

Una mamma è come un albero grande che tutti i suoi frutti ti dà: per quanti gliene domandi, sempre uno ne troverà. Ti dà il frutto, il fiore, la foglia, per te di tutto si spoglia; anche i rami si taglierà. Una mamma è come un albero grande.

Una mamma è come il mare. Non c’è tesoro che non nasconda. Continuamente con l’onda ti culla e ti viene a baciare. Con la ferita più profonda non potrai farla sanguinare: subito ritorna ad azzurreggiare. Una mamma è come il mare.

Una mamma è questo mistero. Tutto comprende, tutto perdona, tutto soffre, tutto dona, non coglie fiore per la tua corona. Puoi passare da lei come straniero, poi calpestarla in tutta la persona: ti dirà: “Buon cammin, bel cavaliero!”. Una mamma è questo mistero.

“Che cos’è una mamma”.
Francesco Pastonchi

Nel contesto del blog, ho deciso di affrontare un argomento vasto, il Pianete Donna, con particolare riguardo alle differenze di genere sotto il profilo medico e nutrizionale.

So già che l’argomento è per certi versi “spinoso”. Ma è una sfida che, a lungo meditata, proverò ad affrontare con particolare impegno.

Cercherò di essere preciso e documentato sotto vari punti di vista, da quello della ricerca a quello delle mutate condizioni sociali e della qualità della vita. Lo scopo è quello di evidenziare, ovunque si rivelino decisive, tutte le peculiarità femminili in qualunque contesto vengano considerate.

Mi piace esordire recuperando una riflessione “onirica”.

Il mattino era appena iniziato ma il sole riscaldava già l’aria e lo sentivo bene mentre pedalavo veloce lungo la strada che dalla casa di campagna dei miei genitori portava al paese. Il frinire delle cicale, fortissimo, sovrastava perfino il cigolio delle ruote della mia sgangherata, e per me troppo grande, bicicletta.

Guardavo il mare azzurro e la sua superficie increspata per le improvvise folate di vento. Dall’altra parte, le finestre delle case che si spalancavano al nuovo giorno mentre qualche radio diffondeva le musiche di una estate ormai agli sgoccioli e i banchi fuori dai negozi venivano riempiti di oggetti e souvenir colorati nella speranza di catturare, un’ ultima volta, l’attenzione dei pochi turisti rimasti.

Mi avvicinavo alla meta. Pedalavo e sudavo, ma i miei 12 anni non mi facevano certo pesare la fatica. Così, in compagnia di quel mare azzurro nel quale si specchiava, limpido, un cielo affollato di gabbiani, arrivavo a casa dei nonni. Al cancello, Musetto, un bastardino di media taglia e di colore grigio, si affrettava ad annunciare la mia presenza mentre, dalla finestra della cucina, mia nonna chiamava la zia Lucia perché mi venisse ad aprire.

Il latte era appena munto e le uova erano fresche di giornata. Una seconda colazione, arricchita da qualche fetta di pane casereccio e frutta di stagione, mi consentiva di ritemprare in men che non si dica il corpo e lo spirito. Era il tempo della spensieratezza. Le strade non erano trafficate e i miei genitori mi permettevano di andare a salutare i nonni anche fin verso l’imbrunire.

Le vacanze erano finite e la mia famiglia era tornata nella casa in paese a poca distanza da quella dei nonni. Certo, c’erano i compiti da fare, ma, a dovere compiuto, continuavo ad andare a trovarli. Una sera, però, qualcosa turbò l’atmosfera di quel mio piccolo paradiso.

Una vicina di casa dei nonni aveva avuto il settimo figlio. Era una donna matura, di circa quarant’anni, una quindicina in meno della nonna. I nonni erano andati a farle visita. Tornarono che le stelle brillavano in cielo e le galline si erano già appollaiate da tempo. Io e zia Lucia eravamo in cucina ma ancora non avevamo mangiato. Entrarono a viso basso, la nonna sottobraccio al nonno, tutti e due pensierosi. Sedettero senza dire una parola, a cena l’aria era pesante, regnava il silenzio…

Io non osavo parlare, nonostante la nonna ogni tanto mi sorridesse in modo bonario e, in un modo o nell’ altro, la serata trascorse finché alla fine mi ritirai nella camera che solitamente occupavo quando andavo a trovarli. Quella notte, però, non riuscivo a dormire. Tutto intorno era tranquillo. Anche le cicale avevano, finalmente, deciso di riposare. Ma un brusio sommesso al di là della parete a capo del mio letto mi incuriosì. A piedi scalzi uscii nel corridoio, cercando di non far cigolare la porta della camera. Il filtrare della luce sul pavimento indicava l’origine di quel brusio.

Avvicinai cautamente l’orecchio alla porta. A parlare era soprattutto il nonno: “ma lei è più giovane di te di 15 anni. La menopausa non è una tua colpa”. E’ la normalità per le donne e poi quattro figli sono una bella eredità che lasciamo al mondo”. Avevo capito cosa intristiva la nonna. Si sentiva vecchia. Solo una cosa mi sfuggiva: chi era Menopausa?

Non è una malattia, bensì un evento fisiologico. Compare nella vita di ogni donna, come la pubertà e come, per molte, la gravidanza. Tuttavia, “provocata” da una società fondata sui falsi miti della giovinezza e della bellezza, può rappresentare, nei soggetti più fragili, un handicap sociale.

Avremo modo di discutere dell’argomento, assieme ad altri, altrettanto pertinenti, dalla prossima settimana.

Il Vino (seconda parte)

“Il vino eleva l’anima e i pensieri,
e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo”
Pindaro

Vino è storia, costume, business, piacevolezza, moda e tendenza.

Può essere un complemento dell’alimentazione o solo un veicolo di piacere?

Si può conciliare gusto e salute?

Provo a far passare un messaggio responsabile di salute pubblica, cercando di contrastare le fake news che pervadono la cultura corrente e la società. Evito di proporre scorciatoie interpretative di grande impatto emozionale e perciò persuasive. Ammetto di concedermi un bicchiere di vino in compagnia. Riprendo un concetto espresso sul blog già un anno fa che chiosava il pensiero dell’illustre professor Del Toma secondo il quale nessun cibo di per sé è tabù.

Precisazione doverosa: vino, birra e superalcolici non contengono soltanto alcol. Ecco perché spesso, specie in base a dati di laboratorio e a modelli di sperimentazione animale, si è ipotizzato che proprio il contenuto di altri componenti, soprattutto polifenoli, altamente antiossidanti, possa svolgere un ruolo non secondario nel determinare gli effetti favorevoli di un moderato consumo di alcolici.

Bianco o rosso? Resveratrolo, acido caffeico, tirosolo, idrossitirosolo…. Nuove evidenze di una cultura salutistica enologica? Uno dei temi più complessi per la moderna dietologia è la relazione che può intercorrere tra consumo moderato di alcol e salute. E’ opinione condivisa, da parte della comunità scientifica, che le persone sane, che includono nel loro stile di vita un consumo moderato di bevande alcoliche, possano ottenere alcuni benefici per la salute. Questo, tuttavia, contrasta con quanto sostenuto da alcune Organizzazioni Internazionali quali IARC, OMS, che considerano queste abitudini potenzialmente pericolose.

Occorre molta cautela nell’interpretare risultati in base ai quali si fanno osservazioni del tipo: “per livelli di consumo pari a 1-2 drink al giorno per gli uomini e di uno solo per le donne, (valori quindi lievemente più bassi di quelli prima citati, che definiscono i limiti del cosiddetto “consumo moderato” per i Larn) la mortalità generale è sensibilmente ridotta (in media del 20% circa rispetto a quella rilevata tra gli astemi). Come si sa, il metodo scientifico è fatto di tesi, esperimenti, ma anche confutazioni e verifiche di veridicità precedenti che poi possono venire smentite.

Si tratta pur sempre di studi di epidemiologia osservazionale. Ovvero, anche se condotti in modo rigoroso e analizzati secondo le più adeguate tecniche statistiche, non consentono di documentare relazioni causa-effetto. Questo vale, ovviamente, sia per gli effetti positivi sia per quelli negativi. Non si può quindi escludere che gli effetti rilevati in alcuni studi (positivi o negativi che siano) dipendano dalla presenza di “fattori confondenti” non noti, che ne impediscono l’immissione nel modello statistico. Risultati e distorsioni, quindi difficoltà di interpretazione delle ricerche. Ad esempio, se si comparano categorie di bevitori moderati e di non bevitori, può essere che, a differenza dei bevitori, i non bevitori siano meno attivi fisicamente e più sovrappeso.

A supporto di questa interpretazione, esiste uno studio nel quale si è osservato che le persone che già soffrivano di una malattia cronica in tenera età avevano alte probabilità di non consumare alcolici negli anni successivi. In tal caso il confronto introdurrebbe una distorsione o, in gergo statistico, “bias” che porterebbe a sottostimare l’effetto dell’alcol. Altra correlazione tra le più difficili da verificare è quella tra alcol e sovrappeso e obesità. Parrebbe che le dosi moderate di alcol abbiano un effetto neutro o, al più , benefico. Negativo, ovviamente, l’impatto delle alte dosi.

Ulteriori metanalisi non permettono di trarre conclusioni definitive (spesso i dati sono anche limitati a causa del numero di partecipanti e della durata delle osservazioni) come è accaduto negli studi in merito al rapporto tra alcol (ovviamente i dubbi persistono laddove si parla solo di dosi moderate) e sensibilità all’insulina.

Sempre ipotizzando il nesso di causalità, qualora il consumo di alcol si mantenesse nei limiti fissati dall’European Code Against Cancer, ovvero 20 g/die per gli uomini e 10 g/die per le donne, pare che si eviterebbe il 90% dei tumori e delle morti per cancro alcol-associate negli uomini e il 50% nelle donne.

La moderazione nel consumo di alcol diventa perciò una priorità a livello mondiale.

Un altro fattore che rende meno probabile l’associazione tra consumo moderato di alcol e tumori è legato al fenomeno dell’“under-reporting”, cioè la possibilità, molto frequente, che chi beve in eccesso tenda a riferire, in sede di questionari, consumi inferiori alla realtà.

A voler tirare le somme: chi è astemio non deve essere incoraggiato ad assumere bevande alcoliche, così come l’assunzione di alcol deve essere scoraggiata in bambini, adolescenti, donne in gravidanza, durante l’allattamento e, naturalmente, nelle persone che stanno seguendo o hanno completato un percorso di disassuefazione; Da scoraggiare assolutamente il fenomeno del “binge drinking”, la cui modalità ne amplifica la tossicità, a maggior ragione in età adolescenziale, considerando che fino a 18 anni i sistemi enzimatici per “digerire” l’alcol non si sono ancora formati.

Certo, con estrema onestà, parlando di prevenzione primaria, qualunque sia il livello di consumo, “less is better”. E, se si vuole fare prevenzione del cancro, non bere è la scelta migliore. A voler essere rigorosi, non esiste un livello sicuro di alcol. Solo il consumo zero non è pericoloso. Ma bisogna, come sempre, fare una valutazione del rapporto rischi-benefici.

Provo a dare due risposte, una semplice e una articolata, alla domanda: “Il vino può far male alla salute anche in minime dosi?“.

Dal punto di vista prettamente numerico e fisiologico, purtroppo sì. E da questo punto di vista, il binomio “vino e salute” è improponibile. Ma è risaputo che potrebbe far bene su altri piani, molto elusivi, però, e complessi da dimostrare. Ma per chi beve con moderazione, il piano fisiologico non è tutto.

Al riguardo cito ciò che in modo, anche provocatorio, afferma lo statistico Sir David Spiegelhalter, professore a Cambridge: “Visto il piacere associato ad un consumo sobrio e moderato, affermare che non esiste un livello “sicuro” non sembra essere un argomento a favore dell’astensione. Anche guidare non è mai sicuro al 100%, non per questo si raccomanda di evitare di guidare“. A ben riflettere, non esiste uno standard di vita sicura, chiosa il professore. Ma nessuno raccomanda di non vivere.

Il mio punto di vista, lo ripeto, non vuole essere di parte, avventato o dogmatico, pur provenendo io da una civiltà contadina che da sempre (in maniera erronea) ha considerato il vino come alimento “che dà forza e ti ripara dal clima freddo” ed avendo da sempre enfatizzato il modello di dieta mediterranea che celebra la moderazione e tutela il vino come elemento culturale.

Mi piace far parte della dietologia “dal volto umano” (umanistica?).

Non consiglio ma permetto di bere vino, se il consumo spontaneo è gradito. A quel punto suggerisco di bere responsabilmente…meno e meglio. Puntando sul vino di valore, da degustare, ma sempre con moderazione.

A voler completare, da sobrio, il mio pensiero, senza timor di smentita posso affermare che di certo bere un bicchiere di vino, magari saltuariamente, ai pasti principali,  non influisce sulla longevità di un soggetto adulto e sano. Tuttavia, sempre entro i confini della morigeratezza, esso può dare un contributo di serenità, migliorando il gusto e la socialità. Del mangiar bene. Del vivere bene.

Dalla prossima settimana si cambia registro: conto di proporre una serie di articoli incentrati sul pianeta donna.

Vino

Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua
può piacere o vivere a lungo.
Orazio

Riflessioni storiche e sociali sul vino.

Precisazione doverosa: per integrare quanto ho scritto a riguardo, mi sono avvalso di una attenta rilettura dei sapienti articoli di Enzo Bianchi e di quelli, incisivi e didascalici, di Marino Niola.

La sacralità del vino: dall’alimento alla convivialità.

Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea proprio con il vino. Nella Bibbia si narra il mito di Noè, che, sopravvissuto alla catastrofe del diluvio universale, per primo, piantò e coltivò la vigna. La tavola eucaristica è un luogo di accoglienza di tutti, un luogo di inclusione. Gesù ha affidato al pane e al vino, simboli semplici, il ricordo di sé. “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.

Per il Sacramento dell’Eucaristia, può essere usato solo vino spremuto da uve mature. Da sempre la Chiesa prescrive che, prima della Consacrazione, il celebrante aggiunga al vino “una piccolissima” quantità di acqua. Il Concilio di Trento (1545-1562) sostiene categoricamente la dottrina per cui essa acquisisce le proprietà del vino. In accordo con la sentenza e il parere di tutti gli ecclesiastici, quell’acqua, dunque, si converte in vino. A voler chiosare si potrebbe sostenere che, in origine, “Doc” era acronimo di “Denominazione d’origine Consacrata”.

Quindi, con il pane, l’elemento più basilare dell’alimentazione, viene condiviso il vino, gioia e consolazione che contraddistingue ogni comunione umana. Del resto, persino l’Islam, che proibisce ai credenti l’uso del vino, profetizza che nell’aldilà si berrà comunque vino raffinato.

Metafora del dialogo raffinato, finanche di tipo erotico, nel Cantico dei Cantici, il vino viene paragonato a baci e carezze.

Richiami storici: “Cenai con un piccolo pezzo di fragrante focaccia, ma bevvi avidamente un’anfora (un buon bicchiere…) di vino; ora l’amata cetra tocco con dolcezza e canto amore alla mia tenera fanciulla”. Anacreonte, 500 a.C

Il potere di-vino lega Gesù ai riti dionisiaci. Un tempo si asseriva che “chi beve vino è civile, chi non ne beve è barbaro“. Infatti il vino lo aveva portato Dioniso, dio dell’ebbrezza e del fermento vitale.

La storia della viticultura italiana è millenaria. Non a caso l’Italia si chiamava Enotria Tellus, terra del vino. Prodotto della terra, del lavoro faticoso e paziente della cultura dell’uomo, il vino non è necessario per vivere, anzi, si può vivere benissimo senza berlo. Però, bere insieme un bicchiere di vino, è un efficace tentativo di consolazione e un antidoto alla solitudine. Il segreto è il senso della misura e l’esercitarsi a una rigorosa disciplina per gustarlo con intelligenza. Con il vino si impara ad ascoltare, a intervenire nella conversazione conviviale e a vivere il momento del pasto senza imbarbarimenti, mettendo da parte tablets e telefonini, e lasciando spazio alle buone maniere. Se è vero che siamo quello che mangiamo è anche vero che il come mangiamo ha una grande importanza.

E allora la dietologia narrativa deve prevedere anche una specie di “ critica della degustazione pura” (…Kant si rivolta nella tomba) , ovvero una bevuta seria tra amici.

Continuando nelle citazioni: “Soltanto una cosa è più triste dell’uomo che mangia solo; ed è l’uomo che beve solo. Un uomo che mangia da solo somiglia a un animale alla mangiatoia. Ma un uomo che beve da solo, somiglia a un suicida”. Emilio Cecchi

Infine, la degustazione può essere intesa come lettura intellettuale del vino, ben sapendo che il vino non si legge ma si beve. Pertanto, non credo sia necessario tradurre “Savoir reconnaître e savourer une bonne bouteille, c’est une marque de civilisation et de culture, comme de savoir apprécier una bon livre ou une belle statue”. Pierre Poupon, Nouvelles pensées d’un dégustateur.

Domanda: vi può essere un punto di incontro tra vino e salute?. Una convergenza, in nome del buon senso e di una corretta interpretazione delle evidenze scientifiche, trova, nella Dieta mediterranea e nei consumi moderati, degli alleati preziosi del prodotto enologico. il vino è parte della Dieta mediterranea, è espressione della nostra cultura, dei nostri territori e, soprattutto, del nostro stile di vita. Il vino in Italia non è solo una bevanda alcolica, è parte integrante di un modello mediterraneo che è l’antitesi dell’approccio compulsivo.

Personalmente sarei favorevole ad un miglioramento dell’etichettatura delle bevande alcoliche che includesse anche informazioni sulla quantità in grammi di alcol e zucchero, nonché il numero di calorie. Ad esempio, alcune linee guida europee, estremamente rigide, raccomandano, addirittura, di assumere non più di 25 g di zuccheri liberi al giorno, nel caso di un adulto con un fabbisogno calorico da 2000 Kcal. Questa quantità equivale a due bicchieri di medie dimensioni di vini tra i più dolci.

A titolo di promemoria, riporto la scala della dolcezza dei vini:

vini secchi 0-10 g/l
vini abboccati 10-30 g/l
vini amabili 30-50 g/l
vini dolci 50-180 g/l (fino ad oltre 250 g/l per i passiti molto concentrati),

Per gli spumanti valgono le diciture tradizionali derivate dagli Champagne, recepite dalla normativa europea.

Pas dosé: < 3g/l Dosaggio zero inferiore a 3g/l, ovvero lo spumante non ha subito aggiunta di zucchero dopo la presa di spuma
Extra-brut: compreso tra 0 e 6 g/l
Brut: <12 g/l
Extra-dry: compreso tra 12 e 20 g/l
Dry (Secco): compreso tra 17 e 35 g/l
Demi sec (Abboccato): compreso tra 33 e 50 g/l
Doux (Dolce): >50 g/l

Interpretazioni :

Una unità alcolica (UA) corrisponde a 12 g di etanolo: una lattina di birra da 330 ml, un bicchiere di vino da 125 ml, un bicchierino di liquore da 40 ml, contengono mediamente un’unità alcolica ciascuno. Da non oltrepassare per i Larn 2-3 drink al giorno nei soggetti di sesso maschile e 1-2 drink nei soggetti di sesso femminile.

Più severi i limiti fissati dall’European Code Against Cancer, cioè 20 g/die per gli uomini e 10 g/die per le donne.

La prossima settimana completeremo l’analisi filosofica, sociologica e anche nutrizionale sul vino.

Enodissea (terzo e ultimo atto)

Lui m’offerse splendidi doni:
d’oro ben lavorato sette pesi mi diede,
mi diede un cratere d’argento massiccio,
e vino, versandolo in anfore, dodici in tutto,
dolce e puro, divina bevanda; nessuno
lo conosceva dei servi e delle ancelle di casa,
ma lui solo e la sposa e la dispensiera fedele.
E quando bevevano quel vino rosso, dolcezza di miele,
riempiva una sola tazza e in venti misure d’acqua
mischiava; e un odore soave dal cratere odorava,
divino; allora starne lontani non era caro davvero.

Odissea, libro IX. traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Fu al culmine di cotale tormento
che sorse in Bacco irritazione;
decise tosto un suo intervento
e prese dell’Olimpo la direzione.

Che fu di Zeus al cospetto,
usò tutta la sua eloquenza;
espose dunque la questione di getto
ed esordì: “Sua eccellenza,
credo che ora si stia esagerando,
mi riferisco al collega Poseidone,
che sta un pò troppo perseguitando
il mio preferito, del vino il campione.

Digli dunque di farla finita
al tuo esperto di gamberi e calamari,
se non vuoi che ti cambi la vita
e ti renda i piaceri assai rari.

Libera, orsù, il mio protetto
con olimpico decreto immediato,
se non vuoi che del vino, tuo diletto,
tu debba per sempre esser privato”.

Fu per scongiurar siffatto rischio
che Zeus agì con decisione:
dalla vetta dell’Olimpo fece un fischio,
convocando innanzi a sè Poseidone,
al quale riservò una gran strigliata,
agitando fulmini e saette,
ordinandogli tosto la ritirata
da sì stupide, infantili vendette.

Arrivò, allora, il sospirato momento
che sembrava precluso da un destino rio;
finì per Ulisse il lungo tormento,
finalmente toccò il suolo natio.

Muovendo i primi passi in terra itacese,
cominciò a sentire voci su voci
e non fu bello ciò che apprese
a riguardo dei principi Proci,
quali i perfidi Antinoo ed Eurimaco,
che nella real casa sostavano ognora,
tenendo in scacco il figlio Telemaco
ed insidiando la sua signora:
Penelope la triste, chiusa in una stanza,
che del ritorno del consorte amato
avea perso ormai la speranza,
essendo troppo tempo ormai passato.

I Proci insistevano, con le loro facce toste,
provocandole grande turbamento,
e le ripetevano nuziali proposte
che a lei suonavan di Ulisse tradimento.
Ma Ulisse, cupo di rabbia e di sommo rancore,
non consente di subir disdetta;
in silenzio, ma con sacro furore,
prepara inesorabile vendetta.

Bacco gli muta il suo apparire;
giunge alla reggia insieme a suo figlio;
qui si accendono tutte le sue ire
ed affila mentalmente il suo artiglio.
Dai vili Proci viene schernito,
mentre sosta con il fido Eumeo;
ma ormai ha deciso di Penelope il marito
partecipare al regale torneo.

Non tendono l’arco i Proci, poveretti,
pur impegnandosi con tutte le forze!
i loro tentativi risultano negletti
e fan la figura di tenere scamorze.

Tocca ora a Ulisse, in mendico sembiante:
ei tende l’arco con abilità
intanto Dioniso osserva vigilante
e scocca la freccia con facilità:
si allunga dei presenti l’attonito sguardo
incredibilmente ad ammirare
il veloce penetrante dardo
dodici botti in fila perforare.

Ora riconoscono Ulisse con stupore:
è lui, potente come un toro,
che esprime tutto il suo furore;
e per i Proci son cavoli loro!

Ormai placata è la sua ira;
scende dalle scale la sua consorte;
egli la guarda, la contempla, la ammira
e di entrambi il cuore batte forte.

Ah, quale struggente emozione
si fonde insieme a immensa gioia!
Penelope abbraccia con devozione
l’eroe tornato dalla guerra di Troia.

Decidono così i due di festeggiare
la ritrovata bramata unità;
voracemente si mettono a mangiare
e a bere vino a volontà.

Si spengono le luci, finita è la festa,
attesa per anni con impazienza;
ora una cosa i due hanno in testa:
porre rimedio a sì lunga astinenza.

E mentre Bacco fa furbo l’occhiolino,
c’è ancora tempo per un ulteriore goccino. …

La prossima settimana mi “avventuro” in una dissertazione personale, sempre sul tema vino.

ENODISSEA (atto secondo)

La scorsa settimana ho deciso di pubblicare in 3 puntate la poesia Enodissea,
apparentemente sganciata dalla tematica e finalità del blog.
Ma tale decisione non è stata casuale:

credo che ogni tanto ci sia veramente bisogno di coltivare la leggerezza nella nostra vita.
Ciò è ancora più importante per attenuare lo stress da rientro delle vacanze”.
Da metà settembre riprendiamo con un graduale ritorno alla normalità del blog.
Dr. Angelo Bianco.

E siccome finito è agosto nell’aria si annusa odor di mosto…….

Liberato fu da siffatto ingaggio
dopo anni di soprusi e torti;
indi partì con grande coraggio
alla volta del regno dei morti;
quivi alle anime sacrificio offrì,
giammai, però, di sangue ovino:
una profonda pozza scavò costì
per riempirla di rosso vino,
dall’alta gradazione, che molto piace
al vate Tiresia e alla madre Anticlea,
ad Agamennone, Achille, Aiace,
ossia al meglio della pugna achea.

Imprecando assai con tono
riprese del mare le incerte rotte,
perseguitato dal padre di Polifemo;
intanto, ogni dì bevendo, diminuiva la botte.

Copioso alcool era ormai nelle vene,
quando si avvicinava altra avventura
nella famosa isola delle Sirene
ove l’attendeva una prova molto dura;
quivi l’aere era inebriante
di forte guisa, irresistibilmente,
da lungi olezzando vino frizzante
da far perdere ad ognun la mente.

Essendo le perfide Sirene in agguato,
le nari ai suoi guerrieri Ulisse turò;
indi da Euriloco al palo fu legato
sicché l’essenza vineata in toto respirò.

Ah, qual non fu la sua sofferenza
nel percepir sì celestiale odore!
Si sarebbe tuffato con vera indecenza
per gustar quel nettare ore e ore.

Di Scilla e Cariddi attraversò lo stretto
tra mille correnti e gran turbolenza;
ma a bordo più non v’era diletto
essendovi ormai di vino carenza.

Giunsero ordunque con le asciutte gole
il prode Ulisse e i suoi soldati
nella mitica isola del Sole,
dai venti e dalle correnti trascinati.

Ivi non videro pascolanti
le sacre femmine dei bovini;
piuttosto apparvero invitanti
molte tinozze di fragranti vini
che toccar non si poteva, per carità!
per non provocare irritazione
nella gelosa divinità;
con conseguente grave punizione.

Ardua fu siffatta astinenza
sia per Ulisse che pei suoi comandati;
si volle quindi anticipar la partenza,
ma da lunga bonaccia rimasero bloccati.

Furon così costretti a solo guardare
vini dolci, novelli e frizzanti
senza, però, poterli assaggiare:
fosser Lambrusco, Barolo o Chianti,
Valpolicella, Primitivo o Frascati
o Barbera, Trebbiano, Soave,
vini rossi, bianchi o rosati,
il divieto, ahimè, restava grave.

Cedettero, infine, i reduci di Troia
e, incuranti di destino esecrabile,
si dieder tosto alla pazza gioia
con una bevuta inenarrabile.

A nulla valse la sacra iattura
che legata era a contegno blasfem(i)o;
finì in colossale ubriacatura
e il solo Ulisse si tenne astemio.

Mosser poscia le vele con tristo presagio,
riprendendo ancor brilli la via del mare;
e vi fu terribile naufragio
dal quale solo il re potè scampare.
Lottò nell’acqua tempestosa e grigia
quel povero resto di potenza achea
finchè giunse nell’isola Ogigia,
dimora di Calipso, dolce semidea.
Di lei egli fu intrepido amatore,
ma anche fornitore di altri doni:
divenne, infatti, il suo fido agricoltore
tra immense spalliere e alti tendoni.

Lontano dalla patria il nostro Ulisse
stette nei campi al lavoro e a trebbiare;
a lungo con la ninfa egli convisse,
trovando gaudio nel vendemmiare.
Infine da Ogigia egli si congedò
dando a Calipso saluti e baci;
su di una zattera per mare navigò
sino ad approdar nell’isola dei Feaci.
A riceverlo fu la bella Nausica,
che lo trovò esausto sulla spiaggia;
per lui fu ella più di un’amica
tanto da presentarlo alla reggia.

Qui abitavano i suoi genitori,
il re Alcinoo e la regina Arete:
noti entrambi come gran degustatori,
di vino avendo immane sete.
Lo fecer dunque mangiare e bere
i due inappuntabili regnanti;
e la sua storia vollero sapere
tra gustosi piatti e odorosi spumanti.
Fu così che di quel personaggio
ebbero completa conoscenza:
del suo nobile e reale lignaggio,
della sua enologica esperienza.

Il re Alcinoo, furbo assai,
con modi spicci e impertinenti,
volendo l’ospite partir, rispose: “Giammai!”
e lo collocò nei reali stabilimenti,
facendolo pigiare a più non posso,
utilizzando le sue vaste cognizioni
per incrementare il mosto rosso
ed ottener virtuose fermentazioni.
Il nostro eroe, ormai rassegnato,
patrie speranze in cuor suo non reca,
mentre il re se la gode beato
ad arricchir la sua enoteca.

Venerdì prossimo completeremo la goliardica trilogia.

ENODISSEA

Il vino mi spinge, il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio,
e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare,
e gli tira fuori parole che sarebbe meglio tacere.
 Omero

Grazie al generoso contributo del compaesano amico fraterno avvocato Pino Piccione.
Le rime sono state create sempre in condizioni di sobrietà.

Ovvero: tutto ciò che non sapete su un famoso poema dell’antichità

Udite, udite, attonite genti,
che siate scolari oppur docenti;
non dubito affatto che vi stupirò,
solleticando in voi curiosa brama;
un notissimo poema vi racconterò,
svelandovi tosto la vera trama.

Di certo conoscerete il prode Ulisse,
re di Itaca, isola dell’Egeo,
del suo peregrinar, di come visse,
grande eroe dell’esercito acheo.

Sicuramente avrete imparato
che il nostro eroe così stimato
dal dio del mare fu perseguitato
per esser poi da Pallade Atena salvato.

Tardi a casa egli tornò,
ma non per capriccioso disegno divino;
in un bel guaio piuttosto si trovò,
per smisurato amor per il vino.

Non fu Atena a prendersi di lui cura,
come afferma la letteratura:
fu Dioniso, dio del vino,
ovvero Bacco in ambito latino.

Alle spalle avean Troia ardente
le navi del grande re itacese;
diresser le prue verso ponente
per ritornare alle familiari attese.

Ma il fatto non passò inosservato
e giunse alle olimpiche altezze,      
ove proprio Bacco restò ammirato
delle ulissiche scaltrezze.

Volle, orbene, Egli premiarlo      
e col suo nettare preferito inebriarlo.

Fu così che Ulisse e i suoi prodi,
zigzagando fra Chio e Cnosso,
fra le isole egee sino a Rodi,
si misero a bere a più non posso:
per festeggiar la vittoriosa pugna
non smisero mai di bere e cantare,
tanto da divenire autentica spugna,
ma perdendo, ahimè, la rotta del mare.

Intanto Penelope la tela tessea,    
attendendo il ritorno del marito amato;
ma quello alla grande se la beveva
ed appariva un pò stralunato
.

L’allegra flotta sul mare ondeggiante,
la terraferma alfine avvistò,
qua e là tra i flutti ancora sbandante,
all’isola dei Ciclopi attraccò.

Del ciclope Polifemo fecero conoscenza,
gigante massiccio e nerboruto,
del Dio del mare diretta discendenza,
pessimo carattere e monoocchiuto.

Imprigionati che furon nell’antro oscuro,
Ulisse gli propose un contrattino:
“Su, non esser troppo duro;
liberaci e ti daremo dell’ottimo vino,
rosso d’annata, in gran quantità,
nelle nostre stive depositato;
assaggiane una caraffa, Tua nobiltà;
il re Nessuno ti ha parlato”.

Così Polifemo tosto li liberò,
in attesa del vino così bramato;
ma il furbo Ulisse per mare si dileguò
e il tonto gigante rimase scornato.

Non fu colpito, quindi, da dardo arroventato,
il gigantesco figlio di Nettuno;
piuttosto, da feroce ira fu accecato
per il bidone tiratogli da Nessuno.

“Maledetto tu sia”, urlando egli disse,
“mi hai lasciato senza un goccio di vino”,
rivolgendosi alla volta di Ulisse;
“ma ora mi rivolgerò al mio papino,
re del mare, divino Poseidone,
che scatenerà tifoni e tempeste,
punendo il tuo gesto da villanzone
e conciandoti, orben, per le feste”.

Allora Nettuno, con sacro furore,
agitò correnti e alti flutti;
ma i fuggiaschi si esibivano con ardore
in grandi bevute e sonori rutti.

Turbolenta fu la navigazione, 
ma incredibilmente mai naufràga;
grazie alla dionisiaca protezione
giunsero dalla Circe, la nota maga.

Costei non li trasformò in pingui porcelli,
come recita la tradizione;
piuttosto li volle di vite alberelli
per raccogliere uve in grande porzione.

Del mitico Ulisse non mutò il sembiante,
ma lo volle con sè vicino
per farne di lei appassionato amante
e, perchè no, fertile contadino.

.

 A venerdì per la seconda parte.

Ancora un po’ di gelato

Ancora oggi a Bagheria si fanno dei gelati squisiti: piccoli fiori di cioccolata ripieni di pasta gelata molle e profumata, al gelsomino, alla menta, alla fragola, al cocco.
Per non parlare del più tradizionale “gelo di mellone” che non è un gelato come sembra ma una gelatina di cocomero dal colore corallino, disseminata di semi di cioccolata.
E che dire del “gelato di campagna” che è una specie di torrone di zucchero dai colori delicati, il cui gusto al pistacchio si mescola a quello della mandorla e della vaniglia?

(Dacia Maraini)

Gelo di mellone alla siciliana

Da bambino, passavo davanti alla sua bottega nelle prime ore di quegli assolati pomeriggi estivi. Mai sazio di quella bontà, mi avvicinavo al banco, alzandomi sulla punta dei piedi, gli occhi a malapena al livello del ripiano, allungavo la mano che teneva la monetina e facevo la mia ordinazione “Un gelato limone e fragola”. Così, trionfante, e rimirandolo ancor prima di assaggiarlo, lasciavo il luogo di “perdizione” per mescolarmi all’andirivieni di una strada sempre affollata.

Già pronto da consumare, solo d’estate, e saltuariamente, il gelato diventa anche un buon sostitutivo del pasto. Siamo ancora nel tempo della canicola, ma non mi si sono liquefatti del tutto i neuroni e , solo come piccola nota storica….il nostro Leopardi, pur inappetente e gracilino, era ghiottissimo soprattutto dei gelati napoletani, a quei tempi fatti sicuramente in modo più naturale. Altro luogo di prelibatezze simili è la Sicilia dove, non di rado, si usa fare colazione con la granita. Il tripudio di colori dei gelati e delle granite è favoloso.

Un vero caleidoscopio di colori e sapori. Verde menta o verde pistacchio, marroni più o meno scuri per cioccolata, caffè, nocciole, rossi dal gusto fragola, ciliegia, lampone o frutti di bosco. E ancora gelati allo zenzero, al timo, al papavero, al pepe rosa e, di recente, al gusto bretzel. Giotto non avrebbe avuto più ampia scelta di tonalità per i suoi dipinti. Ma cosa ne è stato del mitico sorbetto al limone? Cosa ne è stato dell’uomo che, spingendo il suo carretto, nella canzone di Battisti, gridava, per le strade: “gelati!“.

Spesso sì sente dire che il gelato è molto nutriente, ma, come per tutte le cose, è importante verificare i dettagli. Conviene sempre, per sapersi regolare nell’acquisto di un gelato, porre attenzione agli ingredienti e al loro grado di genuinità.

Personalmente, e da tempo, ho ‘sdoganato’ il gelato come componente delle diete. Ovvero, no alla dieta del gelato, sì alla dieta con il gelato. Il gelato non è un alimento dannoso all’interno della dieta. Se consumato con le dovute accortezze, è più innocuo di quanto si possa pensare. Anzi, anche in ambito sportivo, per chi utilizza l’intervallo del pranzo per fare attività fisica, ma anche con la ripresa dell’attività scolastica, per i ragazzi che passano dalla scuola alla piscina o ad un campo da tennis, senza il tempo per digerire un piatto di pasta o di riso, il gelato può essere un ottimo ripiego.

Fornisce energia di pronto utilizzo e senza sovraccaricare la digestione, che si avrebbe, invece, con cibi solidi di analoga composizione bromatologica. Assolutamente da evitare, dunque, il timore che il consumo del gelato appesantisca l’aspetto fisico, soprattutto in questo periodo in cui diventa difficile, se non impossibile, dribblarlo in contesti sociali come comitive e rimpatriate tra amici. In luglio, come in agosto, l’argomento “gelato” è all’ordine del giorno.

Pur provvedendo a tranquillizzare sul cibo più amato della bella stagione, ribadisco però, come faccio del resto per tutti i cibi elaborati dall’uomo, che è importante fare attenzione all’etichetta. Un buon gelato dovrebbe contenere il meno additivi possibile (stabilizzanti, emulsionanti, aromatizzanti, acidificanti, coloranti), e privilegiare quelli naturali, tipo lecitina di soia e farina di carrube, acido citrico, semi di guar, fibra di bambù non assimilabile o una fibra vegetale quale l’inulina. Se c’è scritto “gelato alla fragola” dovrebbe contenere almeno il 15% di questo frutto, mentre se la dicitura riporta: “gelato al gusto di fragola” può contenere spesso solo l’aroma di questo frutto.

Sotto questo profilo sono sicuramente raccomandabili i prodotti artigianali che rispettano la stagionalità degli ingredienti. In questo periodo, ad esempio, mangiando un gelato ai frutti di bosco”, incameriamo anche un discreto contenuto in flavonoidi, specie le antocianine, che sono resistenti ai processi produttivi del gelato ed hanno un ruolo preventivo nelle patologie cardiovascolari.

La frutta è presente nei gelati in quantità molto diverse e, nella maggior parte dei casi, viene indicata in percentuale il che permette di fare un confronto tra prodotti simili. L’aroma della frutta non sempre è naturale: spesso infatti il gelato viene “rafforzato” sia nell’aroma sia nel colore. Orbene, consiglio di privilegiare i gelati a cui vengono aggiunti aromi naturali, etichettati appunto come “aromi naturali” e non una miscela che comprende anche sostanze di sintesi chimica, indicati semplicemente come “aromi”.

Freddi cristalli dolci: note distintive tra granite, sorbetti, cremolate e grattachecche. Tutti a base di ghiaccio, zuccheri e frutta. Qual è la differenza tra loro? Vengono contraddistinti dall’uso di sciroppi e succhi o frutta, dalla quantità di frutta, dalla quantità di zucchero e dalla struttura del ghiaccio, più o meno fine”.

IL SORBETTO

Il SORBETTO, progenitore del gelato dei nostri giorni, è un preparato composto da acqua, zuccheri, succhi e/o polpe di frutta o infusi e si distingue dal gelato vero e proprio perché non ha latte e/o panna. Contrariamente alla granita e alla gramolata, la struttura del sorbetto deve essere a grana fine ed incorporare l’aria che per processo naturale riesce a catturare. La sua fragilità non consente una lunga conservazione ed è un prodotto sobrio e semplice.

LA GRANITA

La GRANITA è una miscela di acqua e saccarosio, prevalentemente succhi di frutta o infusi, messa a gelare con raschiamento discontinuo della parte che via via si cristallizza sino all’ottenimento della consistenza voluta. La percentuale zuccherina si attesta comunemente attorno al 20-24% tendente anche verso il basso; questo dato è tuttavia legato al tipo di frutto o di infuso impiegato. Il raschiamento discontinuo ha un duplice effetto: evita o limita l’incorporamento di aria e genera , nel contempo, un congelamento lento con conseguente formazione di cristalli di ghiaccio relativamente grossi. Tutti e due questi aspetti (la quasi totale assenza di aria e la grana grossa) sono peculiari caratteristiche di questo prodotto.

LA CREMOLADA

La CREMOLATA O GRAMOLATA si compone, come la granita, di acqua, saccarosio e polpa di frutta ma con un dosaggio più ricco di quello della granita. Essa prevede circa l’80 di frutta e meno zucchero. Tanto per la granita quanto per la gramolata l’unico zucchero impiegato è il saccarosio. In Sicilia la gramolata è di solito molto più dolce e, in qualche caso, prevede anche l’uso di prodotti a base latte.

LA GRATTACHECCA

La GRATTACHECCA o ghiacciata o granatina, tipica dei chioschi romani e partenopei, prevede, come la granita, ghiaccio e sciroppi di frutta (o anche caffè). La particolarità sta nel fatto che il ghiaccio non viene mescolato continuamente, come nei macchinari per la granita, ma viene grattato al momento da grossi blocchi detti appunto ‘checche’. Il ghiaccio resta quindi a scaglie più che a grana omogenea, scricchiolando di più sotto i denti.

Per ghiacciolo si intende un diffuso preparato freddo, creato a partire da una miscela di acqua zuccherata, frutta ed eventualmente sciroppi aromatici. Il tutto è fatto congelare attorno a un bastoncino di legno.

A partire dalla prossima settimana, affronterò il tema “vino”, esordendo con una poesia scritta in tono storico-goliardico.

Opera magna (e bevi…), che verrà suddivisa in 3 puntate.

Il Gelato

Per i gelati […], tutte le volte che ne mangio, templi, chiese, obelischi, rocce, è come una geografia pittoresca che guardo prima, e di cui converto poi i monumenti di lampone o di vaniglia in freschezza nella mia gola”.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1913/27

“Fragola e limone”, chiedevo ad alta voce, porgendo con la mano la moneta, ancor prima che mi chiedesse “Cosa vuoi”?. La confidenza che mi legava al mio benefattore veniva sempre premiata con l’aggiunta di una venatura di cioccolato, un pizzico di pistacchio, un assaggino di amarena, quanto bastava per fare di un singolo e piccolo cono un caleidoscopio di gusti e colori. Quando la disponibilità di tempo lo permetteva, ero solito fare una visitina veloce nel retrobottega, dove lo vedevo, tutto vestito di bianco, rimestare continuamente l’impasto cremoso con una lunga pala di legno, aggiustando la miscela e aggiungendo più o meno altri ingredienti.

Cercavo di capire i segreti di quel lavoro, fantasticando di riuscire a replicare il tutto una volta tornato a casa. Rimanevo estasiato a guardarlo e a sognare grandi scorpacciate. Sul banco, di fianco al posto dove avveniva la miscelazione, i resti degli ingredienti principali. Il bottiglione da due litri che conteneva il latte fresco, di fronte i gusci delle uova portate, fresche, dal contadino. Poco più lontano, lo zucchero, il cacao, le nocciole tritate, i limoni, le fragole, la polvere di caffè.

Intanto il bastone continuava a salire e a immergersi roteando sempre nello stesso verso dentro il contenitore di miscelazione fino a che la resistenza offerta dall’impasto, e quindi la sua consistenza, non soddisfaceva il maestro gelataio. Poi quella cascata cremosa riempiva le vaschette di acciaio che prontamente venivano messe nel banco frigorifero. Quanto avrei voluto che al posto di quelle vaschette metalliche ci fosse la mia bocca! Invitante e fresco refrigerio estivo, per antonomasia evocativo dell’estate, il gelato è ormai un alimento per tutte le stagioni.

Fa ingrassare meno di quanto si creda.

Anzi, per il suo equilibrato rapporto tra i nutrienti, la facile digeribilità, la capacità di gratificare il palato e appagare l’appetito, il gelato può essere serenamente inserito in un programma dietetico ipocalorico. Ma non tutti i gelati sono uguali. In relazione alla tipologia del gelato la quota del suo apporto calorico è estremamente variabile.

Gelato alla crema

I gelati alla crema sono composti essenzialmente da una miscela di latte, panna, tuorlo d’uovo e zucchero, con eventuale ulteriore aggiunta di ingredienti come cioccolato, frutta secca, liquori, vini.

Galati alla frutta

I gelati alla frutta possono contenere anche latte, ma di solito apportano in media la metà delle calorie dei gelati a base di crema. Tra un sorbetto al limone ed un gelato alla crema, ci sono non poche differenze, sia in termini di calorie (talvolta anche 150 calorie e più a favore del gelato alla crema), sia in termini proteici (oscillazioni tra l’1% e il 6%), di zuccheri (differenze tra il 20 e il 50%), di grassi (addirittura tra l’1% e il 22%), ma anche di acqua (dal 37% al 75%).

Confrontando le due classiche categorie, ovvero i gelati cremosi e quelli alla frutta, possiamo tuttavia ribadire che i primi, pur penalizzati da un maggior contenuto di grassi e dal conseguente superiore contributo calorico, hanno dalla loro una superiore ricchezza in minerali, specialmente il calcio.

I gelati alla frutta apportano un maggior introito vitaminico (solitamente per lo più la vitamina C) ed hanno un minor contenuto calorico. A voler semplificare, ogni gelato si contraddistingue per quantità e tipo di grassi. Si va dai sorbetti alla frutta che possono esserne privi, ai gelati allo yogurt dove la presenza dei grassi è contenuta, per arrivare ai gelati con base di panna che possono contenerne quantità molto abbondanti.

Ma quali grassi?

L’ingrediente più tradizionale è la panna, ideale perché dà al gelato una particolare morbidezza e impedisce la formazione di cristalli di ghiaccio nella miscela. Spesso viene sostituita, in parte, con il burro. I succedanei non garantiscono una pari qualità.

I gelati “cremosi” sono altresì più raccomandati per i diabetici, poiché l’assorbimento degli zuccheri viene rallentato dai globuli di grasso. Inoltre il gelato a fine pasto non provoca eccessive alterazioni della glicemia poiché l’assorbimento della quota zuccherina non è immediato, come si verifica a digiuno, ma assai più graduale.

Chi è invece in sovrappeso dovrebbe consumarlo solo in piccole dosi, e comunque mai alla fine di un pasto, già di suo abbondante, o come guarnizione di una ricca macedonia. È più indicato come spuntino pomeridiano, ma può andare bene anche come merenda. Ovviamente, sempre al posto di altri alimenti e non in aggiunta.

A pranzo, solitamente, è consigliabile un pasto dal potere nutrizionale più equilibrato e con un tempo di transito maggiore nello stomaco. Sostituendo, invece, il gelato al pasto di mezzogiorno, si corre il rischio di avere più fame e di conseguenza di mangiare troppo a cena.

Per i giovani, che troppo spesso trascurano il latte, il gelato può essere anche un buon espediente per introdurre calcio e proteine di alto valore biologico, considerando che il latte è la componente base della maggior parte dei gelati.

Il gelato risulta anche un valido aiuto nell’integrare l’alimentazione dei bambini inappetenti, che trovano in esso un alimento gradevole, nutriente e facilmente assimilabile. Ed è tale anche per gli anziani inappetenti o afflitti da problemi masticatori.

Poiché il caldo non ci molla, venerdì prossimo, ancora gelato.

Serotonina, la chiave del benessere globale

Fortunatamente le mie vacanze in terra pugliese, o meglio al mare della mia Puglia, continuano piacevolmente. Ho pensato di condividere questo interessante articolo pubblicato qualche giorno fa su lifegate.it dalla giornalista Claudia Bortolato, con la quale spesso collaboro, dove parliamo di serotonina.

Troverete la pubblicazione integrale a questo link

La serotonina contribuisce al benessere globale dell’individuo. © Radu Florin/Unsplash
La serotonina ha un ruolo fondamentale, tra l’altro, nel modulare l’impulsività, l’aggressività, l’appetito e la sessualità. © Andre Furtado/Pexels

Nel darvi appuntamento a presto, al ritorno dalle mie ferie, spero possiate trovare interessante la lettura dell’articolo.