OLTRE IL RIFLESSO

Oltre il riflesso: l’arte discreta di essere riconosciuti

Connessione Autentica

Che la vera forma di riconoscimento non sia quella nella quale qualcuno riesce, almeno per un istante, a vedere oltre il riflesso? Non soltanto ciò che mostriamo ma ciò che siamo diventati. Non soltanto il risultato ma il percorso. Non soltanto la voce ma anche le pause. Non soltanto la sicurezza ma anche le fragilità che abbiamo imparato a governare.

Forse per questo, le persone che ricordiamo meglio non sono sempre quelle che hanno alzato la voce, a volte ricordiamo una persona per le sue parole pacate. Per un gesto. Per il modo in cui ci ha ascoltato. Per quella particolare qualità dello sguardo che non sembrava attraversarci per arrivare altrove ma per fermarsi proprio lì, per noi. Come se, per qualche minuto, fossimo stati davvero importanti. Non famosi, Importanti. Due cose molto diverse.

La vanità non va uccisa

Vanità Educata

Non penso che dovremmo combattere la vanità come si combatte un vizio. Dovremmo semplicemente educarla. Lasciarle uno spazio ma mai cederle il comando. La vanità può persino essere una piccola energia vitale. Può spingerci a vestire bene, a desiderare di vederci meglio in quel certo paio di jeans, a prenderci cura di noi, a studiare, a migliorare.» A preparare con attenzione ciò che facciamo. A desiderare che il nostro lavoro venga apprezzato.

Può dirci: «Fai meglio.» Il problema è quando comincia a dirci: «Fai meglio perché devi essere ammirato.»

Differenza minuscola nella frase, enorme nella vita. La prima ci porta verso una certa operosità. La seconda verso lo specchio.

Crescere significa proprio imparare a riconoscere il momento in cui stiamo facendo qualcosa perché vi siamo interessati dal momento in cui lo stiamo facendo perché vogliamo che gli altri lo sappiano. La prima è passione. La seconda diventa rappresentazione.

Esiste anche una vanità buona

Ricordi Semplici

Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che esiste una vanità innocente, che ci fa sorridere quando qualcuno apprezza qualcosa che abbiamo fatto. Che ci fa piacere essere ricordati, che ci fa conservare una fotografia. Quella che ci fa rileggere una lettera, che ci fa custodire una frase, che ci fa raccontare, ogni tanto, di una piccola soddisfazione. Non c’è niente di male. Siamo esseri umani, non statue.

Abbiamo bisogno degli altri. L’indifferenza assoluta al giudizio altrui non è necessariamente forza.

A volte è soltanto una forma elegante di isolamento. Il punto non è smettere di desiderare lo sguardo altrui o l’approvazione, ad esempio, per la nostra nuova forma fisica. È fare in modo che, in questo caso, la bilancia, o lo sguardo altrui, non diventino la misura della nostra esistenza.

Possiamo compiacerci dell’essere applauditi ma dobbiamo essere capaci di continuare quando l’applauso finisce.

Essere felici quando qualcuno ci riconosce ma sapere chi siamo anche quando nessuno ci riconosce.

La Stanza Interiore

Possiamo desiderare di essere ricordati ma senza trasformare la nostra vita in una continua autopromozione. La stima di noi stessi è una stanza con le finestre aperte. Mi piace immaginarla così, una stanza semplice. Non un salone delle feste. Non un palazzo.

Una stanza con una finestra. La finestra è aperta. Da fuori arrivano le voci. Qualcuno applaude. Qualcuno critica. Qualcuno passa oltre senza notarci. Qualcuno si ferma. Qualcuno ci ama. Qualcuno non ci comprende. Qualcuno ci sopravvaluta. Qualcuno ci sottovaluta. Ma dentro la stanza c’è qualcosa che non dipende dal rumore della strada. Una sedia. Un tavolo. La consapevolezza del nostro corpo al di là della taglia che indossiamo. Un libro. Una lampada. Soprattutto, un luogo nel quale poter stare da soli senza sentirsi vuoti. Quella, forse, è l’autostima. Non corazza. Non medaglia. Non dichiarazione di superiorità. Un posto interiore dove poter tornare.

La vanità, invece, continua ad affacciarsi alla finestra. Va bene così. Ogni tanto vuole sapere chi ci sta guardando.

Lasciamola guardare. Ma poi facciamola rientrare. Fuori dalla finestra c’è il mondo. Dentro c’è la nostra vita. Sarebbe un peccato trascorrere l’intera esistenza a controllare il riflesso negli occhi degli altri senza accorgerci di ciò che, nel frattempo, sta accadendo dentro di noi. Alla fine, forse, non vogliamo essere famosi, forse vogliamo soltanto essere riconosciuti. Ma non come si riconosce un volto. Come si riconosce una presenza. Come quando qualcuno, dopo molti anni, sente una voce e dice: «Questa voce la conosco.» In quella frase non c’è necessariamente ammirazione. C’è qualcosa di più prezioso. C’è appartenenza.

Abbiamo lasciato una piccola impronta nella memoria di qualcuno. Non abbiamo conquistato il mondo. Non abbiamo bisogno di farlo. Abbiamo soltanto attraversato una vita e, passando, abbiamo spostato appena un granello di sabbia, una parola, un gesto, una cura, un insegnamento, un sorriso, un errore ammesso.

Una mano tesa. Una porta lasciata aperta.

Forse è questa la misura più onesta della nostra esistenza. Non quanti ci hanno guardato, ma quanti hanno guardato un po’ meglio il mondo dopo averci incontrato.

La vanità può anche sedersi davanti allo specchio. Non c’è nulla di male. Purché, prima o poi, abbia il buon senso di alzarsi.

Aprire la porta. Uscire. Guardare il mondo. Lo specchio può dirci se siamo belli. Gli altri possono dirci se siamo importanti. Soltanto la vita, alla fine, può dirci se siamo stati utili. Forse, arrivati a una certa età, è questa la domanda che rimane. Non: «Quanto sono stato ammirato?» Non: «Quanto sono stato famoso?» Nemmeno: «Quanti mi hanno applaudito?»

Una domanda molto più quieta. Quasi sussurrata. Come una voce che arriva dalla stanza accanto quando la casa è ormai silenziosa: «Di tutto il bene che potevi fare, quanto ne hai lasciato dietro di te?» A quella domanda lo specchio non sa rispondere.

Eredità di Cura

Proprio per questo vale la pena di continuare a cercare. E adesso, quanto basta.

Dopo tante parole, qualche riflessione e piccole incursioni nei territori pericolosamente affascinanti della filosofia, è arrivato il momento di fermarsi.

In fondo, persino i pensieri, hanno bisogno di una corretta posologia. Facciamo come in una buona ricetta: q.b.

Quanto basta. Per non trasformare una riflessione in una lezione, una lezione in una predica e una predica in qualcosa che nessuno ci ha prescritto.

Autenticità e Collaborazione

Il blog si concede dunque una piccola pausa, di una o forse due settimane. Non è una fuga. È una pausa digestiva. Dopo aver parlato tanto, qualche volta bisogna anche lasciare che le parole facciano il loro lavoro, esattamente come accade a tavola dopo un buon pasto.

A breve torneremo alla vita quotidiana. L’agenda tornerà a riempirsi e le sveglie a suonare troppo presto: il lavoro, gli impegni, la scuola, le responsabilità.

E, per qualcuno, anche quello strano compagno di viaggio che spesso si presenta puntuale al rientro dalle vacanze: lo stress. Parleremo anche di quello.

Parleremo di come riconoscerlo, di quanto possa influenzare le nostre abitudini, il nostro appetito, il sonno, il peso e persino il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Non adesso. Adesso basta.

Q.B.: di parole, pensieri, di filosofia, di estate. Per tornare a breve con qualche domanda in più, qualche certezza in meno. Possibilmente, un po’ più di voglia di prenderci cura di noi. Con la vita normale. Che, a ben vedere, è quella che ci offre ogni giorno le occasioni più interessanti per provare a stare un po’ meglio.

LA VANITA’ E LO SPECCHIO

Ci sono parole che hanno bisogno di essere salvate. Non perché siano diventate rare ma perché, a furia di essere usate male, hanno perso il loro significato. Una di queste è vanità. La pronunciamo quasi sempre con un sorriso ironico….una debolezza che preferiremmo non confessare. Immaginiamo la Vanità davanti a uno specchio, intenta a lisciare una sgualcitura della giacca, a controllare la piega dei capelli, a cercare nella sua immagine riflessa la conferma della propria importanza. E, nella nostra fantasia, al contrario dell’Autostima, ha sempre uno specchio davanti.

Eppure credo che le due vivano molto più vicine di quanto crediamo. Forse, abitano addirittura nella stessa casa. Solo che una apre la finestra verso la strada in attesa di vedere quanti si fermeranno a guardarla; l’altra guarda dentro casa, con la speranza che tra quelle mura ci sia ancora qualcuno. Due atteggiamenti diversi dello stesso desiderio umano: essere visti. Essere visti non è una colpa. Anzi.

Forse è uno dei desideri più connaturati alla specie umana. Prima ancora di imparare a parlare, abbiamo bisogno di uno sguardo. Un bambino non conosce ancora la parola “autostima”, ma sa benissimo cosa significhi cercare un volto. Cerca gli occhi della madre. Cerca il sorriso del padre. Cerca qualcuno che gli dica, senza bisogno di parole: ti vedo.

Forse, tutta la nostra vita adulta è, in qualche modo, una lunga elaborazione di quella prima richiesta.

Cambiano gli specchi. Cambiano i volti, i luoghi, ma il bisogno rimane. Vogliamo essere riconosciuti. Non necessariamente ammirati. Non necessariamente applauditi. Semplicemente riconosciuti. Come si riconosce una casa dopo molti anni. Come si riconosce una voce al telefono prima ancora che pronunci il proprio nome. Come si riconosce, in mezzo a mille profumi, quello del pane che cuoceva nella cucina della propria infanzia. C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di lasciare una traccia.

Una frase che qualcuno ricorda. Un gesto che ritorna nella memoria di un’altra persona. Una persona che, anni dopo, dice: “Quella cosa che mi avevi detto allora mi è rimasta.” Forse è questa una delle forme più nobili della vanità. Non voler essere guardati per occupare tutto lo spazio a disposizione ma voler sapere che il nostro passaggio non è stato completamente invisibile.

Quando lo specchio diventa padrone

La vanità comincia a diventare un problema quando smette di essere ospite e pretende di diventare padrona di casa. Finché ogni tanto ci affacciamo allo specchio, nulla di strano. È umano voler piacere. È umano essere contenti quando qualcuno ci fa un complimento. È umano provare soddisfazione quando il nostro lavoro viene apprezzato. È umano desiderare un applauso. Il problema nasce quando lo specchio non ci mostra più come appariamo ma ci dice quanto valiamo.

Se la nostra immagine riflessa ci sorride, stiamo bene, altrimenti, vacilliamo. Se qualcuno ci applaude, ci sentiamo importanti ma, se l’applauso non arriva, improvvisamente dubitiamo di noi stessi. La vanità diventa una forma di fame. Una fame particolare, perché non si sazia mangiando. Ha bisogno continuamente di altro. Un altro complimento. Un altro riconoscimento. Un altro messaggio. Un altro numero. Un’altra conferma. Come bere acqua salata. Più bevi, più hai sete e forse, non è un caso che questa fame sia diventata più evidente nell’epoca attuale.

Abbiamo costruito una civiltà di specchi. Specchi nelle vetrine. Specchi nei rapporti sociali. Specchi nei telefonini. Specchi nei social network. Ogni fotografia può diventare uno specchio pubblico. Ogni opinione può essere misurata. Ogni parola può ricevere un applauso digitale. Ogni volto può essere esposto. Improvvisamente, non basta più essere. Bisogna apparire. Non basta fare. Bisogna mostrare di aver fatto. Non basta conoscere. Bisogna sembrare competenti. Non basta vivere. Bisogna raccontare di vivere.

Sottile trasformazione, quasi invisibile, ma rischia di spostare il centro della nostra esistenza dall’interno verso l’esterno. Come una casa che, invece di illuminare le proprie stanze, riserva tutta la sua luce alla facciata. Bellissima da fuori. Buia dentro.

L’autostima abita altrove: è una cosa molto più silenziosa.

Non ha bisogno necessariamente di essere vista. Non significa pensare di essere migliori degli altri o convincersi di essere infallibili. Non significa non avere paura o piacersi sempre. L’autostima è qualcosa di più semplice. Proprio per questo più difficile da indagare, direi che si può definire come il sapere di avere un valore anche quando nessuno lo sta certificando. È poter sbagliare senza sentirsi un errore. Poter perdere senza sentirsi un perdente. Poter dire «non lo so» senza percepire quella frase come una sconfitta. Poter ascoltare qualcuno più competente senza sentirsi sminuiti. Poter cambiare idea senza vergognarsi della proprie idee precedenti. Persino il poter trascorrere una giornata nella quale nessuno ci loda e tornare a casa sapendo che quella giornata ha avuto comunque un senso. L’autostima non è un piedistallo. È un pavimento. Questa differenza mi sembra fondamentale. Il piedistallo serve a stare sopra gli altri. Il pavimento serve a stare in piedi. La vanità cerca l’altezza. L’autostima cerca l’equilibrio.

La prima domanda: «Quanto mi guardano?»

La seconda: «Quanto sono capace di restare in piedi anche quando nessuno mi guarda?»

La sottile frontiera tra essere conosciuti ed essere conosciuti davvero

Una distinzione poi mi affascina. Essere conosciuti non significa necessariamente essere conosciuti davvero. Possiamo essere conosciutissimi e, allo stesso tempo, sconosciuti. Una fotografia può mostrare il nostro volto senza che si percepiscano le nostre inquietudini. Un curriculum può raccontare ciò che abbiamo fatto senza raccontare ciò che ci è costato. Un titolo può descrivere una professione senza dire quanto buio ci sia stato dietro. Un applauso può celebrare un risultato senza che si conoscano i fallimenti che lo hanno preceduto. Forse è proprio qui che dovremmo fermarci.

Davanti a quello specchio che ci restituisce un’immagine, ma non necessariamente la verità. Essere guardati non significa essere visti, così come essere conosciuti non significa essere compresi. Forse, dietro quella sottile differenza, si nasconde una domanda che merita più tempo di quanto normalmente siamo disposti a concederle. Che cosa rimane di noi quando il riflesso scompare?

Non provo a rispondere oggi. Lascio che la domanda rimanga lì, sospesa, come una finestra socchiusa. Connessione dei concetti al tema della dieta, calati nella realtà del blog. Lo specchio e la vanità sono temi perfetti per chi è a dieta.

La vanità e il peso

Quando parlo della vanità come “fame che non si sazia”, faccio un parallelismo con la fame reale o con l’ossessione per il numero sulla bilancia (l’ennesimo “numero”).

Lo specchio del corpo

Quando scrivo “il problema nasce quando lo specchio… ci dice quanto valiamo”, ecco il riferimento visivo: il bottone dei pantaloni che non si chiude o i centimetri del girovita.

L’autostima come pavimento

Spiega che l’autostima nella dieta serve a non mollare tutto se un giorno si cede a un dolce. È il “pavimento” che ti tiene in piedi anche dopo una trasgressione, senza farti sentire un fallito.

Riprenderò il filo venerdì prossimo, partendo proprio da quel punto nel quale lo sguardo degli altri smette di essere un riflesso e può diventare, qualche volta, un incontro.