LA PAZIENZA, LA FRETTA E UNA PAROLA DI TROPPO

Ieri, rientrando da una passeggiata, sono stato fermato da una signora piuttosto avanti con gli anni: «Dottore, l’ho vista in televisione!”, si è complimentata.

Ma non lo ha fatto tanto per i temi che avevo affrontato. Mi ha detto: «Complimenti per la sua pazienza» Ho sorriso perché, probabilmente, non poteva scegliere un complimento più gradito.

La televisione non sempre segue il copione.

Avevo preparato un intervento abbastanza articolato. Dodici slide e un filo conduttore. Alimentazione, marketing, fretta, etichette, carboidrati, dolcificanti, educazione alimentare e, naturalmente, il Ferragosto.

Avevo studiato, preparato risposte, cercato metafore. Perfino previsto qualche possibile domanda fuori tema. Poi la televisione ha fatto quello che la televisione sa fare benissimo: ha ignorato il programma che avevo preparato. Il telefono dello studio, poi, non funzionava. Così, invece delle telefonate dei telespettatori, arrivavano messaggi; molti e a raffica.

Domande brevi, lunghe, pertinenti, meno pertinenti, domande che sembravano uscite da una consultazione dietologica. Altre che sembravano prese da un telequiz e, a tutte, dovevo rispondere e farlo subito.

Non c’era il tempo di leggere con calma, rileggere, controllare una fonte, scegliere la parola migliore. Il conduttore leggeva e mi aiutava commentando di suo. Io ascoltavo. Interpretavo. Pensavo. E, nel frattempo, dovevo parlare.

Questa è la televisione. Non è una conferenza. Non è un articolo. Non è una visita. È una forma di comunicazione nella quale il pensiero deve spesso correre alla stessa velocità delle parole. E, curiosamente, proprio mentre parlavo della necessità di non avere fretta, mi sono trovato a dover pensare in fretta. Una domanda non è sempre un quiz.

Nel complesso, credo di essermela cavata bene. Non amo la falsa modestia, sarebbe persino un po’ ridicolo fare il diversamente vanitoso e scrivere che «no, non è andata poi così bene». Sono decisamente soddisfatto. Non perché abbia avuto sempre la risposta perfetta ma perché, nonostante le continue interruzioni, sono riuscito a mantenere il filo.

E questa, per un medico, è una capacità importante. Una domanda sul cibo, raramente è soltanto una domanda sul cibo.
«Il pane fa ingrassare?» «Lo zucchero va eliminato?» «Il glutine fa male?» «Questo prodotto è migliore?»

Dietro, quasi sempre, c’è una persona. Una storia. Un’abitudine. Una paura. Un pregiudizio. Un’esperienza. Per questo mi inquieta un po’ la trasformazione della comunicazione sanitaria in una successione di quiz: domanda; risposta; prossima domanda.

La medicina, avrebbe bisogno, talvolta, di una cosa che in televisione è merce rara: qualche secondo di silenzio. Poi è arrivato un messaggio che mi ha fatto perdere l’aplomb, relativo a una ragazza obesa.

Il contenuto attribuiva in maniera semplicistica la sua condizione alla genetica familiare, chiamando in causa la suocera.

Ho reagito di impulso. Ho detto che non avrei fatto passare quel messaggio e ho utilizzato un’espressione che, a mente fredda, riconosco essere stata impropria: «apologia di reato».

Siccome questo blog mi permette ciò che la televisione non consente, cioè il tempo di rileggere, faccio una cosa che considero doverosa, mi correggo. Quell’espressione era eccessiva e impropria. Se la persona che ha scritto quel messaggio si è sentita accusata personalmente, me ne scuso. Non mi scuso, invece, per il principio che volevo difendere.

Perché ho reagito così?

Quando si parla di peso corporeo bisogna muoversi con attenzione. L’obesità non è una colpa familiare.

Non è sufficiente dire «l’ha presa dalla nonna», «dalla mamma», «dalla suocera». Anzi, è controproducente. La genetica può certamente avere un ruolo importante ma l’obesità è una condizione complessa nella quale interagiscono biologia, ambiente, alimentazione, attività fisica, sonno, farmaci, condizioni psicologiche, contesto sociale e molti altri fattori.

Ridurre tutto a una sola causa significa trasformare una persona in un’etichetta. E questo, da medico, non mi piace. Forse ho reagito con troppa veemenza.

Ma nella mia testa, in quel momento, non c’era soltanto quella frase. C’erano le tante persone, soprattutto tante ragazze, che conosco attraverso la mia professione e la letteratura medica e che hanno sofferto e soffrono drammaticamente per il rapporto con il peso, il corpo e il cibo. I disturbi dell’alimentazione non sono mode. Non sono capricci. Non sono semplicemente una questione di volontà. Possono diventare malattie gravissime e, nelle forme più severe, possono anche mettere a rischio la vita. Per questo, alcune parole, ascoltate in diretta, possono portarci a considerazioni molto sensibili.

La diretta non concede sempre una seconda lettura ed è forse questo il punto più interessante di tutta la vicenda.
In televisione ho dovuto rispondere immediatamente. Qui posso rileggere. In televisione devo decidere in pochi secondi. Qui posso correggere una parola. In televisione il pensiero e la voce devono viaggiare insieme. Qui posso lasciare che il pensiero arrivi qualche minuto prima della voce.

Questa è una piccola lezione che vale ben oltre la televisione. La fretta non rovina soltanto il modo in cui mangiamo. Può rovinare anche il modo in cui pensiamo. Quando abbiamo fretta: compriamo più facilmente; leggiamo meno; ascoltiamo meno; interpretiamo più velocemente; giudichiamo prima; rispondiamo prima di aver compreso. È esattamente ciò che succede davanti allo scaffale del supermercato. Ma può succedere anche davanti a uno schermo.

Ritorno alla signora. Quella signora, fermandomi per strada, mi ha detto: «Complimenti per la pazienza.» Forse non immaginava quanto fosse azzeccata quella frase. La pazienza non è soltanto aspettare. È anche concedersi il tempo di capire. E credo che questo sia uno dei grandi problemi della comunicazione sanitaria contemporanea. Abbiamo una quantità enorme di informazioni e pochissimo tempo per elaborarle. Abbiamo più dati che mai. Ma non necessariamente più capacità di distinguere. Abbiamo esperti, influencer, medici, nutrizionisti, divulgatori, algoritmi, social network, video di trenta secondi e messaggi che scorrono sullo schermo. Tutti sembrano avere una risposta.

La medicina seria, qualche volta, deve avere il coraggio di dire: «Aspetti. Vediamo meglio» La cosa che mi ha fatto più piacere non è stata soltanto l’essere riconosciuto. Lo ammetto serenamente: mi ha fatto piacere. Sarebbe ridicolo fingere il contrario. Ma il piacere più grande per me non è stato: «Mi hanno visto in televisione.» ma piuttosto: «Qualcuno mi ha ascoltato.»

Questa è una differenza enorme. La televisione misura gli ascolti. La strada misura qualcos’altro. Misura se qualcuno, dopo averti ascoltato, sente il desiderio di fermarti. Quella signora, senza saperlo, mi ha regalato una piccola lezione.

La pazienza non significa parlare lentamente. Significa non smettere di pensare mentre si parla. E forse, soprattutto in medicina, è una delle forme più importanti di rispetto che possiamo offrire alle persone. Prima della dieta viene il paziente. Prima della risposta viene l’ascolto. Prima del giudizio dovrebbe esserci sempre un po’ di tempo. Anche soltanto quello necessario per rileggere un SMS.

Una piccola parentesi

La televisione, questa volta, può aspettare. Prima di tornare a parlare di alimentazione, di medicina e di quel difficile mestiere che è oggi comunicare la salute, vorrei concedermi una piccola parentesi.

La prossima settimana, vorrei raccontare un episodio, apparentemente insignificante, accaduto lontano dalle telecamere, che mi ha fatto riflettere su una parola che spesso confondiamo con altre: vanità.

Parlerò di notorietà ma soprattutto di autostima. Dell’essere guardati e del sentirsi considerati. Dell’essere riconosciuti e dell’ essere, forse, davvero conosciuti. Perché qualche volta, anche una persona incontrata per strada, può insegnarci più cose sulla comunicazione di quante riesca a comunicarne una lunga intervista televisiva. E può accadere che una frase pronunciata con spontaneità rimanga dentro di noi molto più a lungo di un intero discorso già preparato

FERRAGOSTO

Ferragosto non è un giorno. È una lezione di salute che dura da duemila anni.

Ieri ho avuto il piacere di tornare in televisione. In questa circostanza più che nelle precedenti, ho avuto l’impressione che, senza quell’invito, avrei smarrito molte delle riflessioni maturate in queste ultime settimane. Dopo tanti giorni trascorsi ad osservare persone, paesaggi, ritmi della natura e piccoli gesti quotidiani, sentivo il bisogno di restituire qualcosa. Parlare in televisione, in fondo, significa proprio questo: condividere idee prima ancora che consigli. Naturalmente, si è parlato di alimentazione, di dieta mediterranea, di caldo, di idratazione, di frutta estiva, di movimento, di buone abitudini. Ma, a un certo punto, mi sono accorto che il vero protagonista della puntata non era il cibo. Era il Ferragosto. Una festa che molti considerano semplicemente il giorno della grigliata, del cocomero fresco, della spiaggia affollata e delle tavolate interminabili.

Eppure il Ferragosto racconta una storia molto più antica. Molto più profonda e molto più attuale di quanto immaginiamo. Ogni civiltà ha i propri simboli. Il Mediterraneo, ha scelto una pausa. Gli antichi Romani le chiamavano “Feriae Augusti”, un tempo durante il quale il lavoro rallentava il passo, perfino gli animali venivano lasciati riposare, la terra respirava e l’uomo ricordava di non essere soltanto produttività. È curioso, sono passati più di duemila anni.

Abbiamo inventato l’intelligenza artificiale, gli smartphone, le riunioni online, le notifiche continue, le chat che non dormono mai, eppure continuiamo ad avere lo stesso bisogno biologico: fermarci. Non perché siamo pigri ma perché siamo vivi. La fisiologia conosce una parola che noi abbiamo quasi dimenticato: “recupero”. Ogni funzione importante del nostro organismo alterna lavoro e pausa. Il cuore non batte ininterrottamente. Tra una contrazione e l’altra esiste la diastole. Il cervello consolida la memoria durante il riposo. I muscoli crescono dopo lo sforzo. Il sistema immunitario approfitta delle ore di sonno per riorganizzare le proprie difese. Perfino gli alberi da frutto rispettano le stagioni. Solo noi abbiamo pensato di poter vivere senza pause. E poi ci meravigliamo se il corpo, ogni tanto, presenta il conto.

Durante la trasmissione ho cercato di ripetere un concetto che considero fondamentale. Non si ingrassa tra il 14 e il 16 agosto. Così come non si ingrassa tra Natale e Santo Stefano. Si ingrassa, semmai, vivendo dodici mesi consecutivi senza equilibrio. La salute non è un esame da sostenere ogni mattina. È una relazione lunga tutta la vita. Per questo motivo non dobbiamo avere paura del pranzo di Ferragosto. Dobbiamo avere paura dell’abitudine.

È l’abitudine che lentamente modifica il nostro metabolismo. È l’abitudine che decide il nostro peso. È l’abitudine che costruisce oppure distrugge la nostra salute. Un singolo pranzo non possiede questo potere. La ripetizione sì. Esiste poi un altro aspetto che troppo spesso dimentichiamo: mangiare non serve soltanto a nutrire il corpo, serve anche a nutrire le relazioni.

Da medico dietologo, parlo continuamente di calorie, proteine, fibre, polifenoli, grassi monoinsaturi, microbiota. Ma esiste un ingrediente che nessuna tabella nutrizionale riesce a misurare: la convivialità.

Per generazioni la domenica ha avuto un profumo inequivocabile: il ragù della nonna. Era il pane appena sfornato. Era il pranzo che iniziava alle dodici e terminava quando il caffè lasciava spazio alla conversazione e ai ricordi. Oggi, quei momenti, sono diventati sempre più rari. Forse Natale. Forse Pasqua. Forse Ferragosto. Ed è proprio per questo che dovremmo custodirli.

La solitudine rappresenta uno dei principali fattori di rischio per la salute. Numerosi studi mostrano che l’isolamento cronico aumenta il rischio cardiovascolare, favorisce la depressione e il decadimento cognitivo e, perfino, una maggiore mortalità. La compagnia, invece, non è soltanto un piacere. È una forma di prevenzione. Ridiamo di più. Mangiamo più lentamente. Conversiamo. Ci ascoltiamo. Le emozioni positive modificano anche la nostra fisiologia. Il cortisolo tende a ridursi. La digestione migliora. Il sistema nervoso autonomo ritrova un equilibrio che nella frenesia quotidiana spesso perde.

Naturalmente tutto questo non significa dimenticare il buon senso. Chi soffre di diabete scompensato, di insufficienza renale avanzata, di gravi patologie digestive o cardiovascolari, continuerà a rispettare le indicazioni del proprio medico. La medicina non va mai in vacanza. Ma una medicina intelligente conosce anche il valore dell’eccezione. Conosce il valore della gioia. Conosce il valore dell’umanità.

Una dieta perfetta vissuta come una prigione rischia di diventare una forma di malessere. Una dieta equilibrata, capace ogni tanto di concederci un sorriso a tavola, senza sensi di colpa, è molto più sostenibile. Io continuo a credere profondamente nell’ormesi.

La biologia ci insegna che piccoli stimoli, piccole sfide e perfino qualche occasionale eccesso fisiologico, possono diventare un allenamento per l’organismo. Non viviamo sotto una campana di vetro. Viviamo nel mondo reale. Ed è proprio nel mondo reale che dobbiamo imparare a stare bene. Per questo motivo il mio augurio non è quello di trascorrere un Ferragosto perfetto, la perfezione annoia. Vi auguro, piuttosto, un Ferragosto autentico. Sedetevi a tavola senza cronometrare ogni boccone. Ridete. Parlate. Ascoltate quella zia che racconta sempre lo stesso aneddoto. Abbracciate chi vedete troppo poco. Concedetevi quella fetta di dolce in più senza trasformare il vostro gesto in un processo. Perché il nostro organismo possiede una straordinaria capacità di adattamento. Molto più fragile, invece, è la nostra capacità di costruire relazioni. Quelle vanno allenate. Proprio come il cuore. Proprio come i muscoli. Proprio come la mente.

Alla fine dell’intervento televisivo, mi sono sentito più sicuro che mai che la salute non consiste nel controllare ossessivamente le nostre scelte ogni singolo giorno ma nel vivere bene la maggior parte del nostro tempo. È una differenza enorme. Perché la salute non ha paura del pranzo di Ferragosto, ha paura della monotonia. Ha paura della sedentarietà. Ha paura della solitudine. Ha paura dell’indifferenza, anche di quella verso noi stessi.

E forse il vero significato del Ferragosto è proprio questo. Ricordarci che il benessere non nasce soltanto da ciò che mettiamo nel piatto. Nasce anche da chi siede accanto a noi. Buon Ferragosto. E, soprattutto, buona vita. Perché la migliore dieta non è quella che ci impedisce di vivere. È quella che ci insegna, giorno dopo giorno, a vivere meglio. “Le calorie di Ferragosto, il corpo le dimentica. L’abbraccio condiviso a quella tavola, spesso, il cuore lo ricorda per tutta la vita.”