Perché la salute non nasce solo da ciò che mangiamo

La vacanza comincia molto prima della partenza
Ci sono partenze che iniziano quando chiudiamo la valigia e accostiamo la porta di casa alle nostre spalle. Poi però esistono partenze molto più misteriose, invisibili e silenziose. Sono quelle che iniziano settimane prima, quando il corpo continua a vivere la propria quotidianità ma il pensiero, senza chiedere permesso, ha già oltrepassato l’orizzonte consueto.
Credo che la mente possieda una geografia segreta. Conosce sentieri che il calendario ignora, attraversa paesaggi che nessun navigatore saprebbe indicare. Come una rondine che avverte il cambio delle stagioni prima ancora che il cielo muti colore. Il cervello è un organo straordinario. Non vive solo nel presente ma costruisce continuamente il futuro. Lo immagina, lo prepara e, in qualche modo, lo rende già reale. Per questo, pur continuando ogni giorno a ricevere pazienti, a studiare, a scrivere, a confrontarmi con la medicina e con la nutrizione, sento che una parte di me ha già iniziato il viaggio. Non so ancora con precisione quando potrò concedermi qualche giorno di riposo. L’agenda detta ancora le sue regole. Ma la mente ha già scelto la direzione. Rivolta verso Sud. Verso quella terra che considero molto più di una semplice meta estiva. Una terra che appartiene alla mia memoria prima ancora che ai miei ricordi e che continua a chiamarmi con la discrezione delle cose autentiche. La Puglia.

Ogni volta che penso a quella sottile striscia di terra sospesa fra due mari, mi accorgo che la parola vacanza diventa improvvisamente insufficiente. Non fuga. Non evasione. Un ritorno. Utilizziamo spesso il verbo riposare come se significasse semplicemente interrompere il lavoro. La biologia, invece, racconta una storia diversa. Non esiste organismo vivente che cresca senza alternare attività e recupero. Il cuore stesso, simbolo universale della vita, non lavora ininterrottamente. Tra una contrazione e l’altra esiste una pausa: la diastole. È proprio durante quella pausa che il cuore si prepara al battito successivo. Il cervello segue la stessa logica. Durante il sonno, quando apparentemente non produciamo nulla, milioni di connessioni nervose vengono consolidate e le cellule eliminano sostanze di scarto accumulate durante il giorno. Il muscolo cresce nel recupero, non durante lo sforzo. Perfino un terreno agricolo, se sfruttato senza tregua, perde fertilità.
La Natura non conosce la frenesia. Conosce il ritmo.
Noi abbiamo dimenticato questa antica grammatica biologica. Viviamo nell’epoca della reperibilità continua, delle notifiche incessanti. L’urgenza è trasformata in stile di vita. Abbiamo riempito ogni spazio vuoto con nuovi impegni, convincendoci che fermarsi significhi perdere tempo. Illusione. Talvolta fermarsi significa semplicemente permettere alla vita di raggiungerci. Gli antichi Romani possedevano una parola bellissima: otium. Noi l’abbiamo tradotta con ozio, impoverendola. In realtà significava molto di più. Era il tempo restituito a sé stessi. Il tempo della riflessione, dello studio libero, della contemplazione.
Il tempo necessario perché l’uomo smettesse di essere soltanto funzione. Oggi abbiamo conservato quasi esclusivamente il suo contrario: negotium. Il tempo occupato, produttivo, che deve continuamente dimostrare qualcosa. Eppure, la nostra fisiologia continua ostinatamente a parlare il linguaggio dell’otium.

Anche per questo, oltre agli affetti che là mi attendono e che rappresentano la parte più preziosa di ogni ritorno, sento il bisogno di ritrovare ogni anno la Puglia. Non soltanto per il mare. Del mare, in fondo, si può perfino fare a meno. Ho bisogno invece della sua pedagogia. Il mare insegna senza spiegare. Non alza mai la voce. Ripete. Un’onda dopo l’altra, sempre uguale, sempre diversa. Arriva quando deve arrivare. Né prima. Né dopo. Non ha fretta di raggiungere la riva. Non teme di ritornare indietro. Anche il nostro organismo vive di onde. Il respiro. Il battito cardiaco. Le oscillazioni ormonali. Il sonno. La fame. La sazietà. Tutto segue un ritmo. Noi, invece, abbiamo imparato soltanto la velocità. E’ questa la vera stanchezza del nostro tempo. Non lavorare troppo, ma vivere troppo lontani dal nostro ritmo naturale.

Quando finalmente raggiungerò quella terra luminosa non porterò con me soltanto qualche libro e un costume da bagno. Porterò soprattutto una disponibilità nuova. La disponibilità ad ascoltare. Il vento che attraversa gli ulivi secolari. La luce che cambia colore durante il giorno. Il silenzio delle masserie. Il profumo della terra riscaldata dal sole. Il canto discreto delle cicale. Il sale che si deposita lentamente sulla pelle.
Esiste una forma di medicina che non si studia nei manuali universitari. Non sostituisce la scienza. Non sostituisce i farmaci. Li accompagna. È la medicina dei ritmi. Della luce. Del paesaggio. Dell’incontro.
È quella sottile armonia che permette al sistema nervoso di abbassare lentamente il tono dell’allerta, al respiro di farsi più profondo, e allo sguardo di smettere finalmente di rincorrere l’orologio. In fondo, il lusso più grande non consiste nel possedere più tempo. Consiste nell’abitare davvero quello che abbiamo. Forse questa sarà la mia vera vacanza. Non contare i giorni. Imparare nuovamente a sentirne il peso gentile, perché, ogni ritorno alle origini, coincide sempre con un ritorno alla nostra biologia più autentica.

E’ curioso pensare che, mentre sto ancora scrivendo queste righe nel mio studio, una parte di me stia già passeggiando lungo un sentiero assolato della Puglia, fra il bianco della pietra, l’argento degli ulivi e l’azzurro di un mare che, ogni estate, continua pazientemente a ricordarmi una verità semplicissima. La salute non nasce solo da ciò che mangiamo. Nasce anche dal modo in cui impariamo, finalmente, ad usare il nostro tempo.

Esimio Dottore
Non so che dire… il suo post, con le riflessioni esposte mi han colpito.
Sono emozionato lei ha messo su carta tutto quello che nel mio cuore insiste da sessantotto anni.
Dal giorno che mi deportarono dal mio magnifico paesino sul mare ionio, in provincia di Reggio Calabria, dove nacqui e vissi fino l’età di anni dodici.
Fui strappato dalla mia terra, dai miei affetti, lasciai pure i profumi del mare,dei monti a ridosso, il profumo delle piante di frutta, olivi, bergamotti, limoni e aranci, il profumo inebriante del gelsomino.
Lasciai tutto questo per essere portato a Milano dove questi profumi non esistevano.
Sotto casa non sentivo più il cantare del mio mare, che pure di notte mi parlava, non sentivo più l’ululare dei lupi sui monti di giorno, non vedevo più i miei uccellini, canarini, cardellini,passerotti e quaglie che liberamente fischiettavano sugli alberi.
Poi, che dire, quando i mandorli fiorivano, quel profumo che avvolgeva tutto il borgo.
Non sentivo più’ le galline nel pollaio che starnazzavano di notte quando le volpi le facevano visita, noi ragazzini subito ci alzavamo dal letto e correvamo in loro soccorso.
Qui al nord tutto sparito,
sentivo solo lo stridio delle ruote dei tram ed il profumo era quello dei freni, odore di ferro e ferodi.
Certi giorni per sentirmi un po’ più vicino alla mia terra mi avvicinavo ai panifici dove almeno sentivo il profumo del pane, non uguale ma simile a quello della mia terra.
Poi negli anni questa nuova città la feci mia, nel rione tentai di trasmettere questi valori delle mie origini senza tralasciare l’integrazione.
Ora tutto quello che lei con una analisi, che non viene solo dal ragionamento ma soprattutto dal cuore, ha scritto e’ come se avesse letto nel mio cuore e nella mia mente.
Non so e non voglio sapere come ha fatto ma, in un istante, ha riportato alla luce ricordi e sentimenti.
Ancora oggi, a distanza di anni dall’allontanamento, non c’è giorno che io non parli e pensi del mio amato borgo.
Quando riesco a tornare, a far visita ai miei meravigliosi cugini, quando tocco il suolo dell’aeroporto mi commuovo e scendono le lacrime.
Poi, come a lei, anche a me piace ascoltare ed ammirare il mare seduto sugli scogli.
Raramente faccio il bagno, per me è importante essere lì, il tempo rallenta, ti aspetta, non corre perché di tempo ne ha.
Lei ha ragione quando dice che pure l’ozio è medicina, sono d’accordo ma questo è possibile forse solo nelle nostre terre e nella nostra cultura.
Oggi e soprattutto al nord, lo scandire dei tempi è differente, i giovani sono collegati con il mondo attraverso il web, non conoscono la cultura del tempo, tempo inteso come vita.
Al nord viviamo rincorrendo e correndo, come se non ci fosse un domani, senza fermarsi mai a chiedersi dove si sta correndo.
Anche io ho sempre corso, poi a settantacinque anni arrivo’ il covid, solo lui ebbe la forza di fermarmi ad oggi sono fermo e sempre di più penso a quello che lei, con amore dice, è la mia vita.
Potrei continuare all’infinito a raccontare la nostra terra, il nostro Ionio e la nostra cultura ma mi fermo qui.
Grazie dottore, le sono profondamente riconoscente per gli ennesimi spunti di riflessione sempre graditi.
Conobbi il Dottor Angelo Bianco qualche anno fa, durante una vacanza remise en forme.
Doveva essere una semplice parentesi dedicata al benessere, ma la vita, a volte, ama sorprenderci con incontri destinati a lasciare un segno.
Fin dal primo istante nacquero una simpatia spontanea e una stima profonda.
Sono quelle affinità rare che non hanno bisogno di parole per essere riconosciute: si avvertono, semplicemente, e trovano subito il loro posto nel cuore.
In Angelo scoprii un professionista serio, preparato, appassionato del suo lavoro, ma soprattutto un medico capace di guardare oltre i numeri e oltre la bilancia. Il suo modo di vivere la nutrizione è una piccola rivoluzione gentile, niente imposizioni, niente sensi di colpa, nessuna ossessione per un ago che sale o scende ma solo il desiderio autentico di ascoltare la persona, comprenderne la storia, le fragilità, le abitudini, per accompagnarla verso un equilibrio possibile, fatto di consapevolezza e non di rinunce.
Quella settimana passò in un soffio. Tornai a casa con molto più di qualche buon consiglio, portai con me la presenza discreta e preziosa di una persona che, giorno dopo giorno, è entrata nella nostra vita fino a diventarne parte, come accade ai veri amici.
Con la sua competenza, unita a una rara leggerezza, è riuscito persino a farmi amare quelle trasmissioni dedicate alla salute che un tempo evitavo con un rapido gesto del telecomando.
Perché quando la conoscenza incontra l’umanità, anche gli argomenti più complessi diventano interessanti, e persino affascinanti.
Perché Angelo non è soltanto un nutrizionista.
È un uomo che sa raccontare la vita.
È uno scrittore che intreccia scienza ed emozioni, memoria e paesaggi, parole e silenzi.
Ti accompagna a riflettere, ti invita ad ascoltarti con maggiore attenzione e, quasi senza accorgertene, ti conduce per mano in una terra che forse non hai mai visitato. Eppure, grazie ai suoi racconti, finisci per sentirne il profumo, riconoscerne la luce, amarne l’anima.
Esistono persone che svolgono con competenza il proprio mestiere.
E poi ce ne sono altre che, attraverso quel mestiere, riescono a lasciare un’impronta nel cuore di chi hanno incontrato.
Angelo Bianco, per me, è una di quelle persone.