Ci sono parole che hanno bisogno di essere salvate. Non perché siano diventate rare ma perché, a furia di essere usate male, hanno perso il loro significato. Una di queste è vanità. La pronunciamo quasi sempre con un sorriso ironico….una debolezza che preferiremmo non confessare. Immaginiamo la Vanità davanti a uno specchio, intenta a lisciare una sgualcitura della giacca, a controllare la piega dei capelli, a cercare nella sua immagine riflessa la conferma della propria importanza. E, nella nostra fantasia, al contrario dell’Autostima, ha sempre uno specchio davanti.

Eppure credo che le due vivano molto più vicine di quanto crediamo. Forse, abitano addirittura nella stessa casa. Solo che una apre la finestra verso la strada in attesa di vedere quanti si fermeranno a guardarla; l’altra guarda dentro casa, con la speranza che tra quelle mura ci sia ancora qualcuno. Due atteggiamenti diversi dello stesso desiderio umano: essere visti. Essere visti non è una colpa. Anzi.
Forse è uno dei desideri più connaturati alla specie umana. Prima ancora di imparare a parlare, abbiamo bisogno di uno sguardo. Un bambino non conosce ancora la parola “autostima”, ma sa benissimo cosa significhi cercare un volto. Cerca gli occhi della madre. Cerca il sorriso del padre. Cerca qualcuno che gli dica, senza bisogno di parole: ti vedo.

Forse, tutta la nostra vita adulta è, in qualche modo, una lunga elaborazione di quella prima richiesta.
Cambiano gli specchi. Cambiano i volti, i luoghi, ma il bisogno rimane. Vogliamo essere riconosciuti. Non necessariamente ammirati. Non necessariamente applauditi. Semplicemente riconosciuti. Come si riconosce una casa dopo molti anni. Come si riconosce una voce al telefono prima ancora che pronunci il proprio nome. Come si riconosce, in mezzo a mille profumi, quello del pane che cuoceva nella cucina della propria infanzia. C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di lasciare una traccia.
Una frase che qualcuno ricorda. Un gesto che ritorna nella memoria di un’altra persona. Una persona che, anni dopo, dice: “Quella cosa che mi avevi detto allora mi è rimasta.” Forse è questa una delle forme più nobili della vanità. Non voler essere guardati per occupare tutto lo spazio a disposizione ma voler sapere che il nostro passaggio non è stato completamente invisibile.
Quando lo specchio diventa padrone
La vanità comincia a diventare un problema quando smette di essere ospite e pretende di diventare padrona di casa. Finché ogni tanto ci affacciamo allo specchio, nulla di strano. È umano voler piacere. È umano essere contenti quando qualcuno ci fa un complimento. È umano provare soddisfazione quando il nostro lavoro viene apprezzato. È umano desiderare un applauso. Il problema nasce quando lo specchio non ci mostra più come appariamo ma ci dice quanto valiamo.
Se la nostra immagine riflessa ci sorride, stiamo bene, altrimenti, vacilliamo. Se qualcuno ci applaude, ci sentiamo importanti ma, se l’applauso non arriva, improvvisamente dubitiamo di noi stessi. La vanità diventa una forma di fame. Una fame particolare, perché non si sazia mangiando. Ha bisogno continuamente di altro. Un altro complimento. Un altro riconoscimento. Un altro messaggio. Un altro numero. Un’altra conferma. Come bere acqua salata. Più bevi, più hai sete e forse, non è un caso che questa fame sia diventata più evidente nell’epoca attuale.

Abbiamo costruito una civiltà di specchi. Specchi nelle vetrine. Specchi nei rapporti sociali. Specchi nei telefonini. Specchi nei social network. Ogni fotografia può diventare uno specchio pubblico. Ogni opinione può essere misurata. Ogni parola può ricevere un applauso digitale. Ogni volto può essere esposto. Improvvisamente, non basta più essere. Bisogna apparire. Non basta fare. Bisogna mostrare di aver fatto. Non basta conoscere. Bisogna sembrare competenti. Non basta vivere. Bisogna raccontare di vivere.
Sottile trasformazione, quasi invisibile, ma rischia di spostare il centro della nostra esistenza dall’interno verso l’esterno. Come una casa che, invece di illuminare le proprie stanze, riserva tutta la sua luce alla facciata. Bellissima da fuori. Buia dentro.
L’autostima abita altrove: è una cosa molto più silenziosa.
Non ha bisogno necessariamente di essere vista. Non significa pensare di essere migliori degli altri o convincersi di essere infallibili. Non significa non avere paura o piacersi sempre. L’autostima è qualcosa di più semplice. Proprio per questo più difficile da indagare, direi che si può definire come il sapere di avere un valore anche quando nessuno lo sta certificando. È poter sbagliare senza sentirsi un errore. Poter perdere senza sentirsi un perdente. Poter dire «non lo so» senza percepire quella frase come una sconfitta. Poter ascoltare qualcuno più competente senza sentirsi sminuiti. Poter cambiare idea senza vergognarsi della proprie idee precedenti. Persino il poter trascorrere una giornata nella quale nessuno ci loda e tornare a casa sapendo che quella giornata ha avuto comunque un senso. L’autostima non è un piedistallo. È un pavimento. Questa differenza mi sembra fondamentale. Il piedistallo serve a stare sopra gli altri. Il pavimento serve a stare in piedi. La vanità cerca l’altezza. L’autostima cerca l’equilibrio.
La prima domanda: «Quanto mi guardano?»
La seconda: «Quanto sono capace di restare in piedi anche quando nessuno mi guarda?»
La sottile frontiera tra essere conosciuti ed essere conosciuti davvero
Una distinzione poi mi affascina. Essere conosciuti non significa necessariamente essere conosciuti davvero. Possiamo essere conosciutissimi e, allo stesso tempo, sconosciuti. Una fotografia può mostrare il nostro volto senza che si percepiscano le nostre inquietudini. Un curriculum può raccontare ciò che abbiamo fatto senza raccontare ciò che ci è costato. Un titolo può descrivere una professione senza dire quanto buio ci sia stato dietro. Un applauso può celebrare un risultato senza che si conoscano i fallimenti che lo hanno preceduto. Forse è proprio qui che dovremmo fermarci.
Davanti a quello specchio che ci restituisce un’immagine, ma non necessariamente la verità. Essere guardati non significa essere visti, così come essere conosciuti non significa essere compresi. Forse, dietro quella sottile differenza, si nasconde una domanda che merita più tempo di quanto normalmente siamo disposti a concederle. Che cosa rimane di noi quando il riflesso scompare?

Non provo a rispondere oggi. Lascio che la domanda rimanga lì, sospesa, come una finestra socchiusa. Connessione dei concetti al tema della dieta, calati nella realtà del blog. Lo specchio e la vanità sono temi perfetti per chi è a dieta.
La vanità e il peso
Quando parlo della vanità come “fame che non si sazia”, faccio un parallelismo con la fame reale o con l’ossessione per il numero sulla bilancia (l’ennesimo “numero”).

Lo specchio del corpo
Quando scrivo “il problema nasce quando lo specchio… ci dice quanto valiamo”, ecco il riferimento visivo: il bottone dei pantaloni che non si chiude o i centimetri del girovita.
L’autostima come pavimento
Spiega che l’autostima nella dieta serve a non mollare tutto se un giorno si cede a un dolce. È il “pavimento” che ti tiene in piedi anche dopo una trasgressione, senza farti sentire un fallito.
Riprenderò il filo venerdì prossimo, partendo proprio da quel punto nel quale lo sguardo degli altri smette di essere un riflesso e può diventare, qualche volta, un incontro.
