Ombre leggere, fusa e scodinzolii
di un’anima sorniona e spavalda.
Ci basta davvero poco e subito il cuore si riscalda,
ma l’anima cresce nel contrasto,
purché ciò non accada durante il pasto.
Umanizzare gli animali, animalizzare l’uomo: una deriva silenziosa

Mi ero ripromesso, per questa settimana, di cambiare tema, lasciandomi alle spalle la piccola “trilogia” dedicata agli animali domestici e al loro possibile contributo come forma di coaching dietologico.
Tuttavia, nei giorni scorsi, ho ricevuto una serie di repliche: alcune stimolanti, altre, temo, nate da un malinteso, forse dovuto a un modo di esprimermi che non sempre è stato limpido.
Per questo ho deciso di fermarmi un momento e chiarire meglio il mio pensiero. Non voglio apparire un censore del rapporto che, oggi più che in passato, lega l’uomo agli animali domestici.
Non ho intenzione di giudicare nessuno, né tantomeno di attribuire “colpe”. Non certo agli animali, che seguono semplicemente la loro natura, e nemmeno agli uomini, perché non credo che parlare di colpe abbia senso in un contesto simile.
Ciò che noto, piuttosto, è che siamo di fronte a una deriva culturale e sociale. Stiamo assistendo a un curioso doppio movimento nel quale, tra le altre cose, umanizziamo gli animali attribuendo loro intenzioni, emozioni e ruoli, che vanno ben oltre la loro natura. Al contempo, animalizziamo l’uomo, privandolo a poco a poco della fatica, della complessità, e della profondità, che caratterizzano le relazioni umane.
Un nuovo alfabeto degli affetti

Lo scodinzolio del cane quando rientriamo a casa, le fusa del gatto che ci viene incontro, sono gesti autentici, piacevoli e confortanti. Nessuno lo nega. Ma, sempre più spesso, questi gesti, diventano un alibi emotivo. Ci rifugiamo nella loro immediatezza perché più semplici da apprezzare, meno impegnativi, meno rischiosi rispetto ai rapporti umani.
Le amicizie, quelle vere, costano tempo, energie e attenzione.

Ci espongono a conflitti, delusioni, contraddittori accesi. Ma proprio queste frizioni ci aiutano a crescere, ad allargare i nostri orizzonti, a diventare individui più consapevoli. Oggi, invece, assistiamo a una tendenza a rifugiarsi nella comfort zone emotiva degli animali domestici, rischiando così di perdere l’allenamento a gestire la complessità dei rapporti umani.
La responsabilità dei social e del “virtuale”

Una parte di questa deriva è certamente alimentata dal mondo digitale. Lì tutto appare più facile, più veloce, più superficiale: l’apparire conta più dell’essere, l’immagine più della sostanza. I social hanno amplificato questa dinamica, portandoci a sostituire il dialogo reale con la connessione virtuale, il confronto acceso con l’“emoji”. In questo contesto, l’animale domestico diventa un porto sicuro, una relazione che non si mette mai in discussione, che non contraddice, che non ci obbliga a ridefinire continuamente i nostri limiti. Ma, come dicevo, il rischio è di allenare meno il muscolo della relazione umana.
Nutrizione, relazioni e convivialità
Qui mi aggancio al mio terreno di analisi: la nutrizione. Perché, senza prove scientifiche, ma con la forza della mia esperienza, credo che le relazioni autentiche abbiano un riflesso diretto sul nostro modo di mangiare. Con tanti amici veri, con incontri piacevoli, è probabile che si finisca per “sgarrare”di più. Una cena in compagnia, un brindisi in allegria, un piatto preparato per condividere il piacere della tavola….
Ma quei “peccati di gola” inseriti in un contesto che ci arricchisce, che ci nutre non solo nel corpo ma anche nello spirito, sono quasi più accettabili.

All’opposto, una vita isolata o che si rifugi solo negli affetti animali, o virtuali, rischia di produrre un’alimentazione magari più controllata ma anche più povera, non tanto di nutrienti quanto di gioia condivisa. Sappiamo bene che il benessere non dipende solo dai valori ematici, ma anche dal sorriso a tavola, dalla capacità di sentirsi parte di una comunità.
Conclusione
Non si tratta, quindi, di mettere in contrapposizione animali e uomini, affetto animale e amicizia umana. Si tratta piuttosto di recuperare un equilibrio. Riconoscere agli animali il loro valore, senza attribuire loro ruoli che non hanno, e, allo stesso tempo, non dimenticare che il vero nutrimento dell’uomo rimane l’incontro con i suoi simili, con i suoi rischi, le sue fatiche, e le sue inevitabili delusioni.

Perché, in fondo, la vita non è mai davvero leggera. È densa, complessa, contraddittoria. E proprio lì, nella sua complessità, risiede la possibilità di crescere, di amare e di… mangiare meglio.
