
Prima la televisione e poi il computer, questi “elettrodomestici gentili”, come vuole la loro iniziale reputazione, oggi hanno gettato la maschera rivelandosi per quel che sono: i più formidabili condizionatori del pensiero, non nel senso che ci dicono cosa dobbiamo pensare, ma nel senso che modificano in modo radicale il nostro modo di pensare.
(Umberto Galimberti)
Avrei voluto e dovuto, parlare di fake news ma ogni discorso ha il suo tempo e il suo spazio. Sento la necessità di soffermarmi ancora su altro. Questo blog è un luogo di confronto, una finestra aperta sul dialogo. Quando ricevo feedback, critiche, osservazioni, ritengo doveroso non lasciarle cadere nel vuoto. Non avrebbe senso rispondere individualmente, perché il significato stesso di uno spazio come questo è quello di condividere pensieri, ragionamenti, riflessioni che possano essere di utilità comune. Ecco perché, prima di proseguire sulla strada che avevo inizialmente tracciato, sento il bisogno di chiarire alcuni punti fondamentali, perché solo su basi solide si può costruire un dialogo autentico e consapevole.
Nel principio di ogni percorso vi è un’idea, un seme che germoglia nella coscienza e prende vita nel quotidiano. Il mio viaggio nella dietologia nasce da questa consapevolezza, da un senso di responsabilità che mi lega all’essenza stessa del concetto di nutrizione.

Il cibo, so di ripetermi, non è solo nutrimento per il corpo, ma simbolo di appartenenza, di cultura, di radici profonde che si ritrovano nella storia di ciascuno. È rito e necessità, piacere e medicina, equilibrio tra materia e spirito. Eppure, in questo mondo che corre veloce, dove tutto si misura in tempi ristretti e in risultati immediati, il mio impegno è mirato principalmente a combattere la superficialità. Chi promette scorciatoie e risultati miracolosi raccoglie consensi facili, mentre chi dice la verità (almeno, la sua verità) si scontra con l’insofferenza del tempo moderno.
Io, medico e dietologo, mi trovo spesso in una posizione di svantaggio rispetto ai cosiddetti “nutrizionisti autoreferenziati”, una categoria nebulosa e sempre più diffusa che, sovente, priva di una solida base scientifica, e senza l’onere dell’etica medica, promette risultati miracolosi con formule accattivanti e scorciatoie seducenti.
Ho un dovere morale e comportamentale che non mi permette di cedere alla tentazione della semplificazione ingannevole. Il mio approccio non può, e non deve, ridursi a sterili promesse o a slogans motivazionali privi di fondamento. La verità, per quanto meno vendibile, è questa: la dieta non è un atto isolato ma un processo complicato che richiede un cambiamento profondo dello stile di vita.

Questo è un punto cruciale che spesso viene ignorato o, peggio, deliberatamente occultato da chi trasforma la nutrizione in una merce di consumo e la volontà in una questione di pura determinazione individuale.
Entra in gioco una consapevolezza fondamentale: la dietoterapia non è solo una questione di alimentazione corretta ma ha una dimensione psicologica profondissima. Per me, non si tratta semplicemente di prescrivere un regime alimentare bensì di accompagnare il paziente in un percorso di trasformazione che riguarda anche le sue abitudini, le sue convinzioni, le sue emozioni nei confronti del cibo. In questo senso, la dietoterapia assume una funzione che si avvicina alla psicoterapia o, meglio, a una forma di coaching che aiuta il paziente a riconoscere e a superare gli ostacoli che lo separano da un benessere autentico e duraturo.
Poiché abbiamo sostenuto fino allo spasimo che il cibo è molto più di un semplice carburante per il corpo, ovvero è cultura, identità, tradizione, affetto, rifugio, ogni scelta alimentare è il riflesso di una storia personale, di un vissuto emotivo. La dieta, pertanto, non può essere imposta come una serie di divieti e imposizioni asettiche ma deve essere costruita intorno alla persona, con empatia, ascolto e comprensione. Ecco perché il mio ruolo non si limita a fornire indicazioni su cosa mangiare e cosa invece evitare ma implica un lavoro più profondo, che coinvolge la motivazione, la consapevolezza, e la capacità di costruire un nuovo rapporto con il cibo.

Questa visione della dietoterapia come forma di coaching alimentare, si scontra inevitabilmente con l’approccio dei “venditori di sogni”, coloro che riducono il tutto a uno schema rigido, a una tabella di marcia fatta di regole inflessibili e di risultati garantiti entro tempi irrealistici. Loro attirano con promesse di cambiamenti rapidi e senza sforzo. Il medico dietologo, invece, dovrebbe dire la sua verità, frutto di ricerche, letture rigorosamente scientifiche e scambio di vedute con i colleghi. E, perché no, magari, anche di una esperienza di più lustri. Il cambiamento richiede tempo, impegno e una profonda ristrutturazione delle proprie abitudini. Lo so: non è un messaggio accattivante, ma è l’unico che abbia un valore autentico. L’errore più grande che si può commettere, in questo scenario, è quello di considerare il paziente un semplice esecutore di istruzioni anziché un individuo che ha bisogno di essere guidato in un percorso di consapevolezza e di crescita.
Ecco perché il mio lavoro non è mai unidirezionale: non impongo ma spiego; non ordino ma accompagno; non vendo illusioni ma costruisco realtà possibili.
Mi rendo conto che in un’epoca in cui tutto è veloce, in cui le risposte devono essere immediate e i risultati istantanei, è difficile far passare un messaggio di gradualità e di costruzione a lungo termine. Ma questa è la vera sfida: restare fedeli a un metodo scientifico ed etico, senza cedere alle mode effimere ed ai facili entusiasmi.

Se questo significa essere meno popolari di chi si improvvisa esperto di nutrizione con una manciata di slogan ben confezionati, allora amen. Preferisco restare dalla parte della scienza ma con una precisazione: ciò non significa cristallizzarsi in dogmi incrollabili ma, piuttosto, avere il coraggio di evolversi, di rimettere in discussione le proprie certezze alla luce di nuove scoperte. Ma anche di affinare il sapere con l’umiltà di chi sa che la conoscenza non è mai statica ma è un fiume in continuo movimento. La scienza, quella vera, non è mai un monolite immutabile, bensì un organismo vivo, che cresce, si trasforma e si adatta, così come dovrebbe fare ogni medico che abbia a cuore la verità.
Ritengo che ulteriori precisazioni meritino una lettura serena e non frettolosa. Per questo, rimando il resto alla prossima settimana. Con la giusta calma, senza l’affanno del tempo che incalza, perché certe riflessioni, proprio come una buona dieta, hanno bisogno di essere assaporate con la dovuta attenzione.
