Quo vadis Medicina II

Ma ‘ndo vai Medicina (lo dicevano i romani)

È mattina presto, il medico si alza, si veste in fretta, si specchia un attimo, non per vanità. Per controllare se ha ancora un volto. Sì, ce l’ha ancora. Ha un aspetto stanco ed è pallido. Ma è ancora riconoscibile. Poi guarda sul comodino. Accanto allo stetoscopio, c’è un foglio di dimissioni da perfezionare, due prescrizioni da riscrivere, una minaccia legale via PEC e un messaggio vocale alle 3:14 di quel paziente che “non voleva disturbare, ma…”.

Nel frattempo, la Medicina, la sua amante, musa, croce, è lì che si trucca davanti allo specchio dell’opinione pubblica, con un po’ di cipria sulle rughe istituzionali e una spolverata di slogan. “Sanità digitale”, “Telemedicina per tutti”, “Il paziente al centro”.

Al centro sì, ma come l’uvetta nel panettone: a pochi interessa davvero, ma bisogna pur mettercela.

Medicina, dove stai andando? Hai fatto l’Erasmus per secoli. Da quella antica di Ippocrate a quella moderna, burocratizzata. Hai viaggiato tra i giuramenti solenni e le mails in automatico.

Un tempo eri l’Arte del curare. Ora sei la scienza del sopravvivere alle checklist. Ti si pensava compassionevole. Ora ti vogliono prestazionale. Hai venti minuti a visita, diagnosi compresa, pausa empatia solo su richiesta. Ti si pensava umanistica. Ora ti vogliono digitale, algoritmica, persino app-compatibile. Guai a non aggiornare i protocolli: un click sbagliato e sei fuori dal Sistema Sanitario (però dentro un tribunale).

Nel frattempo, le diagnosi si fanno su Instagram, le intolleranze si scoprono su TikTok, le diete si copiano da chi ha più follower e meno lauree. Tu parli di metabolismo basale, loro vogliono sapere se il limone caldo a digiuno brucia i grassi. Tu tenti di spiegare la comorbilità, loro ti mostrano un test del DNA fatto online “che è più preciso del medico, sa!”. I pazienti non hanno più bisogno di ascoltarti: ti hanno già googlato.

Tu, cara Medicina, invece di indignarti, cosa fai? Ti adegui. Metti un po’ di infografiche, sorridi nei podcast, ti fai il lifting linguistico: non più “obesità”, ma “condizione ponderale”. Non più “paziente”, ma “utente”. In fondo anche tu, per sopravvivere, sei costretta a vendere l’anima a piccole dosi. E allora, “Quo vadis, Medicina?” Stai andando verso l’ipertecnologia o verso l’oblio della relazione? Verso l’efficienza o verso l’indifferenza? Verso il futuro o… verso il call center? Perché se tutto è salute, niente è cura. E se tutto è prestazione, niente è relazione. E se tutti sono medici, dal guru su YouTube al barista esperto di intestino, allora nessuno lo è più. Ma qui non si tratta di rimpiangere i “bei tempi andati” o di crogiolarsi nel lamento.

No. Si tratta di scegliere: vogliamo essere funzionari della patologia o artigiani della cura? Vogliamo abdicare alla complessità umana per fare spazio alla semplificazione di massa? È tempo di fermarsi. Di riprendersi. Di tornare a guardarsi negli occhi, a mettere una mano sulla spalla e a dire: “Ci sono”. Non serve solo una riforma sanitaria. Serve una riforma dell’anima medica. E allora ti dico, cara Medicina: non cercare di andare ovunque. Scegli di tornare là dove sei nata: tra l’ascolto, il dubbio, la presenza. Solo lì potrai ancora salvare qualcuno. Compresa te stessa.

Io, che faccio il dietologo, dove mi posiziono in tutto questo? Nel grande circo della Medicina 2.0, tra visite lampo, diagnosi algoritmiche e sorrisi da brochure. Noi dietologi siamo diventati dei funamboli. Dobbiamo camminare su quel filo sottile che divide la scienza dalla moda, la salute dal marketing, il metabolismo dall’estetica. Senza cadere o, almeno, cercando di farlo con grazia. Una volta i pazienti venivano da noi con la pressione alta, la glicemia sballata, la colite che non dava tregua. Oggi arrivano con una foto di Beyoncé e la richiesta: “Voglio il piano alimentare che mi fa perdere peso in due settimane, ma senza rinunciare all’aperitivo e possibilmente mangiando solo cose beige”. E se provi a parlare di infiammazione cronica, di equilibrio intestinale, di relazione con il cibo… ti guardano come se stessi leggendo un saggio di Kant a un festival trap.

Nel mio studio, spesso, la fame non è mai davvero fame. È ansia. È stanchezza. È solitudine. Con lo zucchero a velo sopra. Tuttavia, non lo puoi dire troppo apertamente. Oggi, tutto deve avere una spiegazione biochimica, una soluzione in capsule, un codice sconto. Ecco che allora traduci la sofferenza in indici glicemici, converti i dispiaceri in Kcal, sperando che, almeno nel percorso, accada qualcosa di più profondo. Perché sì, io ti posso anche elaborare lo schema perfetto: grammature, abbinamenti, tempi, strategie. Ma se poi tu torni a casa e ti senti solo, stanco, inascoltato… alla fine aprirai lo stesso quel pacchetto di biscotti. Non per fame ma per memoria, oppure per compagnia. Il cibo non nutre solo il corpo: spesso riempie i vuoti che non sappiamo nemmeno di avere. Allora, mi chiedo anch’io: “Quo vadis, Dietetica”?

Stai diventando una succursale della cosmesi? Una branca dell’influencer marketing? Una moda da “prima e dopo” su Instagram, con tanto di sconti per i primi dieci iscritti? Tu che un tempo parlavi di equilibrio, oggi devi misurarti con chi dice che il glutine è il male assoluto (ma solo se non è in un croissant francese), che i latticini vanno banditi (a meno che non siano nella carbonara) e che il digiuno intermittente funziona perché “lo ha detto su YouTube uno che ha anche fatto palestra”. Tu provi a spiegare che non esistono cibi buoni o cattivi, ma solo contesti, biografie, abitudini. Loro però vogliono la lista: cosa si può e cosa non si può. Il menù morale. Come se il corpo fosse una macchina e non una storia. In mezzo a questo caos, nel quale le intolleranze si autodiagnosticano con l’oroscopo alimentare (più cool se abbinato allo zodiaco cinese!) e la serotonina si cerca nel cioccolato fondente al 95%, io resto lì. A proporre ascolto, tempo, lentezza. A chiedere: “Come stai davvero?”, prima ancora di “Cosa mangi?”. Perché la dieta, in fondo, non è solo nutrizione. È racconto di sé. È gesto quotidiano. È identità. È famiglia, memoria, paura, desiderio. È quella cosa che ti fa scegliere se mangiare sul divano con il cellulare o a tavola, con qualcuno che ti guarda negli occhi. È il modo in cui ti tratti quando nessuno ti vede.

Per tutti questi motivi, anche se il mondo va verso le app, le pillole, i pasti in polvere e i frullati con le proteine della speranza, continuo a credere che serva qualcosa di diverso.

Qualcosa che somiglia all’ascolto, alla presenza, all’arte lenta della cura.

Voglio fare il dietologo “artigiano”. Di quelli che aprono i cassetti delle storie e non solo quelli del frigorifero. Di quelli che ti chiedono perché hai fame e non solo cosa mangi. Di quelli che sanno che una dieta funziona davvero solo se riesce a nutrire anche un pezzetto della tua anima affamata.

Se è vero che “siamo ciò che mangiamo”, forse dovremmo smettere di mangiare solo per diventare più magri ma iniziare a mangiare anche per diventare più veri. Magari, chissà, anche un po’ più liberi.

Nel prossimo appuntamento con “Quo vadis, Medicina?” ci addentreremo nel cuore vero del cambiamento. Tra tecnologia salvifica e silenzi sempre più assordanti, ci chiederemo se davvero l’innovazione possa sostituire l’ascolto. O se, invece, è proprio da lì che dovremmo ripartire.

Quo vadis, Medicina? 

“Le anatre depongono le loro uova in silenzio.
Le galline invece schiamazzano come impazzite.
Qual è la conseguenza?
Tutto il mondo mangia uova di gallina.”

(Henry Ford)

Commento:
Il marketing vince, anche nel campo della Sanità.
A volte la medicina “urlata” fa più rumore di quella buona e silenziosa.
Anche in dietologia, chi urla “detox!” o “miracolo!” ha più like del collega serio.

Nota ironica:
Forse dobbiamo imparare a urlare un po’ anche noi… ma con eleganza clinica.

Dove vai, Medicina, con la borsa in mano e lo stetoscopio penzolante come una collana fuori moda?

Ti vedo arrancare tra le corsie bianche e livide di luci al neon, inciampare nei faldoni digitali e nei protocolli multipli, mentre cerchi il camice come fosse un mantello d’invisibilità: ti nascondi o cerchi di essere vista? Un tempo camminavi a testa alta. Ti si nominava con riverenza, si bisbigliava timidamente il tuo nome nelle strade dei paesi: “È arrivato il medico“, bastava quello.

Non servivano slogan, social o conferenze stampa. Ora ti presentano con un codice fiscale, una password e una cartella condivisa. Ti cercano online prima ancora che in ambulatorio. Ti giudicano da una recensione e un punteggio a più stelle, come fossi una pizzeria.

Hai perso l’aureola, Medicina mia e, con essa, anche un po’ la pazienza, e noi con te.

Ti sei fatta stanca, stropicciata, logorata dal tempo e dalle agende impossibili. Un tempo parlavi greco e latino, oggi parli Excel, PEC, DRG. Ti avevano insegnato a leggere anche i cuori, ora ti chiedono di leggere i bilanci. Dove vai, Medicina? Forse non lo sai neppure tu. Forse corri, insegui, eviti. Corri dietro al paziente che fugge o lo rincorri. Insegui l’ultimo aggiornamento ministeriale, l’ultima sigla, l’ultima direttiva che cambia tutto, ma che, ironia delle ironie, nulla muta davvero.

Eviti il rischio, eviti le denunce, eviti di essere troppo umana. Perché essere troppo umani, oggi, è rischioso. Dove vai, Medicina, in questo secolo che ha trasformato il paziente in cliente, il medico in operatore e la malattia in algoritmo?

Ti abbiamo amata come si ama un mito, e ora ti contempliamo come si guarda una vecchia diva del cinema che recita ancora, sì, ma in una pubblicità di lassativi. Non è colpa tua, intendiamoci. Sei stata travolta, manipolata, spremuta come un limone.

Ma resta il fatto che ci appari irriconoscibile. E quando chiediamo: “Dove sei andata?”, ci rispondi con un modulo in triplice copia.

Ti abbiamo vista eroina durante le pandemie e comparsa muta nei bilanci dello Stato. Sei stata chiamata “frontline”, e subito dopo sei stata rimandata nelle retrovie.

Quando servi, ti celebriamo. Quando pesi, ti tagliamo. Sei la prima a cui chiediamo aiuto e l’ultima che aiutiamo. Sei una barca che non affonda solo perché chi vi ci lavora ha imparato a trattenere il respiro.

Eppure, qualcosa in te resiste. Un’anima antica, un brivido, una vocazione che non si lascia disinnescare. Quando un medico ascolta con attenzione, quando una mano si posa con cura, quando una diagnosi diventa una svolta e non una condanna, ecco, lì, sei ancora tu. Non sei morta. Sei solo ferita, disorientata, spaventata. Come noi. Cara Medicina, sei un’idea in cammino. Hai le rughe della tua storia e le cicatrici del presente. E forse non sai ancora dove stai andando. Ma se trovi il coraggio di fermarti, guardarti dentro e scegliere cosa vuoi essere, puoi facilmente ritrovare anche il tuo cammino.

Non cercare di guarire tutto: inizia col guarire te stessa. Ho scelto di affrontare questi argomenti non partendo da un trattato scientifico, né da una casistica clinica, ma da un’esperienza concreta e profondamente umana: la partecipazione a una trasmissione televisiva che mi ha visto dialogare, fianco a fianco, con il collega e amico, dottor Nicola Pizzulli.

Insieme, abbiamo provato a raccontare cosa sta accadendo oggi nella medicina, tra ospedali affollati, ambulatori saturi, pazienti disorientati e medici stanchi.

Il titolo della puntata era quello di una domanda antica e potente: Quo vadis, Medicina?

Dove stiamo andando? Quale direzione stiamo prendendo, noi medici, nel nostro modo di curare, ascoltare e relazionarci?

E i pazienti, che posto hanno davvero in questo viaggio? A partire da queste suggestioni, proverò a intrecciare ogni volta una riflessione sul mestiere del medico, con la mia pratica quotidiana di dietologo, cercando fili comuni, analogie, collegamenti.

Perché parlare di nutrizione non significa parlare solo di cibo, significa parlare anche di persone. E ogni persona, prima ancora che un paziente, ė una storia che chiede attenzione.

Quo vadis, Medicina?

Ogni tanto, anche il dietologo si ferma a guardare oltre il piatto, oltre il peso, oltre i numeri. Guarda dentro le persone, dentro i colleghi, dentro se stesso. Lo abbiamo fatto pubblicamente, in televisione e lo rifacciamo qui, in questo spazio che di solito parla di nutrizione, ma che oggi si apre anche a una riflessione più grande: dove sta andando la Medicina?

Conto di proporre una serie di scritti, pensieri e appunti, ogni volta con un incipit diverso e magari con un piccolo frammento lirico, per fermarmi un momento prima di tornare nell’alveo della mia pratica: la dietologia. Perché nutrire è molto più che alimentare: è relazione, è ascolto, è linguaggio del corpo e dell’anima. Sarà un percorso a puntate, una serie di riflessioni su un tema tanto attuale quanto delicato: il rapporto medico-paziente e la qualità della comunicazione tra noi medici.

Naturalmente, non potrò fare a meno di mettere un po’ di enfasi nell’argomento, riguardo al quale, peraltro, mi attribuisco il diritto (o il dovere?) di ritenermi esperto. Un pizzico di autoironia non guasta, ma abbiate fiducia, sono sempre qui per offrirvi spunti “scientifici” e pratici, e non solo “dotte” dissertazioni (anche se, a volte, lo ammetto, mi piace far credere il contrario).