“Le anatre depongono le loro uova in silenzio.
Le galline invece schiamazzano come impazzite.
Qual è la conseguenza?
Tutto il mondo mangia uova di gallina.”
(Henry Ford)
Commento:
Il marketing vince, anche nel campo della Sanità.
A volte la medicina “urlata” fa più rumore di quella buona e silenziosa.
Anche in dietologia, chi urla “detox!” o “miracolo!” ha più like del collega serio.
Nota ironica:
Forse dobbiamo imparare a urlare un po’ anche noi… ma con eleganza clinica.

Dove vai, Medicina, con la borsa in mano e lo stetoscopio penzolante come una collana fuori moda?
Ti vedo arrancare tra le corsie bianche e livide di luci al neon, inciampare nei faldoni digitali e nei protocolli multipli, mentre cerchi il camice come fosse un mantello d’invisibilità: ti nascondi o cerchi di essere vista? Un tempo camminavi a testa alta. Ti si nominava con riverenza, si bisbigliava timidamente il tuo nome nelle strade dei paesi: “È arrivato il medico“, bastava quello.
Non servivano slogan, social o conferenze stampa. Ora ti presentano con un codice fiscale, una password e una cartella condivisa. Ti cercano online prima ancora che in ambulatorio. Ti giudicano da una recensione e un punteggio a più stelle, come fossi una pizzeria.
Hai perso l’aureola, Medicina mia e, con essa, anche un po’ la pazienza, e noi con te.

Ti sei fatta stanca, stropicciata, logorata dal tempo e dalle agende impossibili. Un tempo parlavi greco e latino, oggi parli Excel, PEC, DRG. Ti avevano insegnato a leggere anche i cuori, ora ti chiedono di leggere i bilanci. Dove vai, Medicina? Forse non lo sai neppure tu. Forse corri, insegui, eviti. Corri dietro al paziente che fugge o lo rincorri. Insegui l’ultimo aggiornamento ministeriale, l’ultima sigla, l’ultima direttiva che cambia tutto, ma che, ironia delle ironie, nulla muta davvero.
Eviti il rischio, eviti le denunce, eviti di essere troppo umana. Perché essere troppo umani, oggi, è rischioso. Dove vai, Medicina, in questo secolo che ha trasformato il paziente in cliente, il medico in operatore e la malattia in algoritmo?

Ti abbiamo amata come si ama un mito, e ora ti contempliamo come si guarda una vecchia diva del cinema che recita ancora, sì, ma in una pubblicità di lassativi. Non è colpa tua, intendiamoci. Sei stata travolta, manipolata, spremuta come un limone.
Ma resta il fatto che ci appari irriconoscibile. E quando chiediamo: “Dove sei andata?”, ci rispondi con un modulo in triplice copia.
Ti abbiamo vista eroina durante le pandemie e comparsa muta nei bilanci dello Stato. Sei stata chiamata “frontline”, e subito dopo sei stata rimandata nelle retrovie.
Quando servi, ti celebriamo. Quando pesi, ti tagliamo. Sei la prima a cui chiediamo aiuto e l’ultima che aiutiamo. Sei una barca che non affonda solo perché chi vi ci lavora ha imparato a trattenere il respiro.

Eppure, qualcosa in te resiste. Un’anima antica, un brivido, una vocazione che non si lascia disinnescare. Quando un medico ascolta con attenzione, quando una mano si posa con cura, quando una diagnosi diventa una svolta e non una condanna, ecco, lì, sei ancora tu. Non sei morta. Sei solo ferita, disorientata, spaventata. Come noi. Cara Medicina, sei un’idea in cammino. Hai le rughe della tua storia e le cicatrici del presente. E forse non sai ancora dove stai andando. Ma se trovi il coraggio di fermarti, guardarti dentro e scegliere cosa vuoi essere, puoi facilmente ritrovare anche il tuo cammino.
Non cercare di guarire tutto: inizia col guarire te stessa. Ho scelto di affrontare questi argomenti non partendo da un trattato scientifico, né da una casistica clinica, ma da un’esperienza concreta e profondamente umana: la partecipazione a una trasmissione televisiva che mi ha visto dialogare, fianco a fianco, con il collega e amico, dottor Nicola Pizzulli.

Insieme, abbiamo provato a raccontare cosa sta accadendo oggi nella medicina, tra ospedali affollati, ambulatori saturi, pazienti disorientati e medici stanchi.
Il titolo della puntata era quello di una domanda antica e potente: Quo vadis, Medicina?
Dove stiamo andando? Quale direzione stiamo prendendo, noi medici, nel nostro modo di curare, ascoltare e relazionarci?
E i pazienti, che posto hanno davvero in questo viaggio? A partire da queste suggestioni, proverò a intrecciare ogni volta una riflessione sul mestiere del medico, con la mia pratica quotidiana di dietologo, cercando fili comuni, analogie, collegamenti.
Perché parlare di nutrizione non significa parlare solo di cibo, significa parlare anche di persone. E ogni persona, prima ancora che un paziente, ė una storia che chiede attenzione.
Quo vadis, Medicina?
Ogni tanto, anche il dietologo si ferma a guardare oltre il piatto, oltre il peso, oltre i numeri. Guarda dentro le persone, dentro i colleghi, dentro se stesso. Lo abbiamo fatto pubblicamente, in televisione e lo rifacciamo qui, in questo spazio che di solito parla di nutrizione, ma che oggi si apre anche a una riflessione più grande: dove sta andando la Medicina?
Conto di proporre una serie di scritti, pensieri e appunti, ogni volta con un incipit diverso e magari con un piccolo frammento lirico, per fermarmi un momento prima di tornare nell’alveo della mia pratica: la dietologia. Perché nutrire è molto più che alimentare: è relazione, è ascolto, è linguaggio del corpo e dell’anima. Sarà un percorso a puntate, una serie di riflessioni su un tema tanto attuale quanto delicato: il rapporto medico-paziente e la qualità della comunicazione tra noi medici.

Naturalmente, non potrò fare a meno di mettere un po’ di enfasi nell’argomento, riguardo al quale, peraltro, mi attribuisco il diritto (o il dovere?) di ritenermi esperto. Un pizzico di autoironia non guasta, ma abbiate fiducia, sono sempre qui per offrirvi spunti “scientifici” e pratici, e non solo “dotte” dissertazioni (anche se, a volte, lo ammetto, mi piace far credere il contrario).
