Il fraintendimento

La bestia, l’uomo, la cena. Il fraintendimento

C’è qualcosa di profondamente animalesco nella nostra umanità. E qualcosa di straordinariamente umano nel modo in cui trattiamo gli animali. Poi, in mezzo, c’è la cena. Ci emozioniamo, ci indigniamo, ci arrabbiamo, ci amiamo, ma comunicare, quello proprio no.

Il genere umano, nella sua infinita varietà, ha una straordinaria abilità nel fraintendersi.

Ci si offende per un tono, ci si irrigidisce per una pausa, ci si arrabbia per un messaggio “visualizzato e non risposto”. Siamo creature complesse, sì, ma con una sorprendente fragilità da notifica blu. 

E allora che si fa? Si cerca rifugio. Non nel silenzio, non nella riflessione, ma nei gatti, nei cani… Negli occhioni pieni di un amore incondizionato. Loro non ci giudicano. Loro ci ascoltano (forse). Loro non replicano (di certo).

Ma, anche qui, attenzione. Non è che ci parliamo davvero. No, li interpretiamo. O meglio: ci proiettiamo addosso tutto ciò che non sappiamo gestire tra di noi esseri umani. Poi. li sterilizziamo, così non danno fastidio. Così non invadono. Così non ci complicano la vita. “È per il loro bene”, diciamo.

Ma poi li vediamo ingrassare, perdere i baffi da caccia, addormentarsi su un cuscino rosa shocking, tra i croccantini al gusto di salmone sintetico. E ci convinciamo che siano felici. Perché sono come noi: sazi, comodi, spompati. Privati dell’istinto, ma pieni d’amore da condividere via stories.

E intanto ci indigniamo: “Oh, i cinesi che mangiano i cani! I vietnamiti che arrostiscono i gatti!” Eppure, anche i nostri nonni piangevano il maiale di casa. Poi, però, lo mangiavano. Lo avevano visto crescere. Lo avevano chiamato per nome. Eppure non lo avevano trasformato in un totem da salotto. Era parte della vita e quindi anche della morte. E se ci dicono che altrove mangiano i cavalli, ci scandalizziamo. Ah no, aspetta, lo facciamo anche noi ma non in Inghilterra, lì si indignano.

E se ci parlano di insetti fritti? Storcere il naso è d’obbligo, ma poi via coi gamberoni (aragoste è ancora più chic) a capodanno!

Lumache sì, cavallette no. Coniglio sì, cane no. Vitello sì, agnello… dipende.

Il gusto ha confini mobili. Il rispetto pure.

L’etica si piega alla geografia.

Mangiare, oggi, è più un atto simbolico che nutrizionale. È rito, identità, “storytelling”.

È il racconto che facciamo di noi attraverso ciò che scegliamo (o evitiamo) di mettere nel piatto. In tutto questo, quasi nessuno si ferma a chiedersi: “Perché proprio questo mi disturba?” “Perché questa indignazione e non un’altra?” “Il mio affetto per gli animali è davvero universale… o selettivo, comodo, addomesticato?”

Forse, in fondo, siamo tutti alla ricerca di qualcuno che ci ascolti senza replicare. Siccome gli animali sono così difficili da capire, li dotiamo di collare, ciotole e copertina col nostro odore. Costruiamo rapporti emotivi che non pongano domande.

Nel frattempo, però, giudichiamo chi mangia ciò che noi coccoliamo. Ma, se davvero vogliamo parlare di etica, allora dobbiamo cominciare da noi stessi. Dal nostro piatto. Dal nostro istinto. E da quella strana fame di coerenza, che ci manca sempre un po’… anche dopo cena.

Mangiare, tra rito e contraddizione.

Mangiare è un atto quotidiano, sì, ma in realtà è molto di più. È una pratica culturale, un gesto identitario, un’esperienza sensoriale ed emozionale. Ma, soprattutto, è una narrazione collettiva, fatta di memorie, riti, simboli, paure e desideri. Ecco perché il cibo e in particolare la carne, scatena reazioni viscerali. Perché non ci nutriamo soltanto di proteine, carboidrati e grassi.

Ci nutriamo di immaginari. Di emozioni. Di archetipi. Tra questi archetipi, l’agnello occupa un posto speciale. A Pasqua, per alcuni, è un tributo alla tradizione religiosa, per altri un rituale familiare che affonda nelle memorie dell’infanzia. Ma, per altri ancora, è un simbolo di ingiustizia, di violenza evitabile. E si trasforma così in un campo di battaglia culturale tra visioni del mondo divergenti.

Chi lo vede come un’offesa alla vita animale. Chi lo considera parte del proprio patrimonio culturale. Chi lo rifiuta per scelta etica. Chi lo difende per fedeltà alle radici culturali. Ma se vogliamo davvero affrontare la questione in modo adulto, maturo, aperto, allora, dobbiamo farlo fino in fondo. Senza sentimentalismi selettivi. Senza comode indignazioni a senso unico.

Perché indignarsi per l’agnello e non per il vitello? Perché restare turbati dalla macellazione pasquale e poi, il giorno dopo, ordinare un hamburger con leggerezza? Se il nostro motore è davvero la compassione verso la sofferenza animale, allora dovrebbe valere per tutti gli animali, senza eccezioni estetiche o culturali. L’emozione ha i suoi diritti, certo. L’agnello è piccolo, tenero, bianco. Somiglia quasi a un peluche.

Vederlo nel piatto ci turba. Ma allora dobbiamo riconoscere che il turbamento è nostro, non universale.

È un riflesso del nostro immaginario, non dell’Etica in senso assoluto. Altrimenti, come spiegare l’indignazione feroce verso chi mangia cani o gatti? In quelle culture, quegli animali non sono compagni, ma nutrimento. Esattamente come da noi lo è il coniglio, il maiale, il cavallo.

Noi ci sentiamo superiori. Dimentichiamo che le mappe morali sono mobili e che l’Etica cambia col fuso orario.

Porsi domande senza emettere giudizi

Serve quindi una riflessione matura. Non slogan. Non contrapposizioni. Non moralismi.

Solo domande:

  • Da dove nasce la mia convinzione?
  • Cosa mi turba davvero: la sofferenza dell’animale, o il simbolo che rappresenta?
  • Sono coerente nella mia indignazione?

Chi sceglie di non mangiare carne va rispettato. Chi sceglie di mangiarla, pure. Il rispetto non si misura con il contenuto del piatto ma con la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni.  Di ascoltare. Di pensare.

Verso una nuova coscienza alimentare

Il passo che potremmo fare insieme è questo:
non imporre, ma proporre. Non dividere, ma riflettere e far riflettere.

Mangiare è un gesto semplice e insieme profondissimo. Ci unisce. Ci racconta. Ogni volta che lo facciamo, non stiamo solo nutrendo un corpo. Stiamo scegliendo chi vogliamo essere. E forse, più che indignarci per cosa mangia l’altro, dovremmo cominciare a chiederci, finalmente, perché a noi piace mangiare solo ciò che mangiamo noi?

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