IL LATTE (III parte)

“Nella vita tutto consiste nel poter digerire bene.
Così l’artista trova l’ispirazione,
i giovanotti la voglia d’amare,
i pensatori le idee luminose
e tutti quanti la gioia di stare al mondo.”

Guy De Maupassant

Il latte fa bene o male?

L’argomento suscita spesso un acceso dibattito, il più delle volte controverso. Provo a riportare il mio punto di vista riguardo al consumo di latte in età adulta, cercando di “limare” i dubbi e la diffidenza riguardo alla sua presunta nocività.

Dal punto di vista evolutivo, si stima che l’introduzione di questo alimento sia iniziato parallelamente all’addomesticamento degli animali, che, insieme alla coltivazione dei primi cereali, risale a circa diecimila anni fa. Questa rivoluzione nella nutrizione umana ebbe luogo contemporaneamente in diverse zone del mondo. La Mezzaluna fertile, ovvero la valle del Nilo e la Mesopotamia, fu certamente una delle prime aree in cui si verificò questo fondamentale passaggio evolutivo dei nostri antenati che, da raccoglitori e cacciatori, si trasformarono prevalentemente in agricoltori, pastori e allevatori.

L’uomo cominciò, quindi, a consumare il latte degli animali che allevava.

Scene in un fregio che ornava il tempio di Ninhursag, Tell al Ubaid c. 2475 a.C.. Il fregio, mostra quattro uomini e due coppie di vacche e pecore al di fuori di un recinto. I Sumeri consideravano molto importante la mungitura e la trasformazione del latte.

La settimana scorsa abbiamo evidenziato che il latte è il primo alimento con cui veniamo in contatto. Esso ci permette di crescere e, come noi, anche qualunque altro piccolo di mammifero sopravvive proprio perché chi lo ha messo al mondo lo allatta. Il piccolo è, ovviamente, in grado di assorbire e digerire questo nutrimento che lo aiuta a crescere.

Questo, ovviamente, può valere a maggior ragione anche per l’essere umano in età adulta e, infatti, l’essere umano è l’unico mammifero a bere latte anche dopo lo svezzamento. Al contrario, i bambini che nascevano prima che l’uomo diventasse allevatore, non potevano bere latte dopo lo svezzamento semplicemente perché non era un alimento disponibile, eppure crescevano e arrivavano all’età adulta senza particolari carenze. La vita media era più bassa, è vero, ma lo era per altre ragioni, non certamente perché non si beveva il latte.

Tuttavia, se è vero che l’essere umano è l’unico mammifero che beve latte anche dopo lo svezzamento, è pur vero che è l’unico mammifero dotato di mutazioni specifiche, sviluppate nel corso degli ultimi diecimila anni, che permettono di tollerare il lattosio anche in età adulta. In origine, in svariate zone del mondo, dopo il periodo dell’allattamento, gli individui persero la lattasi, l’enzima necessario per digerire il lattosio.

Tuttavia, in altre zone, specialmente nell’emisfero settentrionale, si presentò una mutazione genetica che rese tolleranti al lattosio anche gli adulti. Questo consentì alle popolazioni che vivevano nella parte settentrionale del mondo di continuare a consumare il latte e i suoi derivati anche da adulti, garantendo una fondamentale fornitura di calcio e vitamina D, che non sarebbe stato possibile assimilare diversamente.

In effetti, questa circostanza spiega perché, per le popolazioni del Nord Europa, dove non c’era grande disponibilità di altri alimenti ricchi di questi fondamentali nutrienti, si sarebbero selezionati i soggetti portatori di una così importante caratteristica genetica, pur originariamente dovuta a una mutazione casuale. Dono compensatorio della natura per colmare la carenza di sole? La distribuzione di questa peculiarità genetica in effetti non è omogenea, ma varia considerevolmente fra le etnie e fra i singoli individui. Sta di fatto che, nel Nord Europa, l’incidenza di intolleranti al lattosio è minima, mentre è molto più alta in Asia e in Africa.

Statistiche alla mano, circa il cinquanta per cento degli italiani è geneticamente intollerante al lattosio. Questo dato, allargato su scala mondiale, conferma che l’essere umano, tuttora, è evolutivamente disadattato al consumo di latte, pur restando chiare differenze fra individui e popolazioni diverse.

Il lattosio è uno zucchero che, se assunto da un portatore di intolleranza ad esso, causa problemi legati soprattutto alla sua fermentazione. Esso raggiunge, infatti, i distretti più lontani dell’intestino, fino al colon, dove normalmente non dovrebbe arrivare. In quest’area fermenta, producendo gas e gonfiore, richiamando acqua, e dando origine a conseguenze spiacevoli quali la diarrea osmotica. Queste problematiche sono però legate ai sovraccarichi di lattosio e non a delle piccole quantità. Da sottolineare che la lattasi, l’enzima che scinde il lattosio, è un enzima inducibile.

Pertanto, se un individuo geneticamente tollerante al lattosio smette di bere il latte, diventa fisiologicamente intollerante ad esso perché la produzione di questo enzima si abbassa e diventa insufficiente. Tuttavia, la lattasi si può riattivare consumando il latte in piccole quantità per poi aumentarle progressivamente. Per i soggetti geneticamente intolleranti, invece, la lattasi resta sempre insufficiente e quindi un sovraccarico di lattosio genera problemi.

Sempre per rigore divulgativo, va precisato che l’intolleranza al lattosio non è un’allergia e l’intollerante al lattosio non è obbligato a evitare totalmente latte e latticini. Si tratta di un’intolleranza quantitativa, pertanto è sufficiente evitare gli eccessi, per scongiurare il rischio di reazioni negative.

Oltre a questa eventualità, però, quando si subiscono interventi sul tratto digestivo, si impoverisce la quantità di lattasi a livello di quel tratto e, di conseguenza, la capacità di assumere latte senza problemi può ridursi. Nel periodo post-operatorio, tuttavia, è sufficiente attuare una rieducazione al suo consumo. Per chi perde del tutto la lattasi, o resta a lungo senza consumare latticini, esistono enzimi artificiali che possono essere introdotti per limitare questo problema. Quindi, da questo punto di vista, il latte, di per sé, non fa male e non è necessario eliminarlo dalla dieta.

Spesso si ritiene che l’avanzare dell’età determini un peggioramento della capacità di digerire il latte, ma questa associazione va smentita. Ci sono molti anziani che cenano con pane e latte, non è quindi vero che più si è anziani più il latte fa male. La buona digestione del latte non è legata all’età, bensì all’abitudine al suo consumo.

Un test molto efficace per svelare questa intolleranza è il “breath test”, un approccio rapido e non invasivo che permette una diagnosi certa.

La prossima settimana affronteremo l’argomento latte come potenziale “veleno bianco”.

IL LATTE (II parte)

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi?dimmi:ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Giacomo Leopardi,
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 1831

In questo e nei prossimi articoli, proverò a riportare il mio pensiero, ovviamente soggettivo, su un alimento discusso quale il latte.

Premetto che in medicina non ci sono mai certezze inconfutabili e questo vale, soprattutto, per una scienza giovane come la scienza dell’alimentazione. In merito, ogni conclusione rigorosamente scientifica può essere confutata da nuove prove ed esperimenti. Perciò occorrono studi continui allo scopo di avere maggiori e sempre più intense evidenze. Per ribadire i concetti che seguiranno, mi sono avvalso di riferimenti bibliografici e di considerazioni sull’argomento, espressi da colleghi autorevoli e da specialisti della materia.

Quello di cui parlo è un orientamento personale, il mio intento è solo quello di suggerire. Mi fanno sempre un po’ sorridere le argomentazioni di chi contesta uno specifico alimento sostenendo che esso non abbia più la qualità che lo stesso aveva nel passato. Più di 15 anni fa, credo, al liceo, ho studiato Virgilio e tuttora conservo un trasporto emotivo particolare per l’autore delle Bucoliche e delle Georgiche. Ma bisognerebbe proprio scomodare Virgilio per sostenere che il latte ormai non proviene più da vacche felici che brucano l’erba in pascoli incontaminati? E questo, poi, vale solo per il latte? Non mi piace che si suscitino paure all’unico scopo di screditare qualcosa o solo per trarne profitti illeciti. Le affermazioni estreme preferisco lasciarle agli altri.

Come sostenuto, ormai molti anni fa, dal professor Del Toma, non esiste nessun alimento che abbia l’esclusiva dei nutrienti benefici e perciò, sulla scia di questa considerazione, penso di poter affermare in modo conclusivo che nessun alimento è insostituibile. Tranne il latte e peraltro solo in una fase particolare della nostra vita.

Il latte ha di certo una storia antica, primo alimento che viene assunto alla nascita, è un alleato indispensabile e prezioso. Contiene tutte le sostanze necessarie per una rapida crescita dell’organismo. Certamente, dopo una prima fase, anche il latte, come tutti gli altri alimenti, può soddisfare le esigenze di un’alimentazione completa ed equilibrata solo se non viene assunto in modo esclusivo. E’ fuor di dubbio che qualunque alimentazione monotona arrechi squilibri e carenze. L’unica possibilità di approdare ad un’alimentazione corretta e completa consiste nel ricorrere alla combinazione di alimenti diversi, ciascuno dei quali sia in grado di apportare specifici elementi nutritivi e significativi contributi energetici.

In Italia abbiamo la fortuna di disporre di un’ampia varietà di alimenti frutto di tradizioni alimentari molto varie. Torno a ripetermi: non esiste un alimento ideale e completo. Pertanto, nessun alimento è indispensabile e, in quanto tale, esso può essere sostituito da altri cibi con caratteristiche analoghe.

Partendo da questo presupposto, suggerisco, anzi raccomando, di consumare sempre, ove possibile, una grande varietà di alimenti. E perché no, anche il latte. In epoche lontane, la vacca produceva il latte sufficiente al nutrimento del suo vitello. In seguito l’uomo ha sfruttato a suo vantaggio questa naturale potenzialità.

Il latte vaccino è per definizione il liquido di secrezione della ghiandola mammaria. In esso sono presenti sostanze di filtrazione che provengono dal sangue e altri composti sintetizzati direttamente nel tessuto mammario. Non a caso, si parla di “biologia” del latte e la cellula in cui si forma il latte è secondaria per importanza solo alla cellula foto-sintetica delle piante.

Il latte aiuta anche a comprendere il carattere sostanzialmente differente che i mammiferi hanno rispetto agli altri animali. L’allattamento, da un lato, prolunga il rapporto affettivo tra madre e figlio e, dall’altro, lo rende più comunicativo ed intenso. Il latte dei diversi mammiferi presenta significative differenze, dettate da una logica “naturale”. È prevalentemente “acquoso” come, appunto, quello vaccino o quello materno e questo fa sì che il piccolo possa poppare con una certa frequenza e restando sempre vicino alla madre. Laddove, invece, i neonati siano nascosti in nidi o tane, perché la madre deve allontanarsi in cerca di cibo, l’allattamento diventa necessariamente intermittente e, di conseguenza, il latte deve essere molto più nutriente.

La lattazione è un meccanismo riflesso che si verifica subito dopo il parto, grazie all’intervento degli ormoni prolattina e ossitocina, che stimolano, a loro volta, sia la formazione delle gocce di latte sia, con la contrazione, la sua fuoriuscita. Inoltre, un allattamento continuo con la poppata, stimola la formazione di prolattina, che, inibendo il ciclo ovarico, impedisce una seconda gravidanza.

Pensando anche alle nostre abitudini alimentari, il latte, assunto di sera, favorisce una sensazione di benessere e di calma, azione, questa, che potremmo definire “morfino-simile”.

Mi risulta invece più difficile fornire una spiegazione “scientifica” del vecchio consiglio della nonna di bere il latte con del rhum o del cognac per lenire i disturbi della tosse.

La prossima settimana proverò a spiegare i pro e i contro del latte ma senza integralismi da guerra santa.

IL LATTE

Le tue labbra stillano miele vergine,
o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti

è come il profumo del Libano.
(Cantico dei cantici)

Mia madre, in pantofole, da dietro la finestra, guardava giù in strada per anticipare lo scampanellio del lattaio e permettere a noi che dormivamo di riposare ancora un po’. Così, quando vedeva in lontananza la luce del piccolo “Ape” a 3 ruote, avvolgendosi lo scialle intorno alla testa, scendeva frettolosamente in strada. Il lattaio le restituiva la bottiglia appena riempita e lei gli porgeva la moneta. Poi la corsa in cucina per preparare la colazione.

Al nostro risveglio vedevamo troneggiare in cucina il bottiglione da 3 litri, di colore verde scuro, pieno di un latte denso e cremoso, che concentrava sul collo della bottiglia quasi una sorta di tappo di grasso, che la mamma faceva bollire fino a quando la bollitura non dava vita a un velo increspato sulla superficie…… la panna.

Lo bevevamo gustandone la consistenza, più fluida che liquida, che lasciava sulle labbra i classici “baffi da latte”. Ero diventato quasi un “sommelier” del latte, mi accorgevo che il gusto variava al variare delle stagioni, in relazione al tipo di foraggio con cui si nutrivano le vacche e alle erbe dei pascoli più o meno ricche di sostanze aromatiche. Ripensandoci, nei mesi caldi avvertivo un sentore di erbe di collina mentre, nei mesi invernali, il gusto diventava più asprigno perché, in quella stagione, il cibo delle mucche era il fieno secco.

Poi, con gli anni, vennero i dettami di ordine igienico-sanitario richiesti dai processi industriali: le centrali del latte, il tetrapak, svariati metodi di risanamento e l’omogeneizzazione, con la frantumazione dei globuli di grasso in particelle ancora più piccole, per dare al latte una maggiore digeribilità. Oggi, con il termine “genuino”, non possiamo più intendere il latte appena munto, a meno di non trovarci in una malga. E, allora, come valorizzare il latte senza additivo alcuno e con i suoi principi attivi salvaguardati al massimo in un regime di sicurezza igienica?

Da dietologo “liberale” so che l’alimento perfetto non esiste ma, se proprio dovessi stilare una classifica di merito dei cibi, collocherei al vertice quelli più completi, capaci cioè di assicurare i 3 nutrienti base, proteine, carboidrati e grassi, nelle proporzioni più consone a quelle che dovremmo normalmente assumere.

Innanzitutto, il latte idrata. L’acqua costituisce circa l’87% del latte e in essa sono sospese o disciolte tutta una serie di sostanze che rendono questo alimento importantissimo per l’alimentazione umana.

Ricco di proteine di elevato valore biologico, lattoalbumina e caseina, il latte è particolarmente indicato per la prima colazione dei giovani perché, dopo il digiuno notturno, è fondamentale introdurre la giusta dose di energia e di nutrienti per favorire la concentrazione e migliorare il rendimento.

Rispetto ad altri grassi di origine animale, i grassi contenuti nel latte sono più facilmente digeribili in quanto presenti in forma emulsionata, cioè frazionati in goccioline.

L’omogeneizzazione, trattamento normalmente utilizzato dall’industria per stabilizzare il globulo di grasso ed evitare il suo naturale affioramento, riduce la dimensione dei globuli aumentandone significativamente la superficie di contatto e favorendo così la funzione di vettore del globulo di grasso.

I grassi sono per due terzi di tipo saturo, con un contenuto di colesterolo ridotto (da 14 mg per il latte intero a 8 per quello parzialmente scremato e a 2 mg per quello scremato).

Tra i procedimenti opzionali sottolineerei la scrematura, trattamento effettuato per diminuire la percentuale di grassi nel latte.

Quello intero, in assoluto il più calorico (60 calorie per 100 grammi), ne ha almeno il 3,2%. Questo tipo di latte è consigliato per i bimbi da 1 a 3 anni per via del suo maggiore apporto in vitamine.

Il latte parzialmente scremato contiene grassi, in percentuale, di 1,5-1,8%, e quello magro, più centrifugato, in percentuale inferiore allo 0,3%.

Non è un alimento molto importante dal punto di vista dell’apporto vitaminico, anche se contiene discrete quantità di vitamina B2, B12 e A e, quando aggiunta, di vitamina D. La sua stabilità e conservabilità nel tempo sono questioni da affrontare quando si addiziona il latte con molecole bioattive. Alcuni studi hanno evidenziato che la vitamina D aggiunta a prodotti lattiero-caseari rimane stabile durante la lavorazione e la conservazione.

Un altro latte dietetico rinforzato molto diffuso è quello addizionato con omega 3.

Per quanto riguarda i sali minerali, il calcio è un nutriente essenziale che deve essere assunto giornalmente con gli alimenti e quello ottenuto dal latte è particolarmente facile da assorbire e da utilizzare. Altra importante sostanza nutritiva contenuta nel latte è il fosforo.

Va precisato che in quasi tutti gli alimenti di più largo consumo la quantità di fosforo è superiore alla quantità di calcio, mentre il latte e i prodotti lattiero-caseari sono fra i pochissimi cibi che contengono più calcio che fosforo e svolgono, quindi, un ruolo di riequilibrio in diete che altrimenti sarebbero rachitogene.

Non sono tuttavia da ignorare nemmeno la presenza di microelementi come zinco e selenio   

Ma il latte è un alimento essenziale per gli adulti o un alimento dannoso?

Proverò a dare una mia risposta “immodesta” dalla prossima settimana.

Pianeta Donna VIII

Il primo dovere di chi dà consigli a un uomo infermo
che segue una dieta nociva alla salute
è quello di cambiar sistema di vita;
le altre indicazioni verranno solo se
egli accetta con convinzione queste disposizioni.

(Platone)

Dieta e donne

Sulla base di quanto abbiamo detto nelle “puntate” precedenti, si può affermare che gli uomini, a parità di dieta alimentare, perdano peso più rapidamente rispetto alle donne. Merito o colpa dei diversi tipi di grasso nei due sessi.

Gli uomini, infatti, tendono ad avere una maggiore “riserva” di grasso viscerale, quello che circonda gli organi interni. Durante la dieta, la perdita di questo grasso sarebbe di beneficio al loro metabolismo, contribuendo a bruciare una maggiore quota di calorie.

Le donne, invece , hanno più grasso sottocutaneo (intorno a cosce, fianchi ecc.) importante in gravidanza ma meno “attivo” dal punto di vista metabolico. In pratica la perdita di grasso sottocutaneo non contribuisce a bruciare più calorie.

La donna deve mangiare meno

Come sintetizzato sapientemente dal professor Rossi “La donna deve mangiare di meno rispetto all’uomo. Così ha voluto la Natura!” La donna ha una minore massa magra muscolare, ha un metabolismo più basso, ha bisogno di meno cibo e accumula quindi con più facilità grasso quando ha un carico alimentare superiore al suo fabbisogno giornaliero di energia.

In passato, in tempi di penuria alimentare, la donna poteva sopravvivere con poco cibo perché doveva procreare! L’uomo poteva anche resistere fin quasi a morire di fame. Questo dono naturale fatto al genere femminile, la capacità di accumulare grasso, oggi, nella società dell’ abbondanza alimentare, si è trasformato in un danno di salute e di immagine!

La donna dei nostri tempi deve stare attenta alla dose giornaliera di carboidrati, specialmente quelli semplici, quindi no alla frutta in abbondanza, ma attenzione anche agli alimenti composti di farina (pasta, pizza, pane, biscotti, fette biscottate, prodotti da forno).

Insomma, mi ripeto, il gusto dolce è il gusto dominante nella alimentazione femminile ma è anche la strada più veloce per accumulare grasso. A voler fare della filosofia alimentare, si può ribadire che mangiare vegetariano o, al contrario, mangiare carnivoro genera comportamenti ed emozioni diverse sia nella donna sia nell’uomo.

Molte reazioni emotive e comportamentali sono generate da meccanismi biochimici cerebrali condizionati dalla serotonina e dalla dopamina. Gli alimenti con predominanza di carboidrati facilitano l’ingresso del triptofano, un aminoacido precursore della serotonina, nelle cellule cerebrali. La serotonina è un neurotrasmettitore che regola il tono dell’ umore, la distensione, una sessualità dolce ed accogliente. Invece i cibi proteici fanno entrare nelle cellule del cervello aminoacidi differenti, precursori della dopamina, un neurotrasmettitore cerebrale che genera una maggiore sensazione di forza e di aggressività. Non è casuale che gli animali erbivori siano mansueti e dolci! Gli animali carnivori sono, al contrario, più aggressivi.

A voler generalizzare, i maschi sono monotoni a tavola e sono attratti da alimenti proteici, le donne da alimenti con predominanza di carboidrati. Queste affermazioni, però, avevano più motivo di esistere in passato, molto meno nell’epoca moderna. Non è più assiomatico che gli uomini preferiscano le bistecche al sangue o non sappiano resistere ad un hamburger trasudante grasso.

Condizionamenti culturali e sociali

Questi sono diventati stereotipi e la parte più importante, oggi, è giocata dai condizionamenti culturali e sociali, spesso veicolati dall’informazione pubblicitaria. Da vari sondaggi emerge come, tuttora, il numero di uomini tra i vegetariani sia nettamente inferiore. Probabilmente più per la paura di apparire meno virili che per altre ragioni. Ma anche la pubblicità si va adeguando, al punto che, negli ultimi anni, i movimenti vegani si sono concentrati nel proporre un’ immagine di virilità tra i consumatori di verdure, cercando, ad esempio, di far apparire i cavoletti di Bruxelles cibi da veri duri. Altro che le salsicce!

Oggi, quindi, uomini e donne si distinguono negli stili dietetici soprattutto per motivi prettamente culturali.

La propensione femminile ad un’alimentazione più sana (cibi meno ricchi di grassi, consumo regolare di frutta e verdura), sembra legata ad una maggiore consapevolezza della propria salute oltre che ad una più forte motivazione al controllo del peso corporeo.

Gli uomini sono, in linea di massima, meno vincolati da standard culturali e sollecitazioni sociali e meno preoccupati, perciò, di mantenere la linea. Sono quindi meno ricettivi rispetto alle raccomandazioni nutrizionali.

In pratica, nella selezione degli alimenti, le donne sono guidate soprattutto da considerazioni di carattere dietetico e da fattori psicologici e culturali legati alla percezione del loro corpo, mentre gli uomini si comportano generalmente in un modo un po’meno razionale e critico, scegliendo i cibi in base al gusto personale o alle abitudini acquisite.

Anche la funzione attribuita al cibo e all’atto del mangiare ha un connotato di genere. Le donne sono più spesso soggette al cosiddetto “craving”, il desiderio intenso di un particolare cibo con predilezione per i cibi dolci, soprattutto in funzione antistress, ma tendono a vivere gli attacchi di fame con più sensi di colpa. Per gli uomini, invece, l’occasionale scorpacciata è spesso associata a uno stato d’animo positivo.

Più vulnerabili rispetto alle pressioni sociali, le donne hanno con il cibo un rapporto complesso e incorrono con maggiore frequenza degli uomini in disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge eating). Meno influenzati da obiettivi salutistici e canoni estetici, gli uomini hanno con il cibo un rapporto più disinvolto e rilassato, ma, più spesso delle donne, presentano sovrappeso, ipercolesterolemia e sindrome metabolica, e sono quindi più a rischio per le patologie connesse a queste condizioni.

A questo proposito, un ulteriore studio ha rilevato che le donne che saggiamente seguono i dettami e le regole della dieta in stile mediterraneo, e sono nella fascia della mezza età, hanno la concreta possibilità di allungare gli anni della propria vita godendo al contempo di un buono stato di salute psichica e mentale. Tutto questo consumando legumi, cereali, frutta, verdura, erbe aromatiche e di campo accompagnate da quel tesoro di prevenzione salutistica che è l’olio di oliva. Superfluo far notare come questa regola valga per tutti e a qualsiasi età. Quindi non serve andare alla ricerca di diete miracolose, basterebbe seguire la tradizione alimentare frutto della saggezza millenaria dei popoli affacciati sul mediterraneo!!!.

Sembra che questa tendenza ad aderire ai dettami della dieta mediterranea sia influenzata da variazioni ormonali, motivo questo per cui le donne sono più sensibili all’amaro durante la gravidanza e distinguono meglio l’acido e il salato. In ricerche focalizzate sul consumo di frutta, esse, rispetto agli uomini, gradiscono maggiormente quella aromatica e zuccherina come le pesche e le fragole, meno quella più acida come l’arancia.

Una ricerca dell’Università di Newcastle, ha provato perché le donne amino il colore rosa più degli uomini. Il fenomeno ha origini ancestrali: la sopravvivenza dei nostri antenati, infatti, si basava sulla caccia, affidata agli uomini, e sulla raccolta di frutti, di cui si occupavano le donne. Questo avrebbe sviluppato in loro una maggiore sensibilità per le tinte rossastre, proprie delle bacche e dei frutti maturi.

Gli uomini preferiscono avere indicazioni chiare e, una volta presa la decisione di perdere peso, sono più determinati a raggiungere l’obiettivo. In pratica resistono molto di più e vivono l’esperienza come una competizione. Per le donne è realmente difficile restare a dieta per lunghi periodi ed esse finiscono per cedere più facilmente alle tentazioni alimentari e si scoprono più indulgenti con sé stesse al riguardo.

Nella mia esperienza , una delle richieste più comuni da parte delle donne che chiedono un piano dietetico è quella di non dover preparare piatti diversi per sé stesse, ma di poter adattare la dieta al resto della famiglia.

Dalla prossima settimana affronteremo temi specifici. Conto di iniziare a parlare di prevenzione dell’osteoporosi, del latte e dei suoi derivati.

Pianeta Donna VII

Non c’è niente di più sexy di una donna che apprezza il cibo,
perché dimostra così di essere una donna libera.
(Nigella Lawson)

Provo ad approfondire alcuni aspetti che potrebbero giustificare le differenze di genere in ambito nutrizionale.

La domanda però è d’obbligo: esiste un cibo più adatto per l’uomo e uno più idoneo per la donna, ci sono alimenti preferiti da maschi e femmine, oppure queste differenze sono ascrivibili solo a stereotipi culturali e al marketing e noi tutti ne siamo vittime inconsapevoli?  E la narrazione che vede il maschio cacciatore e mangiatore di carne e la femmina raccoglitrice di frutta e verdura è il frutto di caratteristiche naturali, affinate dall’evoluzione, o è una falsa narrazione frutto di vecchi pregiudizi?

Attenendoci al presente, direi che oggi abbiamo un’alimentazione senza genere. Del resto, non occorre essere vegetariani o vegani per capire che nella società attuale si è verificato un cambio di passo generalizzato riguardo all’alimentazione. Questa cosa si può notare facilmente in una qualunque pausa pranzo al ristorante. Menu a base di insalatone, yogurt, primi piatti gluten free e frullati detox hanno soppiantato le bibite gassate, gli hamburger di carne e i panini al salame e non è certo per questo che, per esempio, viene minimamente messa in discussione la virilità del maschio che sceglie di assumere un certo tipo di cibo.

Più che la consapevolezza e le argomentazioni razionali sulle disparità di genere tra maschi e femmine, oggi sono sempre e comunque il marketing e la comunicazione a recitare un ruolo preminente. Se oggi pochi dubitano della mascolinità di un vegetariano, è perché interi scaffali dei supermercati sono approntati all’alimentazione sana e bio. Ma, a ben guardare, anche le riviste parlano quasi esclusivamente di questo tipo di percorso di benessere.

Pur tuttavia esiste ancora qualche differenza tra il cibo per uomo e quello per donna, perché, statistiche alla mano, le donne single riempiono il carrello della spesa con un 10% di verdura rispetto al 7% degli uomini single. Più che le differenze di genere, la scelta di cibo più o meno sano potrebbe dipendere da differenze sociali, età ed istruzione.

Secondo uno studio americano il “cibo spazzatura” con eccesso di grassi, bevande zuccherate e un minor consumo di frutta e verdura è un’abitudine prevalente di maschi giovani e poco istruiti e, analizzando l’alimentazione di quartieri a basso reddito, è stato rilevato come la vendita di cibi poco sani sia indotta prevalentemente dalla proliferazione di minimarket e negozi pertinenti.

Tornando alla nostra società, è una realtà, a mio parere bella, che in cucina la donna trovi il suo habitat “naturale”. L’atto del nutrire, d’altronde, è una delle propensioni che più caratterizzano la donna. Come sottolinea Licia Granello nel suo libro “Il gusto delle donne”, nutrire è un atto esclusivamente femminile. Nella lingua italiana esiste soltanto la nutrice, non il «nutore», così come c’è la balia ma non il «balio». Le donne sono sempre le vere artefici del piacere a tavola. Le donne nutrono, fanno la spesa, organizzano i pasti e riempiono le dispense, con certosina pazienza curano la qualità dei cibi, ricercando sapori antichi e sapori nuovi. Cibo. Pazienza. Atto di ricerca e condivisione.

Ma le donne hanno più gusto?

Si sostiene che le donne abbiano “gusti più delicati”, che, ad esempio, preferiscano “i vini fruttati” o che odino l’aglio. Quanto c’è di vero?

A voler essere pignoli, gusto non è sinonimo di sapore. Il sapore caratteristico di un cibo è una sensazione complessa che nasce dalla combinazione di sensazioni diverse. In effetti gusto e sapori sono molto diversi da persona a persona! Come mai? Caffè amaro o zuccherato? Cioccolato al latte o fondente? Perché alcune persone riescono a bere il caffè solo aggiungendovi due o tre cucchiaini abbondanti di zucchero, mentre altre lo bevono amaro senza batter ciglio? E perché alcuni amano il cioccolato più dolce, e altri apprezzano il fondente?

Conta molto l’atteggiamento mentale perché il gusto alimentare, indipendentemente dalle abitudini familiari e regionali, esprime anche emozioni inconsce. Ad esempio, la predilezione verso un sapore speziato di erbe aromatiche indica spesso una tendenza ad avventurarsi verso stati psicologici di una mente che cerca qualcosa di più naturale, forse anche più primitivo ed eccitante (un novello Ulisse a tavola). A sua volta, la cucina che mantiene sapori tenui dolciastri e consueti indica un bisogno di prudenza e di ricerca di sicurezza che sconsiglia l’avventura alimentare.

Alla capacità di percepire e apprezzare i gusti contribuiscono fattori sia genetici sia psicologici e ambientali. Per questo, mordendo una mela rossa, basta il suo colore a farcela sembrare ancora più gustosa e aromatica.

Il gusto, nel senso comune del termine, include anche l’olfatto. Questi aspetti sono già stati affrontati nel filone “cibo e sensi”.

Ma cosa intendiamo in genere per gusto nutrizionale e lo possiamo agganciare alla famosa frase latina. “de gustibus non est disputandum?.

Il gusto è il senso che ci permette di apprezzare il cibo e di percepire i sapori ed è essenziale per la sopravvivenza non solo dell’uomo ma della maggior parte degli animali. Ovviamente, esso influenza le scelte nutrizionali. Ad esempio, la percezione di molecole dolci permette di identificare e scegliere alimenti ricchi di energia da fornire al nostro corpo, mentre, la percezione dell’amaro è generalmente sgradevole. Questa percezione consente di identificare composti tossici e, in alcuni casi, velenosi e mortali.

Anche la percezione del sapore salato è di primaria importanza. Essa contribuisce a mantenere l’equilibrio elettrolitico del nostro organismo. Il nostro corpo perde costantemente ioni sodio (Na+) durante i processi escretori e secretori (principalmente urina e sudore) ed è proprio per queste ragioni che siamo attratti e amiamo il sale (cloruro di sodio, NaCl).

La percezione del gusto acido permette di valutare la maturazione dei frutti o la presenza di contaminazione microbica in un alimento (cosa che ci spinge a non mangiarlo) ma anche di proteggere il nostro corpo dal consumo di acidi in una concentrazione tale da danneggiare i nostri denti o il nostro sistema digestivo.

Per concludere, ricordo che uno studio danese condotto su un campione di studenti ha evidenziato che le ragazze riescono a percepire i sapori meglio dei ragazzi. I maschi avrebbero bisogno di cibi almeno il 10% più aspri e il 20% più dolci per raggiungere lo stesso livello di performance gustative delle femmine.

Mi piace concludere questo articolo sostenendo che le donne hanno più gusto degli uomini in quanto scelgono il cibo migliore per i loro figli!

La prossima settimana sottolineerò ulteriori distinguo, anche e soprattutto in merito alla mia esperienza nell’elaborare diete personalizzate di genere.

Pianeta Donna VI

“Ci sono certi sguardi di donna che
l’uomo non scambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei.
Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido
il fulgore della prima tenerezza,
non sa la più alta delle felicità umane…”
Gabriele D’Annunzio

L’obiettivo della nutrizione di genere è tener conto delle differenze, anche anatomiche e fisiologiche, tra uomo e donna.

Un approccio che dovrebbe proporre, appunto, diete differenziate a seconda delle diverse esigenze specifiche. Una considerazione apparentemente banale, ma spesso non sufficientemente evidenziata: i fabbisogni nutrizionali andrebbero sempre calcolati in base alle misure antropometriche (peso ed altezza), all’attività lavorativa e sportiva praticate e, ovviamente, all’anagrafe ed alle condizioni di salute.

Quindi non è da tralasciare il fatto che, di norma, il peso corporeo di un uomo è maggiore e soprattutto è più rilevante la massa muscolare. Questo implica che il metabolismo basale giornaliero dell’uomo, e i relativi fabbisogni nutrizionali (calorici, proteici, vitaminici e minerali), siano più elevati.

Riguardo alle donne, invece, bisogna tener conto delle fisiologiche fluttuazioni ponderali nel corso della vita, con riferimento a eventi, sempre fisiologici, quali la gravidanza, l’allattamento e la menopausa.

Questi argomenti verranno poi trattati singolarmente e meriteranno un discorso a parte.

Altro argomento da approfondire è quello dell’osteoporosi, patologia più frequente nelle donne e che è opportuno prevenire già a partire dall’età giovanile.

Normalmente, la percentuale ideale di grasso corporeo, per una donna, si aggira intorno al 20% a fronte di una percentuale poco più che dimezzata nell’uomo (12%). Questa differenza, che risponde a basilari esigenze primordiali, è legata al ruolo della donna nella funzione riproduttiva, ovvero alla necessità di avere riserve sufficienti da utilizzare come nutrimento di scorta per il feto o il neonato in momenti “difficili”.

Questo giustificherebbe la differente risposta della donna ad alcuni farmaci. Infatti, molte molecole attive si legano facilmente ai grassi e da ciò consegue un diverso effetto dei farmaci sul corpo femminile, proprio per la presenza di una componente adiposa mediamente più elevata nel corpo femminile. Il più alto contenuto di grassi nel corpo della donna è particolarmente evidente nell’addome, nei fianchi e nelle cosce. Questo grasso “gluteofemorale” non è molto attivo metabolicamente, motivo per cui rimane ostinatamente in sede ed è difficile da eliminare.

Gli uomini, invece, oltre al vantaggio di avere un contenuto di grassi più basso e allo stesso tempo un contenuto muscolare più elevato, accumulano grasso sull’addome. Questo grasso “addominale” è altamente attivo dal punto di vista metabolico, il che significa che è facilmente eliminabile attraverso l’esercizio fisico, uno stile di vita sportivo e una giusta dieta. Questo vantaggio, però, è decisamente penalizzato da alcuni aspetti legati a una serie di rischi cardiovascolari.

Ulteriori differenze biologiche sono dovute agli organi sessuali, senza contare che anche l’equilibrio ormonale definisce il corpo maschile e femminile.

Gli uomini hanno più testosterone, le donne più estrogeni e anche maggiori fluttuazioni nell’equilibrio ormonale, che a sua volta ha un effetto diretto sull’assunzione del cibo. Soprattutto quando i livelli di estrogeni sono più bassi, ovvero nei giorni prima dell’inizio del periodo e in menopausa, il corpo reagisce con un maggiore senso di fame. L’alterato equilibrio ormonale favorisce anche la ritenzione idrica nei tessuti, con conseguente, pur leggero, aumento di peso.

L’equilibrio ormonale degli uomini non è soggetto a fluttuazioni così grandi, motivo per cui non ci sono quasi mai fasi di aumento della fame o di ritenzione idrica.

Un’altra differenza di genere è dovuta all’ormone dello stress, il cortisolo, che le donne rilasciano in maggiore quantità. Esso inibisce la costruzione muscolare e favorisce la ritenzione di grasso e potrebbe sopprimere la sensazione di sazietà attivando allo stesso tempo l’ormone della fame, la grelina. Uno stile di vita stressante porterebbe quindi a mangiare….oltre la fame.

Bisogna tuttavia precisare che l’alternarsi di fame e sazietà dipende anche da tanti altri elementi. Alcuni sono legati alla composizione del cibo (gli zuccheri ad alto effetto glicemico, ad esempio), alla densità calorica, al momento della giornata in cui lo assumiamo (mangiare la mattina è differente dal mangiare la sera), fino al “significato emotivo” che un certo cibo può avere per noi.

Più tipici dell’approccio di segnale sono elementi quali la grelina (indicatore di “stomaco vuoto”), la leptina (indice della nutrizione efficace), l’insulina/glucagone (antagonisti nella gestione degli zuccheri), la resistina e l’amilina (uno dei segnali di assuefazione agli zuccheri).

Nella donna ci sarebbe poi un’ulteriore variabile in gioco, quella indotta (per gran parte della sua vita) dall’andamento del ciclo mensile. All’interno di esso, la donna vedrebbe variare in modo considerevole il desiderio di cibo. Nel momento di maggiore prevalenza degli estrogeni si ha un certo effetto di “controllo dell’appetito”, con la possibilità che si assista ad una riduzione della quantità e della composizione del pasto. L’azione del progesterone, al contrario, spingerebbe ad aumentare l’introito nutrizionale richiedendo pasti più ricchi in termini calorici, di volume e addirittura di frequenza. A sua volta quest’effetto entrerebbe prepotentemente in gioco anche nell’influenzare tutte le altre molecole di segnale già considerate, dalla leptina alla grelina.

La prossima volta approfondiremo ulteriormente gli aspetti legati ai differenti gusti di genere e ai dati motivazionali legati alla dieta.

Pianeta Donna V

“La bellezza di una donna aumenta con il passare degli anni.
La bellezza di una donna non risiede nell’estetica,
la vera bellezza di una donna è riflessa nella sua anima.
È la sua preoccupazione di donare con amore,
la passione che essa mostra.”

AUDREY HEPBURN

Completiamo il discorso delle malattie di genere più significative.

Il manifestarsi delle malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson etc) è in notevole crescita a livello mondiale, soprattutto a causa dell’aumento della aspettativa di vita della popolazione.

Alzheimer

Riguardo all’Alzheimer, il genere è un fattore di rischio notevole dato che il fattore genetico e l’assetto ormonale hanno un ruolo importante. Tra le condizioni che favoriscono il manifestarsi con maggiore frequenza dell’Alzheimer nelle donne c’è, poi, anche la compresenza di malattie croniche (diabete, obesità ed ipertensione).

Anche la menopausa precoce aumenta, del 46%, il rischio di manifestazione dell’Alzheimer. I dati ci suggeriscono che si tratti di una malattia più frequente nei soggetti di sesso maschile sia come prevalenza, sia come periodo ed età di insorgenza, tuttavia ciò che caratterizza i due sessi sono delle differenze cliniche e fenotipiche.

Parkinson

Venendo al Parkinson, questa patologia si presenta nella donna con un maggiore tremore, cadute più frequenti, maggiori disfunzioni gastrointestinali e maggiore percezione del dolore. Nell’uomo, invece, c’è uno spostamento verso l’instabilità e il declino cognitivo.

A determinare queste differenze è la presenza degli ormoni femminili; anche in questo caso una menopausa precoce aumenta il rischio di Parkinson (del 68%). mentre una maggiore esposizione agli estrogeni, sia naturali sia dovuti a terapie ormonali, riduce di molto il medesimo.

Infezioni

Anche le infezioni sessualmente trasmissibili per via orale (clamidia, gonorrea e Hpv) si manifestano più spesso nelle donne, e con modalità differenti rispetto agli uomini, a causa di possibili traumi meccanici che, durante l’atto sessuale, possono facilitare l’ingresso di microorganismi patogeni.

Le donne, quindi, a parità di patologie, possono presentare segni e sintomi diversi rispetto agli uomini. Ad esempio, nell’ambito della cardiopatia su base ischemica (infarto), ci sono evidenti differenze, nei due sessi, sia in termini di presentazione clinica sia in termini di prognosi della malattia. Nell’infarto del miocardio, la donna presenta un dolore atipico irradiato alle spalle, al dorso e al collo, mancanza di fiato, nausea persistente, sudori freddi, vomito, spossatezza, ansia e debolezza.

Obesità

Altro fattore di rischio importante, per le patologie cardiovascolari, è l’obesità. Anche se l’incidenza dell’obesità non vede una prevalenza di genere, essendo presente in ambedue i sessi in maniera sovrapponibile, possono essere riscontrate delle differenze significative, nei due generi, in merito alla distribuzione del tessuto adiposo corporeo ed in alcune altre caratteristiche peculiari.

I soggetti di sesso femminile hanno fisiologicamente un contenuto di grasso corporeo complessivamente superiore rispetto ai soggetti di sesso maschile. La distribuzione del tessuto adiposo corporeo differisce nei due sessi: i maschi tendono ad accumulare maggiori quantità di tessuto adiposo viscerale (addominale), fortemente correlato ad un aumentato rischio cardiovascolare; i soggetti di sesso femminile, prima della menopausa, accumulano invece maggiori quantità di tessuto adiposo a livello sottocutaneo.

Cancro del colon

A sua volta il cancro del colon, nella donna, si localizza più frequentemente nel colon ascendente, dà meno sintomi all’inizio e, successivamente, si manifesta con caratteri di urgenza.

Ad avvalersi della medicina genere-specifica sarebbero comunque entrambi i sessi. Alcune patologie, considerate classicamente femminili, presentano una discriminazione al contrario, ovvero non considerano l’uomo come soggetto terapeutico. Tra queste, l’osteoporosi, che colpisce prevalentemente le donne ma che è una minaccia anche per gli uomini, i quali, peraltro, hanno una scarsa consapevolezza dei rischi collegati a questa patologia.

Il Dolore

Sembra che, in generale, rispetto agli uomini, le donne abbiano una soglia più bassa e una minore tolleranza del dolore. Non solo: le donne denunciano livelli di dolore cronico più severi e attacchi più frequenti, e di maggiore durata, rispetto agli uomini. Inoltre, esse sono capaci di descrivere meglio la sensazione dolorosa, con parole più appropriate e riconoscendo le differenze tra i vari tipi di dolore. Tuttavia queste differenze sono state a lungo considerate ininfluenti da chi conduceva la ricerca sui meccanismi del dolore.

Per le donne esistono due spartiacque: la pubertà e la menopausa. Durante il periodo fertile le sindromi dolorose si presentano, nelle donne, con maggiore intensità e frequenza. Prima e dopo, invece, colpiscono le donne in misura paragonabile agli uomini. Queste modificazioni sono scarse o assenti negli uomini. Si tratta di un segno incontrovertibile del ruolo, fondamentale, degli ormoni gonadici nell’influenzare la comparsa del dolore cronico nella donna.

Ma le differenze di genere nella percezione e nella risposta al dolore sono da ascriversi alla sola azione degli ormoni?

Sembrerebbe che un altro fattore di particolare interesse sia legato alle interazioni sociali. Si è dimostrato, con animali da esperimento, come le femmine abbiano comportamenti di “attenzione” verso altri soggetti sofferenti presenti nella loro gabbia, mentre i maschi non sembrano avere lo stesso livello di coinvolgimento. La vicinanza dei soggetti femminili ai loro simili in sofferenza ha un effetto analgesico in questi ultimi, cioè diminuisce il loro livello di dolore. Questo suggerirebbe che la reazione al dolore sia, anch’essa, una questione di genere che va al di là delle differenze sessuali e che affonderebbe le sue radici anche a livello culturale.

Potrei riportare altri esempi di differenze di genere, ma credo che siano sufficienti quelli già citati per indicare l’importanza di una medicina più “sartoriale”.

Dalla prossima settimana riprendiamo la collocazione degli articoli nell’alveo originale del blog.

Pianeta Donna IV

L’affermazione di Ruskin, che le donne sono migliori degli uomini,
è un fatuo complimento che deve provocare in loro un amaro sorriso,
giacché non si dà altra situazione nella società
nella quale si accetti che il migliore
debba essere soggetto al peggiore.
Rita Levi Montalcini

Differenze di genere e patologie.

La cura medica sarà ineccepibile quando nella ricerca non si considererà soltanto la norma, cioè l’uomo. Infatti, oltre alle inequivocabili differenze anatomiche, le differenze di “genere” hanno un peso non indifferente e, tra queste, sono da annoverare anche le attitudini, i valori, i comportamenti e l’ambiente sociale.

Quindi, se un farmaco non è specificamente testato sulle donne, non si potrà mai conoscere, se non a posteriori, ovvero nel periodo successivo alla sua commercializzazione, la sua reale efficacia e sicurezza.

Anche oggi, molte delle linee guida sono impostate su studi condotti prevalentemente su maschi adulti e questo, ovviamente, determina una minore appropriatezza della cura nelle donne rispetto agli uomini, con un rischio reale che queste ricevano terapie inadeguate.

A parziale giustificazione di questa “discriminazione” concorre più di un fattore: da quelli di tipo etico, suggeriti dalla preoccupazione di esporre a rischi di tossicità donne potenzialmente fertili, procurando danni ai tessuti fetali, a quelli collegati alla difficoltà di arruolamento e mantenimento delle donne negli studi clinici.

Si tratta di una difficoltà causata dalle continue variazioni dei parametri fisiologici della donna, dovuti, anche, alle fluttuazioni ormonali la cui ciclica complessità mal si adatterebbe ai modelli standard tradizionali degli studi sperimentali (la cosiddetta “variabilità femminile” è una chiara espressione della complessità della realtà clinica). Infine bisogna considerare la resistenza delle donne a partecipare a studi clinici, probabilmente dovuta anche alle difficoltà connesse al ruolo della donna nella società.

Disuguaglianze di genere sono tuttora presenti in svariati ambiti clinici e sono tanto più concrete quanto più è ridotto il livello di benessere sociale. È ampiamente dimostrato, infatti, che un disagio socioeconomico riduce la probabilità di sottoporsi ai controlli necessari e che il genere femminile ha meno accesso ai servizi sanitari rispetto a quello maschile.

Ad onor del vero, anche gli uomini possono essere svantaggiati in termini di salute, riguardo al loro genere. Ad esempio, in merito alla salute emotiva, è rilevante l’esempio della depressione, spesso causa di ideazione e comportamenti suicidari.

Il numero dei suicidi, nella maggior parte dei Paesi occidentali, compresa l’Italia, è maggiore tra gli uomini, probabilmente a causa di una più ridotta diagnosi di depressione nel campo maschile.

Le donne sono le maggiori consumatrici di farmaci. La loro più lunga aspettativa di vita si traduce in un maggior numero di donne tra la popolazione anziana, motivo questo per cui le donne si ammalano di più. Di conseguenza toccano loro anni di vita di minore benessere fisico, laddove gli uomini “guadagnano” anni di vita in salute.

Ulteriori fattori che determinano questo aumento nel consumo dei farmaci tra le donne sono imputabili alla maggiore prevalenza, tra di esse, di sintomatologie dolorose (emicrania, dolori muscoloscheletrici) e al fatto che le donne sono mediamente più povere (è ben nota la relazione inversa tra povertà e salute).

Inoltre. i profondi mutamenti del ruolo sociale della donna hanno fatto sì che essa abbia acquisito comportamenti “non sani”, come, ad esempio, l’abitudine al bere e al fumare. Nella donna, infine, è presente la tendenza a medicalizzare gli eventi fisiologici della vita (mestruazioni, gravidanza, menopausa) con un maggior ricorso al medico rispetto all’uomo.

La maggiore prevalenza d’uso dei farmaci nella popolazione femminile si traduce in un maggior rischio di sviluppare effetti avversi, anche in virtù di una maggiore sensibilità femminile ad essi. Ciò è dovuto anche al fatto che si possono riscontrare differenze sostanziali, tra uomo e donna, nella metabolizzazione dei farmaci.

È per questa serie di ragioni che il danno epatico da farmaci, patologia spesso presente, risulta in tutto il mondo più frequente nelle donne, specialmente in età giovanile. Anche nella malattia epatica da alcol emergono differenze tra uomini e donne. La maggiore suscettibilità della donna è dovuta ad una sua minore capacità di metabolizzazione dell’alcol, che diminuisce ulteriormente con l’aumentare dell’età e in relazione alla quantità di alcol assunto.

Nell’ ambito delle patologie, la donna è più esposta ai problemi di autoimmunità. Non si hanno in merito risposte definitive, si presume che l’iperattività dell’apparato immunitario femminile si correli all’atavica necessità , per le donne , di potenziare i meccanismi immunitari per proteggersi dalle infezioni collegate al parto. In pratica, l’evoluzione ha selezionato donne dotate di un sistema immunitario tenace per poter debellare efficacemente i microrganismi patogeni presenti, soprattutto, nella fase post-partum.

In questo senso, un ruolo preminente nella regolazione del sistema immunitario è espletato dagli estrogeni, che sono in grado di stimolare efficacemente la risposta contro i virus. Il testosterone, invece, esercita un potere antinfiammatorio che tende a rallentare le risposte difensive.

Un ruolo significativo spetta al cromosoma X, che ospita numerosi tratti del codice genetico deputati al controllo dei meccanismi di difesa dell’organismo. La presenza di un unico cromosoma X nel sesso maschile sembra essere una concausa delle immunodeficienze, molto più presenti, appunto, tra i maschi.

A voler semplificare, l’organismo femminile “accende” il sistema immunitario. Quello maschile lo sopprime.

La prossima settimana riporterò ulteriori esempi di differenze nell’ambito dei due generi per poi tornare a problematiche più consone al blog, ovvero di impronta nutrizionale.

Pianeta Donna III

“Fra uomini esiste, per natura, soltanto indifferenza;
ma fra donne, già per natura, vi è inimicizia.”
Arthur Schopenhauer 

Nel riprendere concetti espressi nel precedente articolo, una precisazione doverosa: provare ad argomentare sulle differenze non significa di per sé esaltare disuguaglianze o discriminazioni. Anzi, queste, innate o acquisite che siano, purché complementari, sono utili alla stabilità dei gruppi sociali.

Fuori dagli stereotipi, si può mediamente affermare che le priorità dei due sessi sono differenti.

L’uomo dà priorità al lavoro, agli obiettivi, all’affermazione personale. I risultati concreti sono per lui molto importanti in quanto rappresentano un modo per dimostrare le sue capacità e poter quindi stare bene con sé stesso.

La donna, invece, dà la priorità alle relazioni. Nel mondo femminile i rapporti con gli altri assumono un valore centrale perché nello scambio empatico la donna si sente realizzata. Pertanto un insuccesso sul lavoro è più doloroso per l’uomo che per la donna, mentre nel caso di un insuccesso in famiglia, per esempio con i figli, accade il contrario.

Del resto lo si dice da sempre: l’uomo vive con la testa e la donna con il cuore. A voler semplificare, gli uomini tengono al potere, cercano la concretezza, l’efficienza, i risultati. Proprio per questo si sentono realizzati con il successo sociale e questo è per loro un modo di dimostrare capacità e valore. Le donne danno importanza soprattutto ai rapporti interpersonali, alla comunicazione, agli affetti ed è proprio quando vengono appagate su questo piano che si sentono più realizzate.

L’uomo, di fronte a situazioni di grande tensione, tende a chiudersi e a rifugiarsi in una sorta di caverna in cui, con calma e in solitudine, cerca di sviscerare uno ad uno i problemi. Ha difficoltà a parlarne.

La donna, in condizioni di stress, al contrario dell’uomo, trova sollievo parlandone. Rispetto all’uomo, poi, non guarda al singolo problema ma a tutto un insieme di cose ricollegabili ad esso. Il parlarne le permette di attenuare la tensione e di sentirsi meno sopraffatta dalle circostanze.

Come esseri umani, ci siamo evoluti in modo da garantire la nostra sopravvivenza e quella del nostro patrimonio genetico attraverso la riproduzione; pertanto, anche se gli uomini e le donne di oggi vivono in condizioni molto diverse da quelle dell’uomo delle caverne, certe spinte evolutive sono rimaste.

Mediamente, gli uomini vengono attratti dalla bellezza e dalla giovane età della partner e questo perché una donna giovane è anche in grado di portare avanti più facilmente una gravidanza e di trasmettere dei buoni geni. Le donne, invece, sono meno sensibili alla bellezza fisica e lo sono di più all’intelligenza e allo status sociale del maschio, alle sue risorse economiche e alla sua disponibilità a creare un rapporto stabile. Questo perché, in origine, a differenza della situazione attuale nella quale molte donne possono provvedere materialmente alla prole anche da sole, la donna che sceglieva un partner in grado di garantire cibo e protezione a lei e alla prole aveva più probabilità di crescere i figli e garantire la continuazione della specie.

Tutto questo non è poi così lontano da quello che osserviamo anche nella società attuale: donne giovani in coppia con uomini maturi, non necessariamente aitanti, ma con ruoli di potere e ricchi, e uomini di mezza età con donne giovani e belle. Esistono ovviamente, anche se in maniera più sporadica, casi opposti.

Altra differenza molto curiosa tra cervello maschile e femminile: sia nell’uomo sia nella donna la frequenza dei rapporti sessuali garantisce una produzione massiccia di ossitocina (soprattutto nelle donne) e vasopressina (soprattutto negli uomini) che favoriscono il passaggio da un legame basato sull’attrazione e sul desiderio a un legame più propriamente affettivo.

Nell’uomo la maggiore produzione del neurormone vasopressina è responsabile del senso di possesso, della gelosia e della difesa del territorio. Esso spinge l’uomo a percepire la partner come un individuo di sua proprietà e a star male se questo possesso viene meno.

L’ossitocina, prodotta in maggiore quantità nel cervello femminile, responsabile delle contrazioni che inducono il parto ma anche conseguenza della stimolazione dei capezzoli durante l’allattamento, si associa alla sensazione di benessere, calore, al comportamento di cura e protezione, e a quella fiducia relazionale che caratterizza le donne molto più degli uomini.

Le donne percepiscono altresì un rischio maggiore in molti scenari, reali o ipotetici, rispetto agli uomini, anche perché affrontare il rischio è una prerogativa centrale del ruolo di genere maschile e non di quello femminile.

Un “ritratto” statistico Istat-Eurostat evidenzia che gli uomini “si percepiscono” meglio delle donne.

Questa sensazione è influenzata da un insieme piuttosto complesso di fattori, tra cui quelli ambientali e socioeconomici. Con l’avanzare dell’età, diminuisce la percezione dell’essere in buona salute e questo accade sia per le donne sia per gli uomini. Le principali cause di morte, quali tumori, malattie cardiocircolatorie (per esempio l’infarto) e malattie cerebrovascolari (ad esempio l’ictus), sono della stessa gravità nei due sessi, ma a morire sono, in media, più gli uomini che le donne. Di conseguenza queste vivono statisticamente più a lungo.

Le tappe importanti della vita.

La vita si snoda attraverso numerose tappe: inizio della scuola, scoperta del mondo degli adulti, entrata nel mondo del lavoro e abbandono della casa dei genitori, matrimonio, nascita dei figli, pensione.

Differenze tra le donne e gli uomini: in tutti gli Stati membri della UE, le donne lasciano la casa dei genitori e si sposano, prima degli uomini. Tra i single che hanno 65 anni o più: la percentuale di donne anziane che vivono da sole è doppia rispetto a quella degli uomini.

In ambito lavorativo, se è vero che un terzo dei manager nella UE sono donne, è altrettanto vero che gli uomini occupano generalmente posizioni più elevate delle donne e le stesse guadagnano in media il 16% in meno. Sempre nel percorso lavorativo, più sono i figli maggiore è il divario tra i tassi d’occupazione femminile e maschile.

Un aspetto importante della conciliazione fra gli impegni di lavoro e la famiglia è il lavoro part-time: quasi un terzo delle donne occupate lavora part-time.

La lettura dei libri è più diffusa tra le donne, come anche le attività sociali e le abitudini culturali, quali, ad esempio, andare ai concerti.

E’ invece scontato che la partecipazione ad eventi sportivi risulti più comune tra gli uomini.

Le donne, inoltre, utilizzano di più i social network mentre gli uomini leggono di più le notizie.

Sempre nella Ue, la percentuale di uomini che fa uso di alcol e fuma è maggiore rispetto a quella delle donne.

Abitudini alimentari e pratica sportiva.

Al contrario di quanto accade per il consumo di alcol e di sigarette, il consumo regolare di frutta e verdura è considerato un elemento importante per una dieta sana e bilanciata e, a riguardo, prevalgono le donne.

Le donne, poi, conducono mediamente una discreta attività fisica facendo sport con maggiore regolarità rispetto agli uomini. Questi ultimi fattori hanno anche un impatto sul peso. Nell’Ue, oltre il 57% degli uomini è considerato in sovrappeso (con un indice di massa corporea pari a 25 o più), rispetto al 44% delle donne.

La prossima settimana cercheremo di capire perché gli studi medici siano ancora troppo androcentrici.

PIANETA DONNA II

“La donna è stata bloccata per secoli.
Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata.
E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo.”
Rita Levi Montalcini

Riprendo il discorso della settimana scorsa sul “Pianeta Donna”.

Universo femminile e universo maschile sono veramente due modi differenti di pensare, di relazionarsi, di vedere il mondo e di vivere le emozioni?

Oggi mi pongo, e vi pongo, dei quesiti aperti che mi lasciano comunque delle perplessità. Per affrontare questi temi ho preso in esame diverse ricerche sotto il profilo anatomico, fisiologico e psico-comportamentale.

Ci sono differenze tra uomini e donne o sono solo stereotipi di genere? Si tratta solo di diversità a livello psicologico?

Mi sforzerò di non proporre considerazioni scontate o luoghi comuni. Alcune differenze, evidenziate dalle più accreditate ricerche, sono comunque, spesso, in contrasto tra loro nell’evidenziare la matrice delle stesse.

Insomma sono tuttora presenti, e anche piuttosto vivaci, discussioni tra le posizioni biologiste (ad esempio le differenze ormonali o quelle correlate alle differenziazioni anatomiche) e quelle che danno maggior peso ai condizionamenti ambientali e culturali.

Penso che, allo stato attuale, le considerazioni basate sulle differenze anatomo-fisiologiche appaiano, alla luce dei cambiamenti sociali degli ultimi decenni, sempre più deboli.

Tanto per fare un esempio, “il mammo”, ovvero il papà che svolge funzioni tradizionalmente femminili nell’attività domestica è una figura sempre più frequente e accettata nella nostra società. Questo a confermare che qualunque individuo potrebbe assumere significativi tratti comportamentali dalla figura genitoriale dell’altro sesso senza per questo arrivare a interpretarli in modo troppo diverso. Questo evidenzierebbe quanto gli stereotipi culturali possano ingannare nella percezione delle differenti capacità e nell’intercambiabilità dei ruoli nei due sessi.

Quello che sembra emergere come statisticamente significativo (pur non unanimemente riconosciuto) e non influenzato da aspetti educativi e ambientali, è la superiorità, da parte della donna, nella capacità linguistico-verbale e nella comunicazione non verbale di impronta emotiva; così come anche una maggiore predisposizione alle relazioni affettivo-empatiche e una più accentuata attitudine alla motilità rapida e a quella fine.

Gli uomini, per contro, possederebbero una maggiore propensione all’aggressività fisica e a una maggiore intraprendenza e temerarietà. Sembra, inoltre, che queste peculiarità siano più palesi nel periodo adolescenziale e che tendano poi ad affievolirsi col passare degli anni.

A suffragare questo dato è stato preso in considerazione sia il diverso corredo ormonale (pare che il testosterone correli all’aggressività ma anche alle abilità visivo-spaziali), sia riflessioni di tipo filogenetico e biologico-sociali.

Si tira quindi in ballo la selezione naturale e le migliaia di anni trascorsi come causa dell’affinamento di quei meccanismi che hanno consentito, agli uomini, di praticare con successo la caccia e, alle donne, le gravidanze con i successivi allattamenti e la cura della prole.

E’ intuitivo che le abilità necessarie alla sopravvivenza della specie dovessero prevedere dei distinguo. Pertanto la donna doveva, ad esempio, affinare il linguaggio verbale, le capacità empatiche e le manualità fini, per la cura dei figli e nel contempo potenziare l’ambito della sua sfera affettiva rivolto all’altro sesso, in quanto, soprattutto in tempi lontani, la sua particolare vulnerabilità nella fase gravidica e di puerperio necessitava di una maggiore protezione da parte del maschio. Per gli uomini, invece, l’aggressività fisica o l’orientamento nello spazio erano, ad esempio, funzionali alla caccia.

Molti alti tratti differenziali psico-comportamentali, attribuiti a ciascun sesso, sono stati ridimensionati e considerati “luoghi comuni”. Ad esempio, non risulterebbe vero che le donne siano meno portate per le materie tecnico-meccaniche o per la matematica. Del resto un tempo si sosteneva la stessa cosa, riguardo alle donne, anche per la medicina e la chirurgia e si trattava di considerazioni frutto, unicamente, di discriminazione sociale.

Non è trascurabile nemmeno il cosiddetto effetto “performativo” degli stereotipi, ovvero la circostanza che, laddove docenti e genitori si attendano certe prestazioni dalle donne e certe altre dagli uomini, si verifichi, anche a parità di premesse, il classico fenomeno della profezia che si auto avvera. Altre domande: è vero che le donne fanno tante cose contemporaneamente e gli uomini no?

Gli uomini sono più veloci nelle azioni istantanee?

Una ricerca molto significativa, anche per la vastità del campione preso in considerazione, svolta da ricercatori dell’Università della Pennsylvania, ha analizzato attraverso la risonanza magnetica il cervello di giovani donne e uomini dagli 8 ai 22 anni di età scoprendo che il vecchio stereotipo secondo cui il cervello femminile lavora in modo diverso da quello maschile non è poi così falso.

Dai risultati emergerebbe che le donne mostrano più connessioni tra emisfero destro (deputato maggiormente al pensiero intuitivo) e sinistro (atto alle elaborazioni logiche), mentre, in media, negli uomini, sarebbero più sviluppati i collegamenti interni a ciascun emisfero (soprattutto nel cervelletto, responsabile delle funzioni motorie).

Il cervello maschile, così strutturato, è facilitato nella connettività tra percezione e azione coordinata, mentre le donne sono più predisposte ad avere maggiore memoria e una migliore capacità di cognizione sociale. Pare che questa diversificazione inizi con la pubertà.

Come già ribadito il filone è vasto. La prossima settimana si prosegue con ulteriori distinguo anche a carattere sociale, per poi passare a svolgere temi più pertinenti al blog, ovvero differenze di genere in medicina e in certe patologie, in alimentazione (con riferimento a disturbi del comportamento alimentare, menopausa in tutte le sue sfaccettature, anemia e carenza di ferro, in diete anche di precisione calibrate e personalizzate sul genere).