OTTOBRE: È FINITA L’ESTATE

Quando una stagione sembra eterna…, finché improvvisamente non lo è più.

Ci sono stagioni che finiscono quasi con discrezione. Si congedano lentamente, sembra chiedano il permesso. Una sera ci accorgiamo che abbiamo acceso la luce un po’ prima. Una mattina usciamo di casa e cerchiamo istintivamente una giacca che era rimasta appesa per settimane, inutilizzata, in un angolo dell’armadio. Un giorno guardiamo il calendario e scopriamo che settembre è già passato. Ottobre è arrivato. L’estate, che sembrava interminabile, è diventata una foto ricordo.

Ci sono stagioni che, nella nostra percezione, finiscono in un altro modo. Non finiscono davvero: smettiamo semplicemente di accorgerci che stanno finendo.

Fino a pochi giorni fa il caldo era una preoccupazione di non poco conto, una presenza costante. Entrava dalle finestre. Si infilava sotto le lenzuola. Rallentava i passi. Cambiava il sonno. Cambiava il nostro appetito. Cambiava persino la nostra voglia di parlare. Era diventato un argomento, una spiegazione, e qualche volta anche un alibi: “Con queste temperature come faccio a cucinare?” “Con questo caldo non riesco a muovermi.” “Con questa afa ho sempre sete.” “Con questo caldo mi sento sempre gonfio.” “Con questo caldo ho voglia soltanto di qualcosa di fresco.”

Non c’è nulla di strano, il nostro corpo sente davvero il caldo. La fisiologia non è un’opinione e una giornata torrida può modificare sonno, idratazione, appetito, attività fisica, energie e organizzazione della giornata. Ma c’è una cosa che mi ha sempre incuriosito, anche nel mio lavoro: il momento nel quale una condizione reale, ma temporanea, smette di essere soltanto una fase e comincia a diventare una descrizione generale della nostra vita.

Soprattutto, mi incuriosisce quanto rapidamente quella spiegazione possa scomparire quando cambia il contesto. Per mesi abbiamo aspettato che finisse l’estate. Adesso che è finita, quasi non ci ricordiamo più quanto ci sembrasse lontana dal terminare. È una delle piccole stranezze dell’essere umano: quando siamo dentro qualcosa, quella cosa tende a sembrarci enorme; quando ne usciamo, ci appare strano che abbia occupato così tanto spazio delle nostre giornate.

La notte insonne sembra non finire mai, ma poi arriva il mattino. Un dolore sembra destinato a rimanere eppure, lentamente, diminuisce. Una giornata difficile sembra interminabile, ma arriva la sera. Un periodo di stanchezza sembra diventare la nostra nuova condizione, poi dormiamo bene per qualche notte e ci accorgiamo che forse non eravamo diventati “persone stanche”: semplicemente eravamo stanchi.

Sembra una differenza piccola, ma non lo è affatto. Molto spesso il problema non è ciò che ci accade, bensì il modo in cui trasformiamo ciò che ci accade in una definizione di noi stessi. Ed è qui che ottobre non è soltanto ottobre, ma diventa una piccola lezione sul tempo. E anche, sorprendentemente, una piccola lezione sulla dieta.

Troppo spesso, nella mia professione, devo essere attento a distinguere il paziente dalla descrizione che egli fa di sé stesso e della realtà che lo riguarda:

  • “Questa settimana ho mangiato male” è una frase che descrive un fatto.
  • “Non riesco a seguire la dieta” è già una generalizzazione.
  • “Non ho forza di volontà” è un giudizio su di sé.
  • “Sono fatta così”: eccoci arrivati all’identità.

Una settimana è diventata una sentenza. Un episodio è diventato un tratto del carattere. Una difficoltà è diventata una costante.

Qualche volta, senza accorgercene, guardiamo alla nostra vita come al meteo. Una giornata di pioggia e diciamo: “Che tempaccio”, come se quella fosse la condizione climatica fissa. Viviamo una settimana complicata e diciamo: “Che vita grama”, come se da quella settimana fosse legittimo estrapolare la nostra intera biografia. Nell’arco di un mese il nostro peso non è calato e diciamo: “Il mio corpo non risponde”, come se un solo mese di una vita intera fosse sufficiente per descrivere la fisiologia di una persona.

Forse dovremmo imparare proprio dalle stagioni una cosa molto semplice: una fase temporale non è un destino. È un periodo di tempo. Arriva. Resta. Cambia. Se ne va. E mentre se ne va, lascia qualcosa. Non soltanto fotografie: lascia abitudini, ricordi, stanchezze, piaceri, esperienze, qualche chilo in più o in meno, qualche cena rimasta nella memoria, qualche passeggiata. Qualche giornata nella quale abbiamo fatto esattamente ciò che volevamo, e qualche altra nella quale non ci siamo riusciti affatto.

La vita non ci chiede di superare ogni stagione con il massimo dei voti. Ci chiede di attraversarla.

Questa parola, attraversare, mi piace molto. Attraversare non significa vincere. Non significa arrivare dall’altra parte in condizioni perfette. Significa semplicemente continuare a camminare mentre il paesaggio cambia.

Forse anche la dieta dovrebbe essere pensata così: non come una gara nella quale ogni settimana dobbiamo dimostrare di essere stati bravi, non come un rigido esame sulla nostra volontà nel quale una cena fuori può diventare una bocciatura, non come una bilancia che ogni venerdì emette una sentenza, ma come un percorso nel quale impariamo lentamente a stare meglio nei nostri panni e nella nostra vita.

Il corpo non vive soltanto in sé stesso: vive dentro le nostre giornate. Le nostre giornate non sono tutte uguali. Ci sono giorni facili e giorni difficili, giornate piene e giornate vuote, giorni nei quali abbiamo tempo e giorni che volano. Ci sono periodi di vacanza e momenti di duro lavoro. Ci sono i figli e ci sono i genitori. Ci sono amicizie e distacchi. Ci sono innamoramenti, malattie, preoccupazioni. Ci sono giornate nelle quali cucinare è un piacere e altre nelle quali anche solo pensare cosa mettere in tavola sembra un’impresa.

Allora, se la vita cambia continuamente, perché mai dovremmo pretendere che una dieta resti sempre identica?

Ne discuteremo il prossimo venerdì.

IL PRIVILEGIO DI CAMBIARE STRADA

Ci sono strade che percorriamo perché le abbiamo scelte. Poi ci sono quelle che, a un certo punto, ci scelgono.

Avevo già deciso da dove ripartire. Dopo la pausa estiva, dopo qualche settimana di vacanza e soprattutto dopo quel piccolo, prezioso, esercizio di otium cerebrale che ogni tanto mi concedo, avevo lasciato sedimentare pensieri, appunti, conversazioni, letture e intuizioni. Senza fretta.

Ho imparato, forse anche con l’età, che non tutte le idee hanno bisogno di essere immediatamente messe in pratica. Alcune hanno bisogno di sedimentare. Di decantare. Di depositarsi sul fondo, come accade al vino quando gli si concede il tempo necessario per separarsi da ciò che non serve più. Avevo quasi pronto il mio ritorno. Un articolo pensato durante la pausa, un incipit già trovato, una direzione abbastanza chiara. Sembrava tutto a posto. Sembrava.

Qualche giorno fa, ho partecipato a un convegno dedicato al pane. Qui è accaduta una di quelle cose che mi piacciono particolarmente nella vita e, ancora di più, nella scrittura: un pensiero che credevi concluso si è riaffacciato alla mente. Non un semplice cambio di rotta ma una deviazione fertile.

Forse dovremmo imparare ad apprezzare di più questi cambi di percorso. Siamo diventati bravissimi a programmare. Agenda, calendario, scadenze, appuntamenti, obiettivi, contenuti da preparare, cose da fare. Abbiamo persino imparato a programmare il tempo libero, con il paradosso di riuscire qualche volta a trasformare anche il riposo in un’attività da mettere in agenda. Il mio blog, per fortuna, non funziona così. Questo, a distanza di anni, continuo a considerarlo uno dei suoi piccoli vantaggi. Non mi obbliga a calendarizzare il pensiero.

Non ho un’agenda editoriale che mi imponga cosa devo scrivere venerdì prossimo, quale argomento debba seguire a quello precedente, quale tema sia più opportuno perché «funziona», quale parola chiave sia più conveniente, quale argomento sia di maggiore attualità. Naturalmente ci sono le date. Le ricorrenze. Gli avvenimenti che suggeriscono un tema. Ma non sono loro a comandare. Questo blog è nato, e continua a vivere, con una convinzione piuttosto semplice: un articolo non è un prodotto da presentare, è un pensiero da maturare. Un pensiero maturo non sempre rispetta il calendario. A volte arriva prima. A volte arriva dopo. A volte si presenta quando avevi già deciso di parlare d’altro. Allora bisogna sapersi fermare e ascoltarlo. Se necessario, cambiare strada.

È esattamente quello che è successo questa volta. Avevo in mente di riprendere il filo interrotto prima della pausa estiva. Avevo raccolto durante le settimane di otium alcune riflessioni che mi sembravano degne di essere sviluppate. Avevo persino cominciato a pregustare quel momento particolare che accompagna ogni ripartenza: il piacere di tornare alle proprie parole dopo averle lasciate riposare.

Poi è arrivato il pane. Non il pane della tavola soltanto. Non il pane delle farine, delle calorie, dei carboidrati, della fibra, della lievitazione o delle etichette. È arrivato il pane come domanda. Una domanda interessante ha un difetto terribile: non si lascia mettere da parte facilmente. Ti segue. Ti accompagna. Ricompare mentre stai facendo altro. Ti fa collegare cose che sembravano lontane. Ti costringe a ripensare quello che credevi già pensato. Mi è successo proprio questo. Il convegno al quale ho partecipato non ha semplicemente aggiunto qualche informazione al mio bagaglio professionale. Mi ha fatto venire voglia di tornare su un tema che, evidentemente, non avevo ancora finito di esplorare. Allora ho fatto quello che, in fondo, mi permette di fare questo blog. Ho cambiato strada. Senza sensi di colpa, anzi, con una certa soddisfazione. Credo che anche questo faccia parte del modo in cui intendiamo la cultura. La cultura non è sapere dove si vuole arrivare. È anche accorgersi, strada facendo, che vale la pena fermarsi davanti a qualcosa che non avevamo previsto.

Forse è proprio qui che l’otium e la scrittura si incontrano. Durante la vacanza avevo cercato, soprattutto, di non produrre articoli. Di non trasformare ogni esperienza in materiale di pubblicazione. Di non vivere ogni momento pensando già al titolo che avrebbe potuto avere un articolo. È una tentazione alla quale chi scrive, oggi, deve continuamente resistere. Fotografiamo e pensiamo al post. Leggiamo e pensiamo al contenuto. Ascoltiamo e pensiamo alla citazione. Viviamo e qualche volta siamo già impegnati a raccontare ciò che stiamo vivendo.

L’otium, invece, mi ha ricordato una concetto antico: non tutto ciò che ci accade deve diventare immediatamente qualcosa. Alcune esperienze devono semplicemente essere vissute. Poi, quando meno te lo aspetti, tornano. Magari trasformate. Magari più chiare. Magari con una domanda che durante la vacanza non avevi nemmeno formulato. È successo così. E il risultato è che quello che doveva essere un articolo di ripresa di certi argomenti diventerà, almeno per qualche settimana, qualcosa di diverso.

Non perché il progetto precedente non fosse valido. Ma perché nel frattempo è successo qualcosa di più interessante. È comparso un pensiero nuovo. Credo che un blog abbia senso proprio quando può permettersi questo lusso. Non essere una macchina editoriale. Non dover necessariamente produrre. È il lusso di poter dire al lettore: «Avevo pensato di raccontarti una cosa. Poi è successo qualcosa e ho cambiato idea.» Non è improvvisazione. È, semmai, il contrario. È rispetto per il pensiero. Improvvisare significa spesso parlare senza aver pensato. Cambiare strada, invece, può significare aver pensato abbastanza da accorgersi che la strada che avevi scelto non è più quella che vuoi percorrere oggi.

Così, oggi, non troverete ancora il vero articolo sul pane. Quello arriverà più avanti. Nel frattempo mi sono accorto che il pane merita più tempo. Non solo il pane. La coincidenza del 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione e contemporaneamente Giornata Mondiale del Pane, mi ha fatto pensare che sarebbe stato un peccato rinchiudere tutto dentro un unico argomento. Parlare di alimentazione significa parlare di molto più che di singoli alimenti. Significa parlare di salute, naturalmente, ma anche di cultura, ambiente, economia, tradizioni, memoria, convivialità, identità, trasformazioni sociali e rapporto con il proprio corpo. Il pane può essere una porta d’ingresso straordinaria per entrare in un territorio molto più vasto. Ma non voglio aprire subito quella porta. Preferisco lasciarla ancora socchiusa. Perché questo articolo vuole essere soltanto un preludio. Una specie di piccolo cartello incontrato lungo la strada: Attenzione: qui si cambia direzione.

Nelle prossime settimane proveremo a capire perché un alimento apparentemente semplice possa raccontare così tante cose di noi. Parleremo di pane, certo. Ma proveremo anche a parlare di ciò che il pane rappresenta. Di ciò che abbiamo dimenticato. Di ciò che forse abbiamo imparato a giudicare troppo in fretta. Soprattutto di una capacità che considero sempre più preziosa: quella di riconoscere il valore delle cose.

Perché forse il problema, oggi, non è soltanto che mangiamo troppo, troppo poco, troppo velocemente o troppo male. Forse, qualche volta, abbiamo smesso di accorgerci di ciò che mangiamo. Questa è una questione molto più grande di una fetta di pane. Per affrontarla abbiamo bisogno di tempo. Il tempo, almeno qui, non è un nemico. È parte del metodo. Perciò questa volta non vi chiedo di aspettare un articolo. Vi chiedo di accompagnarmi in una piccola deviazione. Una deviazione che non avevo programmato. Una deviazione nata da un incontro, da una giornata di studio, da qualche domanda rimasta aperta. Una deviazione che, come tutte quelle che valgono la pena di essere percorse, non so ancora esattamente dove ci porterà.

Forse è proprio questo il bello. Se sapessimo già tutto prima di partire, non sarebbe più un viaggio. Sarebbe soltanto un itinerario. Io, per questo blog, preferisco ancora il viaggio.